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Archivio di marzo 2009

Adulti e cura educativa: sfide e responsabilità

martedì 31 marzo 2009

di Maria Graziano *

Come adulti, sentiamo particolarmente radicata nella nostra condizione la cura educativa, la formazione delle nuove generazioni, la custodia e la trasmissione di quel tesoro che di generazione in generazione si tramanda come dono e rendimento di grazie.

Sentiamo la necessità di condividere i problemi dell’educazione, affrontando le urgenze che il nostro tempo ci propone, e di impegnarci, come sempre, ad accompagnare il cammino di formazione di una coscienza laicale matura attraverso una proposta ordinaria, popolare, permanente. È una sfida e un compito che vogliamo assumerci proseguendo la tradizione dell’impegno educativo dell’AC, che per noi significa anche consegnare alle nuove generazioni quel patrimonio di storia, di vita cristiana, di attenzione al tessuto sociale e civile che è ed è stata l’Azione Cattolica.

Il triennio che stiamo vivendo, in continuità con le scelte di quello precedente, ci richiede di investire sempre più nel dialogo intergenerazionale, che il settore adulti già sperimenta costantemente al suo interno: dialogo tra i più giovani e i più adulti, tra i nonni e le giovani famiglie o le giovani coppie.

Tale dialogo richiede capacità di “generare”: come può un adulto condividere e trasmettere un patrimonio di valori alle giovani generazioni, se non “generandolo” da una vita piena? Solo un adulto maturo può gestire il processo educativo dei più piccoli e dei più deboli con consapevolezza, con padronanza di sé, accettandone la fatica e formandosi ad assumere i compiti che esso comporta.

Questo significa anche passare dalla concezione di chi considera scontato l’apprendistato alla vita adulta, come dimensione di un “destino” inevitabile, alla consapevolezza che all’educativo spetti sempre intraprendere una trasformazione interiore, morale e civile insieme, e, dunque, a sua misura, questa dimensione è tipica anche dell’esperienza dell’adulto.

Ci pare poi una sfida interessante dipanare i nodi critici che separano i giovani dalla fede, diventando sempre più capaci di una testimonianza semplice e viva, ma anche della profondità di argomentazioni che le nuove generazioni chiedono. Dialogo intergenerazionale significa testimoniare che è possibile essere persone mature, adulte, però ancora in cammino, sia spiritualmente che culturalmente; essere capaci di andare oltre le apparenze, fare riemergere le persone dall’indifferenza, affinché prendano coscienza delle loro domande nascoste, facendo evolvere i bisogni in desideri. Occorre superare la cultura dell’immediato, e far luce sul desiderio di Assoluto presente in ciascuno, che si esprime nella ricerca di bellezza, giustizia, pace.

Da questa consapevolezza matura l’ordinarietà dello spendersi per il bene comune, che rappresenta la cifra più caratteristica dell’impegno dei laici adulti di AC. E questo è possibile continuando a lavorare per una formazione sociale e politica, parte integrante, non accessoria, dei cammini di fede e di spiritualità.

L’adulto infine vive e crea relazioni che possono generare e diventare legami. Curare con intento educativo la comunicazione, la narrazione delle esperienze e la loro messa in rete, costituisce la ricchezza dell’essere associati.

*Vicepresidente nazionale per il Settore Adulti di ACI

L’uomo, questo sconosciuto

martedì 31 marzo 2009

di Giovanni Grandi

«È indubbiamente quanto di più bello io abbia letto». Così scriveva Hermann Hesse, a proposito di un piccolo ma indimenticato lavoro di Martin Buber, Il cammino dell’uomo. E la firma che aveva raccontato l’appassionante camminare di Siddartha aggiungeva: «Lascerò che mi parli ancora molto spesso».

Parlarne ancora, parlarne spesso: sembra sia l’inevitabile destino del tema “uomo”, o meglio del tema “senso della vita dell’uomo”. Si tratta di un destino inevitabile perché per certi versi scopriamo di essere distanti un soffio dall’umanità dei tempi antichi, dalle sue ansie e dalle sue speranze, ma per altri misuriamo una distanza enorme, fatta di tecnologia, di sapere scientifico, di capacità di manipolazione della realtà, di acquisizioni in materia di diritti fondamentali. Ci rendiamo cioè conto che gli interrogativi sono quelli di sempre, ma che le situazioni sono inedite: “antiche domande e nuove sfide”, dunque.

