Nuovi abbonamenti alla rivista Dialoghi a soli 9,00 euro!

Archivio di marzo 2009

Un testimone di Comunione con il Signore

martedì 10 marzo 2009

la Presidenza Nazionale

Lunedì 9 marzo si è spento Agostino Maltarello, già presidente generale dell’AC nei primi anni Sessanta. L’Associazione tutta in preghiera si stringe attorno alla famiglia e ricorda commossa la grande figura di laico cristiano impegnato nel corso di un’intera vita al servizio della Chiesa di Cristo e del Paese.

Nato a Torino nel 1912, Agostino Maltarello aderì alla Gioventù Cattolica, nella quale conobbe e collaborò con Luigi Gedda. Nel 1934 fu chiamato a Roma, dove fu prima segretario e poi vice-presidente nazionale della GIAC. Fin dalla fondazione, avvenuta nel 1942, Maltarello entrò nella Società operaia, il sodalizio creato da Gedda per sostenere l’apostolato laicale. Nel 1944 fu tra i fondatori dell’Associazione Italiana Medici Cattolici. Dal 1946 al 1949 assunse la vice-presidenza degli Uomini Cattolici, per poi reggerne per un decennio la presidenza. Nel 1948 contribuì alla costituzione della Federazione Internazionale degli Uomini Cattolici.

Nel 1959 Giovanni XXIII lo nominò presidente generale dell’Azione Cattolica Italiana. Lo sarà fino al 1964. Nella prima riunione della Giunta Centrale da lui presieduta, Maltarello fissò il programma a cui si sarebbe tenuto fedele: «Si dovrà anzitutto mirare al tono e allo stile della nostra azione comune con spirito di tolleranza e di fiducia e di franchezza. Si cercherà di rendere l’A.C.I. sempre più conforme ai disegni di Dio cui chiederemo la grazia di poter sempre offrire ai nostri soci l’esempio di un’azione illuminata e concorde». In questo spirito, guidò l’Associazione nella stagione ricca di fermenti del Concilio ecumenico Vaticano II. Prima di lasciare l’incarico nel 1964, Maltarello volle sottolineare: «Ciò che si è verificato [...] è stato un accentuarsi del contenuto spirituale, religioso e apostolico dell’Organizzazione, ed un suo porsi sempre più marcatamente a servizio della Chiesa [...], in aiuto alla Sua missione di evangelizzazione e di salvezza».

Nella prefazione a un volume dedicato a Gedda, Maltarello scrisse: «La perdita della memoria è una caratteristica del nostro tempo. Si dimenticano persino le personalità che avevano avuto grande rilievo durante la loro vita». L’Azione Cattolica Italiana, esprimendo il più profondo cordoglio per la perdita del suo antico presidente, conserva un vivo e grato ricordo di Agostino Maltarello. Attraverso il suo servizio appassionato, l’Associazione ha ricevuto un ricco patrimonio, che continua anche oggi a spendere – come ha ricordato Papa Benedetto XVI il 4 maggio scorso nell’incontro per il 140° della fondazione dell’Azione Cattolica – in «una testimonianza di comunione con il Signore», capace di trasformarsi «in un autentico capolavoro di santità».

