Ripartiamo dalla Famiglia
martedì 24 marzo 2009Intervista a Salvatore Martinez, Presidente di Rinnovamento nello Spirito Santo
“Per un cristiano prendersi cura significa prima di tutto avere a cuore: credo sia necessario avere una grande compassione per questo nostro tempo, sentirci prima di tutto davvero prossimi alle povertà di oggi, povertà morali, spirituali e poi evidentemente anche relazionali”.
Salvatore Martinez, presidente del Rinnovamento nello Spirito Santo, interpreta così quella che Benedetto XVI ha definito l’emergenza educativa. Ma su cosa punta in particolare l’impegno educativo del Rinnovamento?
Bisogna partire dalla famiglia. Noi avvertiamo quanto sia importante ripristinare le memorie e credo che un ruolo decisivo nella cura educativa sarà proprio quello di riaffermarle. Le memorie valoriali, sociali, e anche la memoria dello stare insieme, che ci permette di ricordare come noi costruiamo i rapporti di fraternità, di amicizia, di prossimità e quindi di come costruiamo la storia e il tessuto sociale. Al contrario l’oblio delle memorie rende spesso afasico il nostro parlare e apatico il nostro rapportarci agli altri. Il cristiano è il simpatico per eccellenza, cioè è colui che entra nelle realtà con il tono dell’amore generando una compagnia, una fraternità, una amicizia. Per me questo è il fondamento della cura educativa, altrimenti proporremo programmi, percorsi ideali, ma senza un cuore, senza la vicinanza interiore e la dimensione spirituale. Noi invece dobbiamo porci con grande umiltà dinanzi a questa richiesta di senso e di aiuto che ci sta attorno.
Bisogna cominciare, lo ribadisco, dalla famiglia perché l’egoismo generazionale di molti padri e di molte madri hanno confinato i giovani in una condizione di orfani, facendo mancare loro il contatto con gli ideali superiori. Così tutto si disfa, tutto diventa fragile. In questo modo fare crescere, perché questo significa educare, diventa difficile.
Mi pare che nel suo discorso l’impegno educativo sia fortemente legato alla costruzione del bene comune…
Il bene comune ha evidentemente nella cura educativa un ruolo fondamentale, perché se il bene comune presuppone una coscienza comune, questa coscienza deve essere costruita e fondata sulla verità. Ma la verità è il dato complesso del saper vivere, del saper giudicare il bene e il male, del saper costruire in una realtà di solidarietà, di sussidiarietà, di responsabilità, a partire dal territorio, a partire dalle nostre società. Quindi il bene comune è in fondo il riverbero, il riflesso sociale di questa cura educativa. Ma non ci sarà bene comune se non saremo capaci di riportare al centro della questione sociale e della questione morale, l’originalità e quindi il fascino del Vangelo.
Il Vangelo si declina in tutte le sue espressioni: c’è il Vangelo della vita, c’è il Vangelo della famiglia, c’è il Vangelo dell’economia, della politica, del volontariato: ha infiniti colori! Von Balthasar dice che così nascono i nuovi carismi. Questo sguardo di una finestra che si apre e si vede finalmente la realtà in un modo nuovo.
Ecco il bene comune è questa capacità di vedere la poliedricità, la bellezza, la fantasia del Vangelo, nella sua coniugabilità in tutti quegli stili di vita umana di cui la realtà ha bisogno. Se questi stili di vita poi sono improntati dal Vangelo e quindi si fanno cristiani, ecco che l’originalità della nostra fede ritorna e si fa storia, si fa Provvidenza.
Quale contributo invece vi aspettate dall’Azione Cattolica sia per quanto riguarda il compito educativo che per quello della costruzione del bene comune?
L’uno e l’altro tema sono parte del Dna dell’Azione cattolica, della sua storia, della sua originalità, e, guardando al nostro tempo, della sua attualità. Ho avuto modo di frequentare negli ultimi anni Paola Bignardi, Luigi Alici e adesso Franco Miano e li vedo animati da questa passione di ricerca e di testimonianza. Il mio auspicio è che l’Azione Cattolica – che non credo affatto abbia esaurito la sua profezia e il suo ruolo sia nel dibattito sociale che nella realtà delle nostre comunità ecclesiali, dove non solo è presente, ma è anche efficacemente operante – possa continuare a svolgere questo preziosissimo lavoro. La formazione delle coscienze è già di per sé costruzione della dimensione sociale; l’attenzione per il bene comune è già di per sé rinnovamento della storia, rinnovamento della realtà.
Una associazione storica e così articolata al proprio interno che si ripensa, che sente ansia di rinnovamento, di cambiamento, che sempre più si fa interprete di dialogo e di condivisione, certamente ha già imboccato la strada che la proietta ancor di più decisamente verso il futuro. E credo che di questo tutti abbiamo di che rallegrarci in spirito di sincera fraternità e comunione ecclesiale.