Con il primo “Dossier” dell’anno 2009 («L’uomo questo sconosciuto: antiche domande e nuove sfide»), Dialoghi – la rivista culturale promossa dall’AC e dagli Istituti “Vittorio Bachelet” e “Paolo VI – vuole esplorare le sfide e misurare le preoccupazioni che sollecitano l’istruzione di una “questione antropologica”; certo è che se le nuove sfide cessassero di sollevare le antiche domande qualche minima ragione di allarme potrebbe risultare giustificata. Occorre allora anzitutto cogliere in quali modi l’antropologia sia oggi messa in questione: è sfidata – non necessariamente in senso deteriore, ma anzi in senso costruttivo e innovativo – dal punto di vista della visione d’insieme dell’umano? È sfidata nella capacità di esprimere con categorie e linguaggi accessibili i grandi problemi del vivere? È sfidata a partire dagli interrogativi etici che sollevano le nuove soluzioni tecnologiche? È sfidata nell’ineludibile compito educativo, che in maniera più o meno forte, ogni generazione avverte come una precisa responsabilità? È sfidata dai singoli casi e dai molti dibattiti che orientano oggi l’attenzione del grande pubblico, soprattutto sugli inizi e sulla fine della vita?

Probabilmente l’antropologia si trova oggi a dover fare i conti con tutti questi fronti e allora viene da chiedersi se la preoccupazione di fondo non sia proprio quella di restare prigionieri di problematiche parziali, di dibattiti particolari, senza che ci siano il tempo e la distensione per allargare gli orizzonti, per dilatare lo sguardo e maturare un punto di vista non occasionale.

A ben guardare si tratta poi di una preoccupazione che accompagna ormai in maniera stabile la stessa riflessione filosofica: fin dalla prima metà del Novecento, Ernst Cassirer denunciava la difficoltà nel rinvenire un “filo di Arianna”, che consentisse di fare rotta verso una conoscenza profonda, integrata e non parcellizzata del vivere dell’uomo. Indubbiamente i molteplici accessi all’umano della società contemporanea (dalla psicanalisi alle neuroscienze) hanno offerto nuovi approcci, ma hanno reso ancor più marcata questa difficoltà, facendo proprio maturare l’idea che vi possa essere uno smarrimento non solo delle antiche risposte, ma persino delle antiche domande.

Al di là però dei confini della riflessione filosofico-antropologica rimane la problematicità della vita ordinaria: le generazioni più giovani, che iniziano a fare i conti con la prospettiva di una “crisi” di più lungo periodo e ormai vedono infranto il mito delle “magnifiche sorti e progressive”, si accorgono di doversi cimentare con scelte di senso, con opzioni di vita – professionale, relazionale etc – che richiedono di chiarire a se stessi cos’è felicità, cos’è realizzazione, cos’è qualità della vita, cosa dignità umana. È probabilmente questo il lato più rilevante della “questione antropologica”: uno screening degli scenari, del contesto e dei dibattiti – ed il fascicolo ne recensirà alcuni dei più interessanti, da quello sul post-umano a quello sul rapporto tra maschile e femminile – potrà servire a perlustrare il terreno ed i sentieri su cui poi, più da vicino, occorrerà capire come poter camminare di buon passo.

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L’oro blu dell’Amazzonia

martedì 31 marzo 2009

di Lucia Comaschi e Fabio Mazzocchi – Vicepresidenti giovani AC di Lodi

Quest’estate l’Azione Cattolica di Lodi proporrà ai giovani dai 20 ai 30 anni una gamma di esperienze diverse fra loro ma, nello stesso tempo, arricchenti dal punto di vista della formazione, della spiritualità, delle relazioni e della cultura.

Per favorire una riflessione educativa sulla apertura all’”altro”, oltre ai campi nazionali (occasione unica per conoscere e vivere l’AC nella sua completezza e varietà), al campo educativo (momento di formazione a livello diocesano), al campo giovani (a Monaco-Dachau in collaborazione con l’Azione Cattolica della diocesi di Milano), quest’anno è stato programmato un viaggio in Amazzonia organizzato da Don Luca Maisano, Responsabile del Centro Missionario Diocesano di Lodi.

Le motivazioni di questa scelta sono molteplici: innanzitutto offrire ai giovani la possibilità di vivere durante l’estate almeno un’esperienza significativa seguendo le loro inclinazioni e i loro gusti, favorire la collaborazione tra uffici/movimenti/associazioni presenti nel territorio o fuori diocesi. In particolare ci è sembrata un’ottima occasione per toccare con mano cosa significa essere missionari: l’AC ci insegna ad esserlo nei luoghi di vita, ma andare in missione è diverso!