Telegramma di Sua Santità Benedetto XVI per la morte di Agostino Maltarello

Educare alla fraternità

martedì 10 marzo 2009
di Eugenio Vite*

Correva l’anno 1234, quando Federico II istituì a Cosenza una fiera per scambiare merce di vario tipo. In tempi così lontani, per una piccola città era l’occasione per entrare in contatto con mondi che sembravano lontani, quanto le giornate di cammino usate per misurare le distanze.
Correva l’anno 2000. Una notte, di ritorno da una veglia fatta in Cattedrale proprio nei giorni della fiera, alcuni giovani di Azione Cattolica aprirono gli occhi sui tanti venditori ambulanti stranieri costretti a dormire per strada. Mancava loro un posto, una coperta, e soprattutto la buonanotte da parte di una intera città. Lontani, quanto la diversità di colore della pelle, di cultura, di religione e di destino usate oggi per misurare le distanze. Nel 2002, insieme ad altre associazioni che avevano aperto gli occhi su quelle stesse persone, iniziò l’avventura di FieraInMensa.
Da questa piccola storia possiamo intravedere la scommessa formativa, letteralmente “osata” ogni anno attraverso FieraInMensa: vivere di persona l’accoglienza verso lo straniero, viverlo come fratello e come sorella, e non come minaccia. Viverlo come passaggio di Dio nella nostra vita. Come Abramo nella sua tenda, nell’ora più calda del giorno (Gen 18,1-4). Per questo i soci della nostra associazione diocesana sono in prima linea nella preparazione dei pasti per la mensa, nel servire, nell’accoglienza degli ospiti. Ogni sera vengono serviti circa 600 pasti, un primo caldo, un secondo (offerto dalle famiglie delle parrocchie) e la frutta. In più, è offerta la possibilità di dormire al chiuso, assistenza sanitaria e legale, e servizi internet per mettersi in comunicazione con i propri cari. Ai volontari e alle volontarie viene espressamente chiesto di non limitarsi a servire il pasto, ma di entrare in relazione con l’ospite. Servire con il sorriso, chiedere il nome, da dove viene, la sua storia. La coperta da sola non basta a riscaldare, diceva don Tonino Bello, serve la buonanotte. A questa idea ci ispiriamo quando presentiamo il lavoro da svolgere. Lo stesso vale per le tantissime persone a cui FieraInMensa entra in casa. Moltissime famiglie, infatti, offrono dei pasti per la mensa, viene chiesto loro di farlo con cura, non usando carne di maiale, né aceto né vino. Al Sud quando accogliamo un ospite a casa prepariamo le cose che possono piacere di più, perché non fare lo stesso con i fratelli e le sorelle migranti? Accanto alla mensa, ci sono anche momenti offerti ai volontari prima del servizio: ogni sera si affronta con loro un tema, vengono invitati ospiti per aiutarci a riflettere. Il tutto prima, durante e dopo la mensa, è condito da un clima di festa dato dai suoni, dai colori e dalle voci delle tante persone che arrivano.
L’altra scommessa è associativa, e ha a che fare con i confini. L’Azione Cattolica sin dall’inizio non è mai stata sola, anzi il dato importante da segnalare è che ciò che è stato descritto sopra è frutto di un lavoro corale fatto insieme a tante realtà, diverse tra loro: associazioni cattoliche e laiche insieme, studenti e studentesse a fare raccolta di cibo nella mensa universitaria, mamme e nonne delle parrocchie a cucinare a casa propria per le serate, tantissimi giovani coinvolti come volontari ogni sera. Ci si accorge che questa apertura arricchisce, ha la forza di minare alla base l’autoreferenzialità che uccide la missionarietà. È forza centrifuga che ci spinge verso gli estremi confini della terra, contro la forza centripeta che ci tiene stretti dentro i nostri piccoli confini. È l’orizzonte nuovo che è possibile scorgere solo se si rischiano sentieri nuovi.
Proprio a partire dalle due scommesse descritte, possiamo accennare alle questioni che restano aperte.
Per richiamare ancora il racconto biblico, mai come quest’anno, in tema di accoglienza, l’ora è calda. La diffidenza verso gli altri, le paure nei confronti degli stranieri, le strumentalizzazioni elettorali, i vecchi e nuovi razzismi, rendono questo tempo “l’ora più calda del giorno”, non per i conflitti e le tensioni, ma per la stanchezza che tutto questo genera. Perché remare faticosamente contro la corrente? La risposta è in quella “passione educativa” che non ci fa arrendere di fronte alle manipolazioni della realtà e ci fa sentire responsabili della crescita umana e cristiana di ogni socio e socia, ragazzo, giovane o adulto che sia. Ci fa sentire inoltre responsabili di una città e di una società che senza solidarietà non può avere futuro. Nonostante questo, ci si rende conto che in quella corrente di diffidenza ci siamo dentro. Oggi è più forte e remarvi contro è sempre più faticoso. Abbiamo deciso di farlo servendo e testimoniando.
C’è poi la questione delle due forze, centrifuga e centripeta. La parola “missionarietà” riscuote molto successo dentro e fuori la nostra associazione, ma se si osservano le pratiche e gli strumenti della formazione il grado di apertura della nostra proposta risulta ancora molto basso. Spesso sembra prevalere l’abitudine: è difficile scostarsi da riunioni, ritiri e convegni. Una mensa come strumento formativo è nata, come abbiamo visto, da un percorso di discernimento. È più di una idea. È la prova che quando si aprono gli occhi sulla realtà del proprio territorio, gli strumenti “tradizionali” sono i primi ad essere scartati. Come tenere insieme vita di gruppo e nuove esigenze formative? In più, ha senso ancora una proposta diocesana del tutto simile a quella parrocchiale? Oppure serve indicare vie nuove, con strumenti e modalità nuovi?
Quante cose in una semplice mensa! è il pensiero che ogni anno facciamo prima e dopo questo “piccolo miracolo di pace” che avviene nella nostra città.

*Vicepresidente del Settore Giovani ACI di Cosenza

Un nuovo contributo nella rubrica “Scrivi per noi”: vai all’articolo.Leggi gli interventi al 29° Convegno Bachelet (13-14 febbraio 2009).">Un nuovo contributo nella rubrica “Scrivi per noi”: vai all’articolo.Leggi gli interventi al 29° Convegno Bachelet (13-14 febbraio 2009).

sabato 7 marzo 2009

La strada della speranza

sabato 7 marzo 2009

di Marco Iasevoli

Nel suo messaggio per la prossima Giornata mondiale della gioventù, che si celebrerà nelle diocesi il 5 aprile, domenica delle Palme, Benedetto XVI disegna un vero e proprio itinerario attraverso il quale i giovani possono incontrare “la grande speranza”.

È la struttura stessa del testo a suggerire l’idea di un percorso.

In prima battuta il Papa ha voluto dedicare ampio spazio al momento della concreta esperienza, in cui talvolta vince la disperazione e la sfiducia. “Penso”, dice il pontefice. “a tanti vostri coetanei feriti dalla vita, condizionati da una immaturità personale che è spesso conseguenza di un vuoto familiare, di scelte educative permissive e libertarie e di esperienze negative e traumatiche. Per alcuni – e purtroppo non sono pochi – lo sbocco quasi obbligato è una fuga alienante verso comportamenti a rischio e violenti, verso la dipendenza da droghe e alcool, e verso tante altre forme di disagio giovanile. Eppure, anche in chi viene a trovarsi in condizioni penose per aver seguito i consigli di cattivi maestri, non si spegne il desiderio di amore vero e di autentica felicità”.

La sete di bello, la sete di bene, la sete di felicità, seppur soffocata da tristi esperienze, non può spegnersi. E qui – seconda parte del messaggio – inizia il cammino vero e proprio. Il Papa pone al nostro fianco un testimone, Paolo: “Trovandosi immerso in difficoltà e prove di vario genere, Paolo scriveva al suo fedele discepolo Timoteo: ‘Abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente’ (1 Tm 4,10). Come era nata in lui questa speranza? Per rispondere a tale domanda dobbiamo partire dal suo incontro con Gesù risorto sulla via di Damasco. All’epoca Saulo era un giovane come voi, di circa venti o venticinque anni, seguace della Legge di Mosè e deciso a combattere con ogni mezzo quelli che egli riteneva nemici di Dio (cfr At 9,1). Mentre stava andando a Damasco per arrestare i seguaci di Cristo, fu abbagliato da una luce misteriosa e si sentì chiamare per nome: ‘Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?’. Caduto a terra, domandò: ‘Chi sei, o Signore?’. E quella voce rispose: ‘Io sono Gesù, che tu perseguiti!’ (cfr At 9,3-5). Dopo quell’incontro, la vita di Paolo mutò radicalmente: ricevette il Battesimo e divenne apostolo del Vangelo. Sulla via di Damasco, egli fu interiormente trasformato dall’Amore divino incontrato nella persona di Gesù Cristo”.

La strada percorsa da Paolo, dunque può essere intrapresa da molti anche oggi. In che modo? Qui – e siamo alla terza parte del messaggio – arriva la rivoluzione: mentre pensiamo di essere noi i cercatori di felicità, in realtà è Gesù stesso che ci cerca perché ci vuole felici. “Come un giorno incontrò il giovane Paolo, Gesù vuole incontrare anche ciascuno di voi, cari giovani. Sì, prima di essere un nostro desiderio, questo incontro è un vivo desiderio di Cristo”. Ed è bello anche ciò che emerge in filigrana da questa narrazione di Benedetto: Gesù soffre davvero, prova compassione dell’infelicità dei giovani. E l’infelicità dei giovani lo tormenta.

Come può, infine, un giovane accorgersi che dentro di lui sta maturando il desiderio di incontrare la grande speranza? “La Chiesa”, spiega il Papa, “ci insegna che il desiderio di incontrare il Signore è già frutto della sua grazia”. Intravista questa grazia, c’è solo da alimentarla, innanzitutto nella preghiera: “Quando nella preghiera esprimiamo la nostra fede, anche nell’oscurità già Lo incontriamo perché Egli si offre a noi. La preghiera perseverante apre il cuore ad accoglierlo, come spiega sant’Agostino: ‘Il Signore Dio nostro vuole che nelle preghiere si eserciti il nostro desiderio, così che diventiamo capaci di ricevere ciò che Lui intende darci’ (Lettere 130,8,17). La preghiera è dono dello Spirito, che ci rende uomini e donne di speranza, e pregare tiene il mondo aperto a Dio (cfr Enc. Spe salvi, 34). Fate spazio alla preghiera nella vostra vita! Pregare da soli è bene, ancor più bello e proficuo è pregare insieme…”. L’incontro intimo nella preghiera deve poi divenire esplosione di gioia nella comunità cristiana, nell’incontro con la Parola, nell’Eucarestia e nei Sacramenti.

Percorso concluso? Nient’affatto. La speranza, spiega il Papa, è performante. La sua azione non si conclude nell’isola felice – quando è felice – delle sacrestie. Lo spazio della speranza è il mondo. “Diventati suoi fedeli discepoli, sarete così in grado di contribuire a formare comunità cristiane impregnate di amore come quelle di cui parla il libro degli Atti degli Apostoli. La Chiesa conta su di voi per questa impegnativa missione: non vi scoraggino le difficoltà e le prove che incontrate. Siate pazienti e perseveranti, vincendo la naturale tendenza dei giovani alla fretta, a volere tutto e subito. Cari amici, come Paolo, testimoniate il Risorto! Fatelo conoscere a quanti, vostri coetanei e adulti, sono in cerca della grande speranza che dia senso alla loro esistenza…

Fate scelte che manifestino la vostra fede; mostrate di aver compreso le insidie dell’idolatria del denaro, dei beni materiali, della carriera e del successo, e non lasciatevi attrarre da queste false chimere. Non cedete alla logica dell’interesse egoistico, ma coltivate l’amore per il prossimo e sforzatevi di porre voi stessi e le vostre capacità umane e professionali al servizio del bene comune e della verità, sempre pronti a rispondere ‘a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi’ (1 Pt 3,15). Il cristiano autentico non è mai triste, anche se si trova a dover affrontare prove di vario genere, perché la presenza di Gesù è il segreto della sua gioia e della sua pace”.

Buona speranza a tutti!

Prenderci cura del creato

venerdì 6 marzo 2009
di Daniele Cane*

Non passa giorno senza che qualche giornale riporti qualche nuova inquietante “novità” a proposito del cambiamento climatico, delle sue conseguenze più o meno pericolose per l’ambiente e per l’uomo. I climatologi sono oramai pressoché unanimi nell’affermare che la Terra si sta scaldando: le serie storiche di misure da termometri, le misure indirette nei sedimenti marini, negli anelli degli alberi, nei coralli … tutto concorda nel rilevare un rapido aumento della temperatura media del pianeta (pari a circa 0,7-0,8 °C negli ultimi 100 anni).

Non si tratta del periodo più caldo della storia della Terra, ma del più rapido aumento mai osservato negli ultimi 100.000 anni, e sta provocando lo scioglimento dei ghiacciai alpini, l’aumento del livello del mare, lo scioglimento delle calotte polari, ad un ritmo mai registrato in precedenza. Gli ecosistemi naturali reagiscono con difficoltà a tale cambiamento, ma anche le popolazioni umane, in particolare nei paesi in via di sviluppo, stanno soffrendo le prime conseguenze di questo fenomeno.