Per questo il Consiglio Diocesano, la Presidenza e la Commissione giovani di AC hanno accolto la proposta del Centro Missionario di un viaggio a Gurupa in Amazzonia, a visitare la parrocchia di Don Giulio Luppi. Il campo avrà come tema fondamentale l’acqua, che è allo stesso tempo ricchezza e maledizione per le popolazioni che vivono sul Rio delle Amazzoni. Inoltre l’intera Diocesi di Altamira, di cui Gurupa è una delle parrocchie, è attivamente impegnata, sotto la guida del suo Vescovo Mons. Erwin Krautler Presidente del Cimi (Consiglio Indigeno Missionario), nella lotta per salvaguardare i diritti delle minoranze indigene, i diritti umani e la conservazione dell’habitat della foresta pluviale in Brasile e nell’intera regione amazzonica. Ai giovani è chiesto, oltre ad un grande spirito di adattamento, di tuffarsi nella realtà concreta della missione tramite incontri effettivi con la comunità locale e con il lavoro stesso, inserendosi in alcuni ambiti propri del luogo come la pesca, la coltivazione, la cucina e l’edilizia locale.

Con un’esperienza così forte dal punto di vista ambientale, ai giovani viene offerta la possibilità di riflettere sulla loro realtà quotidiana e sulle loro abitudini: le esigenze delle popolazioni indigene nel cuore della foresta Amazzonica sono completamente diverse dalla frenetica Milano a cui siamo abituati… Vivere la missione vuol dire avere la possibilità di “toccare con mano” la diversità e le difficoltà del “Sud del Mondo” e per questo offre ai giovani l’occasione di pensare alle grandi e sempre discusse differenze sulla distribuzione delle ricchezze.

Non solo, un viaggio organizzato per giovani, in una realtà missionaria e per di più dall’altra parte del mondo, può fa nascere tra le persone che vi partecipano un’intesa e una solidarietà che vanno oltre la concezione di gruppo-vacanza o di amicizia, oppure (e ce lo auguriamo) il desiderio di fare un’esperienza più prolungata di missione. Inoltre anche le nostre comunità possono arricchirsi di questa esperienza: tramite il racconto vengono trasmesse emozioni e le parole acquistano un significato importante per il quale chi ascolta viene conquistato dalle immagini e non può non esserne coinvolto.

Il riflesso dal punto di vista educativo e formativo è enorme sia per la persona che per la collettività: è il tesoro che vogliamo trovare con questo viaggio nel cuore dell’Amazzonia.

Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote

venerdì 27 marzo 2009

di Domenico Sigalini

Grazie Santità per avere indetto un anno sacerdotale, un tempo che ricordando il Santo Curato d’Ars, permette a tutti i presbiteri di ritrovare l’incandescenza della loro donazione a Dio, e alla comunità dei credenti di riflettere, pregare, dialogare, apprezzare e condividere con i presbiteri il dono del ministero sacerdotale che hai donato alla Chiesa e al mondo.

È un tempo in cui possiamo dar voce ad alcuni sentimenti e sensazioni che come preti stiamo vivendo in questo tempo: stanchezza, smarrimento, routine, debolezza, incomprensione, percezione di essere cultori di un sacro che consola alcuni, ma che alla fine nelle cose più importanti della vita non conta. Sì, serve ancora nei casi disperati, nella morte, qualche volta nelle malattie, nella vita privata, ma non è chiamato in causa per impostare una vita della famiglia e della società più giusta. Le giovani generazioni sono altrove, facciamo fatica a dialogare con loro, a renderle sensibili alla voce dello Spirito. La gente ci vuole bene, ma non fa un salto di qualità nella fede. Oggi la fede ha bisogno di essere rigenerata per essere disponibile alle domande degli uomini, ma siamo sempre ai primi passi. Noi preti siamo mangiati dalla vita ordinaria, dal compito pure necessario di offrire i sacramenti, che spesso giungono su un popolo che non li accoglie con fede, ma per tradizione, l’evangelizzazione sembra dover prendere altre strade, che non sono le nostre.

Sentiamo di far parte di una comunione, ma ne vediamo solo i frammenti, ad essi ci attacchiamo, non siamo capaci di lavorare assieme, ma abbiamo alcune verità che ci danno speranza.

Ogni giorno, anche se un po’ assonnati, sia giorno di festa o di lutto, di fatica o di riposo, noi possiamo sempre dire, quando recitiamo le lodi: Tu Signore sei benedetto, sei grande, perché anche oggi ci hai visitato, non ci abbandoni, ci sveli la bontà misericordiosa del nostro Dio.

Gesù è sempre il centro della nostra vita, il sole di ogni giornata, l’amore per la cui attesa non riusciamo a stare fermi, colui su cui scarichiamo le nostre paure e le nostre rabbie, i nostri pensieri di lode e le nostre domande che restano anche tanti giorni senza risposta, i nostri bisogni di essere capiti e forse anche coccolati.