Anche gli scenari previsti con l’uso di modelli climatici di circolazione globale sono inquietanti, con la previsione di un grave peggioramento delle condizioni del nostro pianeta in mancanza di interventi da parte dell’uomo: nella migliore delle ipotesi possiamo attenderci un aumento delle temperature globali di altri 1,8 °C entro la fine del XXI secolo, nella peggiore saranno oltre 4 °C in più (dati tratti dal rapporto IPCC 2007). Anche la distribuzione delle precipitazioni sul nostro pianeta è prevista cambiare in modo significativo, con la possibilità di vere e proprie migrazioni di persone e specie animali da luoghi divenuti rapidamente troppo aridi per sopravvivere verso altre terre. E anche in questo caso sarebbero proprio le Nazioni oggi più povere a sopportare il maggior peso dei cambiamenti climatici (rapporto UNEP 2008).

Di fronte a tale scenario come credenti dobbiamo porci delle domande, perché questo mondo, creato da Dio come meraviglia (“Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono” Gen 1,31), è stato affidato alla cura di ciascuno di noi.

Mons. Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, in un recente intervento sull’ambiente ha scritto: “All’origine della tensione, che si manifesta tanto a livello di sperequazioni e conflitti sociali, talora insanabili, quanto a livello di rapporto difficile con la natura, si può individuare la pretesa di esercitare un dominio incondizionato sulle cose da parte dell’uomo…

Il grande inquinamento delle idee, il primo grande e drammatico inquinamento che procede con l’uomo e si abbatte sulla natura, è l’inquinamento che c’è stato con questa idea di progresso di matrice illuministica nelle menti e nei cuori. Il primo processo di pulizia ambientale bisognerebbe farlo nella testa e nei cuori degli uomini…”

Troppo spesso la natura appare solo come uno strumento nelle mani dell’uomo, una realtà che egli deve costantemente manipolare con la tecnologia, nella convinzione errata che esiste una quantità illimitata di energie e di risorse da utilizzare e che gli effetti negativi della manipolazione dell’ordine naturale possano essere facilmente riassorbili… ma proprio i cambiamenti climatici, e l’inquinamento in generale, sono lì a ricordarci di quanto queste idee siano pericolose.

“Si è licenziato Dio, il Dio creatore e le cose non vengono più concepite come creatura.” (Mons. Crepaldi )

Ognuno di noi come uomo è responsabile verso l’ambiente comune di tutti gli uomini, quelli che vivono oggi e quelli che verranno in futuro. E’ giusto che pochi possano inquinare e sfruttare ciò che è di tutti? Che mondo trasmetteremo alle generazioni future?

I cambiamenti climatici possono farci riscoprire l’umiltà e la meraviglia nei confronti di questo mondo stupendo creato dal Signore. Saremo capaci di prenderci cura di esso, per noi e per i nostri figli? Sapremo “disinquinare” le nostre menti e i nostri cuori contro l’idea di poter possedere e sfruttare ogni cosa? Sapremo prenderci carico di questa responsabilità, insieme a tutte le persone di buona volontà che condividono la preoccupazione per il destino del nostro ambiente? Questa la nostra sfida, come cittadini e come credenti.

*socio ACI, meteorologo

Educatori, non psicologi

venerdì 6 marzo 2009
Intervista a Giancarlo Cesana, Comunione e Liberazione

La genialità di don Giussani è di essere stato un grande educatore. Cioè una persona che ha riflettuto sul cristianesimo, sulla propria esperienza, in un certo qual senso rendendolo consapevole per sé fino al punto di far diventare consapevoli gli altri.

Giancarlo Cesana cita il fondatore di Comunione e Liberazione, per spiegare qual è l’idea che CL ha dell’educazione.

Ma perché oggi viviamo in una situazione di difficoltà, “di emergenza educativa” per dirla con le parole di Benedetto XVI?
Oggi si pensa che l’educazione in fondo sia una sorta di branca minore della psicologia: non si sa quale è il proprium dell’educazione. Ho fatto molti incontri con studenti di pedagogia, di scienze della formazione, in cui domando sempre quale è la differenza tra l’educazione e la psicologia. Non sanno rispondermi! Infatti studiano l’educazione come se fosse psicologia. Per cui i bambini che educano sono dei “piccoli ammalati”, alla fine, da curare.
Mentre l’educazione si rivolge alla libertà. Questo è il problema: non si sa che cosa è la libertà! E non si sa che cosa è la libertà, perchè non si sa che cosa è la verità! C’è una grandissima confusione. Ecco, l’emergenza educativa!
Noi cerchiamo di intervenire sia con l’esperienza del Movimento, che ha come suo perno la Scuola di Comunità, che è una catechesi e poi facciamo proprio le scuole.

Qual è invece la riflessione del Movimento sul bene comune?
Il bene comune, che è il bene per tutti, è il bene. Perché quando si parla di bene comune è come se si dovessero prendere beni diversi e tirare fuori dei pezzettini. Il bene comune è bene! È il riconoscimento in comune del bene. Per cui contribuire al bene comune vuol dire portare avanti quello che è bene per sé, poiché se è bene per me, deve essere bene anche per gli altri. Perché altrimenti non è bene.

Quale contributo si aspetta dall’Azione Cattolica in questi due ambiti?
L’Azione Cattolica storicamente in Italia ha avuto un ruolo importantissimo, poiché è stata un po’ il “motore” indiretto della operosità cristiana, che è una tradizione tipica del nostro Paese. Anche in altri Paesi cattolici non c’è che i cattolici abbiano fatto le banche, gli ospedali, le scuole – certo, anche per la grande assenza dello Stato. La Democrazia cristiana, la politica…: l’Azione Cattolica è dietro tutto questo.

Questo è un giudizio storico o di prospettiva futura?
Secondo me è la stessa cosa, in fondo. Cioè, è una azione cattolica! È un movimento dei cattolici. Di coloro che essendo cristiani si muovono, si muovono da cristiani.

Dall’emergenza alla cura

giovedì 5 marzo 2009
di Mirella Arcamone (Presidente Nazionale MIEAC)

La voce di papa Benedetto, che si è alzata forte per chiamarci a leggere i segni del nostro tempo e ad amarne profondamente le donne e gli uomini, non trova l’Azione Cattolica impreparata. E, ciononostante, ci stimola tutti ad un rinnovato, appassionato, impegno. L’educazione, la compagnia educativa, la premura per le giovani generazioni è “il nostro proprio”. Il Movimento di Impegno Educativo nasce agli inizi degli anni Novanta grazie ad un’intuizione ‘profetica’ dell’AC: bisognava con forza, spirito di innovazione e ricerca, rimettere al centro l’educazione. Questa veniva avvertita come la questione fondamentale per la trasmissione della fede, per la costruzione di una comunità umana più solidale e giusta, per accompagnare nella crescita i giovani. Tre ‘soggetti’ bisognosi di cura emergevano: la condizione adulta, essa stessa caratterizzata dalla dimensione educativa; la relazione, luogo educativo per eccellenza; la città/le comunità, contesto fortemente influente (ed influenzabile) della (dalla) crescita della persona. Da allora, come Mieac proviamo a dare un contributo di discernimento, di progettazione, di innovazione metodologica, di apertura laicale e dialogica al mondo degli adulti e dei giovani educatori.

Oggi si tratta, a nostro avviso, di affrontare l’emergenza educativa senza rifugiarsi in un atteggiamento difensivo, come si rischia di fare nei tempi di crisi; al contrario, essa può diventare un ‘laboratorio di laicità’, terreno di incontro tra culture e fedi diverse, a condizione di spendersi insieme in un cammino di ricerca comune con chi crede nell’uomo e nella sua altissima dignità. Né allarmismo, né rassegnazione; né chiusura, né dispersione identitaria; né autoritarismo, né permissivismo. La nostra proposta è quella di assumere l’atteggiamento della cura. Essa chiede messa in gioco, disponibilità ad un cambiamento radicale come singoli e come comunità. La cura chiede vicinanza, premura, prevenienza, passione, competenza e capacità di attivare dinamiche di reale cambiamento. I giovani appaiono schiacciati dalla fatica di progettare il futuro in termini esistenziali, sociali, politici, assorbiti in emozioni forti, spesso incapaci di orientarsi intorno ad un nucleo identitario e costruire relazioni profonde e durature. Giovani che, come gli adulti e la società che li ha generati, rischiano di depotenziare persino le passioni più belle, che pure vivono ardentemente. Persino nelle nostre comunità osserviamo queste ambivalenze, vediamo emozioni, più che progetto e sistematicità, coinvolgimenti momentanei, più che ordinarietà di percorsi. Eppure, si osservano dei cambiamenti, si è passati da diffusi comportamenti di apatia, da un prevalente individualismo, prima a fenomeni di veemente antipolitica (non del tutto sconfitti!) fino a nuove (a volte ancora indistinte) forme di impegno sociopolitico: il volontariato, che dalla sfera individuale sembra spostarsi su quella del microsociale, fino pian piano al politico (l’impegno antimafia, una protesta studentesca ampia e dai contorni nuovi e tutti ancora da comprendere).
La cura, perciò, esige che gli adulti si riconoscano lucidamente come fragili essi stessi, spesso poco significativi, orfani dei ruoli tradizionali, tanto bisognosi di conferme affettive da rinunciare alla propria auterevolezza, tanto incerti da diventare stupidamente autoritari. Incerti e sradicati, spesso egocentrici, individualisti e timorosi, disintegrati nel nostro io ed orfani delle ideologie, costruiamo una società iniqua, attorno ai miti del denaro, del sesso e del potere. Se non assumiamo i nostri limiti, difficilmente sapremo farci compagni strada dei nostri ragazzi, più facilmente cadremo nel permissivismo o nell’ipocrita enunciazione astratta di valori che non testimoniamo. La cura chiede una ‘terza via’. Spinge ad assumere la fragilità con consapevolezza e come opportunità, come risorsa relazionale ed educativa; direi persino come segno dei tempi, volto moderno della tentazione, e insieme – se assunta come scoperta del limite della condizione umana – via di salvezza. Educare vuol dire ri-provare ad entrare in empatia, ad accogliere la vita, il desiderio di futuro, le aspirazioni di felicità che sottostanno a paure, sbandamenti e cadute di ciascuno dei ragazzi (che sono le nostre), dei giovani che ci sono affidati (e che a volte hanno anch’essi compiti educativi). I contesti educativi dovranno abbandonare atteggiamenti di chiusura o rifiuto reciproci. Non si tratta qui di rimpiangere nostalgicamente tempi nei quali famiglia, scuola, parrocchia, partiti, fungevano tout court da uteri capaci di generare personalità strutturate e compatte. Né di scaricarsi reciprocamente le responsabilità dei fallimenti educativi in atto. Caduta la forza intrinseca delle istituzioni, si tratta di conquistare condizioni educative e relazionali più autentiche, di generare contesti in cui le persone vengono stimate, non per quello che appaiono, o fanno o sanno fare, per il ruolo che sanno interpretare, ma per quello che realmente sono, con i dubbi e le incertezze, con la disarticolazione delle proprie parti. Un clima autentico, empatico favorisce la costruzione del vero sé, di un nucleo identitario ed orientante, aiuta le persone a togliere la maschera dietro la quale nascondono quanto di più vero sono, provano, credono, vivono, aiutandole a scegliere chi e come essere e vivere. Si tratta di rispettarne i confini psicologici, i tempi, la maturazione, i tentativi, gli sbandamenti; ma senza abdicare alla funzione educativa di cura: si tratta di accompagnare ogni ragazzo dalla percezione omologata ad una complessa ed articolata consapevolezza personale, critica, negoziata nella relazione, fino ad una capacità costruttiva di sé e dell’ambiente.
La cura, infine, esige anche capacità di riconoscere ed agire su quei meccanismi politici, sociali, ecclesiali, che quotidianamente influenzano in maniera sistematica, spesso sottovalutata, le possibilità degli adulti di incidere con l’azione educativa sulla strutturazione della personalità dei giovani: la città, in ognuna delle sue manifestazioni, educa, si pone come contesto di crescita o di perdita di sé. Una situazione di grave crisi economica, caratterizzata da un’iniqua distribuzione delle risorse che spinge alla chiusura e all’egoismo sociale – nella quale pure si intravedono faticosamente spinte solidaristiche dal basso; una politica interpretata come via per l’acquisizione del massimo potere e benessere individuale, rispetto alla quale timidamente i cittadini cercano di riassumere nuove vie di partecipazione democratica; un riacutizzarsi di fenomeni di intolleranza e razzismo implementati dai media e dagli opinion leaders, rispetto ai quali fanno resistenza insegnanti, associazioni di volontariato e gruppi ecclesiali; una preponderanza pseudo educativa dei mass e new media, all’invadenza dei quali si cerca faticosamente di resistere; la vita di tante comunità ecclesiali chiuse, autocentrate, impaurite, insieme ai tanti sforzi di rinnovamento messi in atto … sono fattori sistemici che, in un modo o nel suo opposto, incidono sulla crescita dei nostri ragazzi, sull’efficacia della nostra azione educativa, sullo sviluppo stesso di una comunità più umana; e sui quali, pertanto, bisogna saper agire.
Oggi si chiede all’A.C. – e, in essa, al Mieac – di farsi competente compagna di strada degli adulti e dei giovani educatori, dentro e fuori la comunità ecclesiale, di aiutarli nella lettura sapienziale della realtà, di elaborare ed attuare le migliori strategie, percorsi laboratoriali, coinvolgenti, motivanti, rigorosi e flessibili al tempo stesso. In questi anni il Movimento ha contribuito con il sito e la rivista ad un tentativo di lettura e proposta progettuale ed ha sperimentato più di un progetto di accompagnamento degli educatori, fino all’Educapolis ( insegnanti, genitori, catechisti, animatori, adulti … nelle parrocchie, ma più spesso nelle scuole, in collaborazione con associazioni, enti locali, università) – nella cura di sé, nell’acquisizione di competenze affettive, relazionali e comunicative; nell’educazione alla cittadinanza responsabile, alla legalità; nella prevenzione del disagio, nei progetti interculturali. Oggi sono in atto le prime esperienze di brevi e mirati percorsi intergenerazionali, che mettono insieme giovani e adulti a dibattere, discutere, simulare, gestire conflitti, costruire interpretazioni negoziate della realtà che viviamo, progettare interventi nella comunità e sul territorio.

Per approfondire:
• Mario Pollo, La complessificazione della società, in “Proposta Educativa” 1/2007
• Franco Cambi, Educare nella e per la complessità. Un compito ancora aperto, in “Proposta Educativa” 1/2007
• Vincenzo Lumia, Laicità alla prova, in “Proposta Educativa” 2/2007
• Mirella Arcamone, Don Milani. L’educazione, un laboratorio di laicità, in “Proposta Educativa” 3/2007
• Franco Venturella, Educare nel cambiamento, in “Proposta Educativa” 2/2008
• Mirella Arcamone, A proposito di “Cura educativa ed affettività”, in “Proposta Educativa” 2/2008
• Antonio Mastantuono, L’educazione fattore di sviluppo… la scelta del prendersi cura, Sussidio annuale Mieac 2008/09, fasc. secondo, Le schede bibliche

Cittadini di sana e robusta costituzione

giovedì 5 marzo 2009

di Saretta Marotta

A settembre del prossimo anno i nostri Pierini si ritroveranno una novità tra le materie del proprio curriculum scolastico. Si chiama Cittadinanza e Costituzione e sarà studiata dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria, dalle medie alle superiori. Annunciata già a fine ottobre 2008 con la legge 169 che l’ha introdotta nei programmi di tutte le scuole di ogni ordine e grado, da ieri mattina (4 marzo) la nuova materia scolastica ha “linee d’indirizzo” ben delimitate per ciascun percorso scolastico, linee che, pur nel rispetto del principio dell’autonomia didattica delle scuole, ne determinano dettagliatamente i contenuti e gli obiettivi di apprendimento. Presentandola a Palazzo Chigi, alla presenza del Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, il Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, ed don Luigi Ciotti, presidente di “Libera”, il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha assicurato: “non sarà la vecchia ora di Educazione civica, ma un’ora di educazione alla cittadinanza, per insegnare ai ragazzi i valori e i principi contenuti nella nostra Costituzione“.

Una dichiarazione d’intenti che suona più come un buon auspicio piuttosto che come esauriente spiegazione, ma per orientarsi meglio viene in soccorso l’atteso documento d’indirizzo, presentato per l’appunto il 4 marzo.

Innanzitutto “verrà utilizzato il monte ore dell’orario scolastico, senza aggiunte” – ha detto la Gelmini – “quello che si chiede agli insegnanti è uno sforzo congiunto, una sinergia per offrire l’educazione ai principi costituzionali”. 33 ore annuali dunque, un’ora a settimana, che saranno ricavate dall’attuale orario delle aree storico-geografica per il primo ciclo e storico-sociale per medie e superiori. Il fatto che non si tratti di una riedizione spolverata dalla vecchia educazione civica o dell’interdisciplinare e trasversale “educazione alla convivenza civile” introdotta tra gli OSA (obiettivi scolastici di apprendimento) della Moratti, dovrebbe assicurarlo il fatto che la nuova materia avrà anche una valutazione autonoma e specifica.

Il che vuol dire, da parte degli studenti, che Citt. e Cost. fa media e va studiata al pari delle altre materie, mentre da parte dei docenti il suo insegnamento non è più lasciato alla loro discrezionalità. Una buona differenza rispetto al passato, dunque, che può in qualche modo farci ben sperare.

Per Luciano Corradini, pedagogista e presidente della commissione che ha elaborato le linee guida della nuova materia, è proprio perché la vecchia educazione civica era ininfluente sul profitto degli studenti, che essa era rapidamente scivolata nella marginalità: “Finalmente viene previsto uno specifico tempo scuola per consentire ad un docente, sia egli di storia, di filosofia o di diritto, di sviluppare con perizia didattica l’insegnamento e l’apprendimento della costituzione come disciplina autonoma e di trovare intese con i colleghi, perché ciascuno concorra, come educatore e come titolare della sua disciplina, a quell’educazione civica, che abbiamo chiamato ‘educazione alla cittadinanza e cultura costituzionale’”. Attraverso insomma lo strumento del tempo dedicato e della valutazione distinta, così come perseguito in altri paesi come la Spagna, si dà rilevanza sociale a questo specifico sapere culturale. E gli effetti saranno valutabili alla fine del prossimo anno scolastico.

Il secondo sostantivo che denomina la nuova materia di studio determina la vera innovazione del provvedimento. Raccogliendo gli innumerevoli appelli del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, lo studio della Costituzione entra nelle scuole dal portone principale, saltando l’iter delle tradizionali finestre tra un buco e l’altro nel programma di tal o tal altra disciplina. Quest’ingresso lo compie anche attraverso l’apertura delle scuole a “testimoni”: dalle forze di polizia ai carabinieri, alle associazioni ambientaliste e antimafia, perché ci sarà spazio anche per l’educazione ambientale, ai sani stili di vita e ad una corretta alimentazione.

Dal decreto Moro del 1958 che introdusse per la prima volta l’insegnamento dell’educazione civica, siamo forse ad un punto di svolta che non può non farci che ben sperare per i nostri studenti, i nostri Pierini. In ultima analisi, anche i decreti delegati del ’74, quelli che introdussero forme di partecipazione democratica alla vita delle scuole (gli Organi collegiali, per intenderci), così come lo Statuto delle studentesse e degli studenti, sono da inserire in questa storia di nobili tentativi e buoni propositi, e la nuova disciplina tende a rilanciare, tra le altre cose, quali la valutazione del comportamento non solo in chiave sanzionatoria, ma anche come mezzo per premiare l’apprendimento del “convivere civile”, proprio questo strumento partecipativo, come pure il ruolo delle associazioni studentesche, mettendo in evidenza come la scuola non possa vivere senza la partecipazione attiva e propositiva di tutti i soggetti che la compongono, compresa la componente degli studenti. “L’esercizio della democrazia, infatti, – recita il documento d’indirizzo preparato dalla commissione Corradini – è un diritto-dovere che va appreso e praticato giorno per giorno fin dalla più giovane età”. “La scuola – continua il documento – è la palestra ideale di questa pratica, quando sviluppa nella persona che apprende la consapevolezza dei propri percorsi formativi e favorisce e sostiene un processo relazionale finalizzato alla crescita globale, nella convinzione che le ragazze e i ragazzi, attraverso l’assunzione di responsabilità partecipative, si educhino al confronto ed imparino le regole fondamentali del vivere sociale.”

Ai posteri, ovvero gli studenti del prossimo anno, di ogni ordine di studi, valutare se si è fatto onore alle buone intenzioni e se la scommessa sarà stata finalmente vinta.

Licenziare il boia

martedì 3 marzo 2009

Vabbè, uno spererebbe che certe decisioni possano essere prese in base a idealità più alte. Ma di questi tempi accontentiamoci di pensare che non tutti gli effetti della crisi vengano per nuocere…

25 febbraio 2009: in questi tempi di crisi economica generale, gli alti costi legati alla pena di morte potrebbero portare diversi Stati Usa alla sua abolizione.

Tra gli ultimi a ribadire la “non economicità” della pena capitale in tempi di crisi è stato il governatore del Maryland, il Democratico Martin O’Malley, che nei giorni scorsi ha spiegato come «Condannare a morte un omicida costa tre volte tanto che condannarlo al carcere».

Cattolico Democratico da sempre contrario alla pena di morte, O’ Malley ha citato uno studio dello Urban istitute su 1.227 casi di omicidi commessi nel Maryland dal 1978 al 1999, dopo che negli Stati Uniti è stata riammessa la pena di morte, abolita in precedenza dalla Corte Suprema. Secondo l’Urban Institute, le condanne di un assassino alla detenzione costarono in media 1 milione 100 mila dollari l’una; le condanne a morte richieste dal Pubblico ministero ma respinte dalla Corte costarono 1 milione 800 mila dollari e le condanne a morte ottenute costarono oltre 3 milioni di dollari. «Quando vi è di mezzo la sentenza capitale» ha osservato il Governatore «i processi, i ricorsi, la sorveglianza in carcere, tutto si moltiplica e diventa molto più caro».

Attualmente, la pena di morte è prevista in 36 dei 50 stati americani. Ma oltre che in Maryland, anche in Colorado, Kansas, Montana, Nebraska, New Hampshire e Nuovo Messico governatori e parlamenti locali hanno presentato dei disegni di legge per la sua abolizione.

Bill Richardson, il governatore del Nuovo Messico, ha dichiarato che se dopo la Camera anche il Senato voterà sì, firmerà subito la messa al bando delle sentenze capitali. «In questa era di austerità bisogna risparmiare» ha detto.

Richardson ha ammesso che vi sono anche altri motivi per cambiare la legge: «Il più grave è che a volte sono stati condannati a morte degli innocenti». Nel Kansas, la senatrice Carolyn McGinn, una Repubblicana, ha proposto che la pena di morte venga abolita a luglio «perché il bilancio statale è in deficit e risparmieremmo mezzo milione di dollari per ogni condannato».

Per saperne di piu’ : http://www.telegraph.co.uk/finance/financetopics/financialcrisis/4808438/Global-financial-crisis-could-put-an-end-to-the-US-death-penalty.html

(comunicato stampa di “Nessuno tocchi Caino)

Il Talmud al posto delle circolari ministeriali

domenica 1 marzo 2009
“Il mondo esiste solo per il respiro dei bambini che vanno a scuola”, scrive il Talmud. O si ha questa percezione del valore della formazione e della cultura oppure non c’è progetto di riforma della scuola che possa riuscire.
I passi del Talmud relativi all’educazione ci accompagnano in modo particolarmente acuto e possono essere motivo di riflessione non banale.
“Se ti sei acquistato la conoscenza, che ti manca? Se ti manca la conoscenza, che ti sei acquistato?”. Un presidente del Consiglio si vanta di non leggere romanzi da decenni. Un suo ministro per molti faticosi minuti durante una intervista non riesce a citare un solo libro che ha letto.

Per i pii ebrei che hanno redatto il Talmud e lo hanno usato per la preghiera e come guida per la vita quotidiana, nulla forse è più importante che ricostruire il Tempio di Gerusalemme distrutto dagli invasori. Eppure si legge: “Non so può sospendere l’istruzione dei bambini neppure per la ricostruzione del Tempio”. Le nostre scuole sono ospitate in ambienti spesso cadenti, i finanziamenti sono sempre più esili.

“Una città in cui non ci sono bambini che vanno a scuola sarà distrutta”. Una vecchia omelia narra di come dei pagani volevano distruggere Israele. I loro saggi dissero ai capi militari: “Andate alle loro Scuole e se colà sentirete il rumore dei bambini che ripetono le loro lezioni non potrete lottare contro di loro”. Ma noi affidiamo la sicurezza all’esercito che pattuglia la strade. Non ci rendiamo conto di quanta tensione sia evitata per l’accoglienza e l’integrazione che si fa nelle scuole, per la capacità di comprensione e per la conoscenza reciproca che può avvenire tramite lo studio, per le competenze e il know how che le nuove generazioni possono apprendere, strumenti fondamentali di successo in un mondo globalizzato. “Gerusalemme fu distrutta solo perché la gente trascurava di mandare i bambini a scuola”.
Il Talmud ha le idee molto chiare in fatto di sicurezza (un bene molto importante…). Si narra infatti di tre Dottori che hanno il compito di redigere un “libro bianco” (o un rapporto Ocse…) sullo stato dell’educazione in Palestina. A un certo punto “giunsero in un luogo dove non c’erano maestri. Dissero agli abitanti: Conduceteci quei che proteggono la città. Ed essi condussero la guarnigione militare. I Dottori esclamarono: Non sono questi i protettori della città, ma i distruttori! E quali sono, allora – fu loro domandato – quei che la proteggono? I maestri, risposero”.

L’istruzione e la formazione si fanno in una relazione interpersonale, che riguarda piccoli numeri e ha bisogno di pazienza e tempo (dice il Talmud: “un uomo irascibile non può insegnare”), ma se lo si fa in modo costante ha un effetto ampio e duraturo, mettendo in gioco nuove forze:
“Che faccio? Vado e filo del lino, intreccio reti e caccio cervi. Nutro degli orfani con la carne; concio le pelli per farne pergamene e scrivo una copia del Pentateuco. Vado in un posto e istruisco cinque bambini nei cinque libri di Mosè e sei bambini nei sei ordini della Mishnah, quindi dico loro: Fino al mio ritorno, insegnatevi a vicenda il Pentateuco e la Mishnah. Con questo sistema salvo la Torah dal venire dimenticata da Israel”.
Prendersi cura del cibo e dell’istruzione, coinvolgere gli studenti nei processi formativi, compartecipi di una comunità dell’apprendimento. Ma noi purtroppp abbiamo altre priorità politiche ed economiche, e vediamo la scuola come passivo e stanco esercizio di routine.

“Il numero massimo di alunni elementari che possa venire affidato a un solo maestro è di venticinque; se ve ne sono cinquanta occorre provvederne un secondo; se sono quaranta, può essere assunto uno studente più anziano per assistere il maestro”. Non è una circolare ministeriale che finalmente si sia convertita alla semplicità di sintassi , ma sempre il Talmud. Una lettura che potrebbe risparmiare al Ministero qualcosa costosa consulenza.

Anselmo Grotti

(Da “Nuova Secondaria” dicembre 2008)

Il Fatto del Giorno | L'editoriale | L'intervista | Dialogando | L'aria che tira | Sul Sentiero d'Isaia