Vogliamo sempre mettere al centro l’Eucaristia: è per noi una necessità, un obbligo che abbiamo verso di noi, per radicarci nell’essenziale della nostra vita di preti e verso la gente per riportarla a pensare su quale è il cuore della nostra presenza di presbiteri. Quasi a dire: cari fedeli, abbiate pietà di noi, ma in una cosa non vi deludiamo: Cristo ve lo presentiamo sempre, ogni giorno, ogni domenica: la salvezza è Lui. Potremmo essere anche meno orsi, più affabili, più generosi, meno litigiosi, più dedicati, più preparati culturalmente (quante cose dobbiamo farci perdonare!), ma su questo siamo fieri di essere con voi tutti i giorni per non farvi mancare la misura dell’amore di Dio.

Il parlamentare, mestiere a rischio (del ridicolo)

giovedì 26 marzo 2009

Sicuramente uno dei più grandi successi editoriali degli ultimi anni è stato “La casta”, dei giornalisti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. I quali scrivono…

Nelle bellissime agende da tavolo e agendine da tasca del Senato, appositamente disegnate per il 2009 dalla fashion house Nazareno Gabrielli, tra i 365 giorni elegantemente annotati ne manca uno. Il giorno con il promemoria: «Tagli ai costi della politica». A partire, appunto, dal costo delle agendine: 260.000 euro. Mezzo miliardo di lire. Per dei taccuini personalizzati. Più di quanto costerebbero di stipendio lordo annuo dodici poliziotti da assumere e mandare nelle aree a rischio. Il doppio, il triplo o addirittura il quadruplo di quanto riesce a stanziare mediamente per ogni ricerca sulla leucemia infantile la Città della Speranza di Padova, la struttura che opera grazie a offerte private senza il becco di un quattrino pubblico e ospita la banca dati italiana dei bambini malati di tumore. [...]

L’andazzo degli ultimi venti anni è stato tale che, per forza d’inerzia, i costi hanno continuato a salire. Al punto che i tre questori Romano Comincioli (Pdl), Benedetto Adragna (Pd) e Paolo Franco (Lega Nord), nell’estate 2008, hanno ammesso una resa senza condizioni scrivendo amaramente nel bilancio: «Non è stato possibile conseguire l’obiettivo di inversione dell’andamento della spesa in proposito fissato dal documento sulle linee guida». Risultato: le spese correnti di Palazzo Madama, nel 2008, sono salite di quasi 13 milioni rispetto al 2007 per sfondare il tetto di 570 milioni e mezzo di euro. Un’enormità: un milione e 772.000 euro a senatore. Con un aumento del 2,20%. Nettamente al di sopra dell’inflazione programmata dell’ 1,7%. Colpa di certe spese non facilmente comprensibili per un cittadino comune: 19.080 euro in sei mesi per noleggiare piante ornamentali, 8.200 euro per «calze e collant di servizio» (in soli tre mesi), 56.000 per «camicie di servizio » (sei mesi), 16.200 euro per «fornitura vestiario di servizio per motociclisti ». Ma soprattutto dei nuovi vitalizi ai 57 membri non rieletti e dei 7.251.000 euro scuciti per pagare gli «assegni di solidarietà» ai senatori rimasti senza seggio. Come Clemente Mastella. Il cui «assegno di reinserimento nella vita sociale» (manco fosse un carcerato dimesso dalle patrie galere) scandalizzò anche Famiglia Cristiana che gli chiese di rinunciare a quei 307.328 euro e di darli in beneficenza. Sì, ciao: «La somma spetta per legge a tutti gli ex parlamentari». Fine. Grazie alle vecchie regole, il «reinserimento nella vita sociale» di Armando Cossutta è costato 345.600 euro, quello di Alfredo Biondi 278.516, quello di Francesco D’Onofrio 240.100. Un pedaggio pagato, ovviamente, anche dalla Camera. Dove Angelo Sanza, per fare un esempio, ha trovato motivo di consolazione per l’addio a Montecitorio in un accredito bancario di 337.068 euro. Più una pensione mensile di 9.947 euro per dieci legislature. Pari a mezzo secolo di attività parlamentare. Teorici, si capisce: grazie alle continue elezioni anticipate, in realtà, di anni «onorevoli » ne aveva fatti quattordici di meno. Un dono ricevuto anche da larga parte dei neo-pensionati che erano entrati in Parlamento prima della riforma del 1997 e come abbiamo visto si erano tirati dietro il privilegio di versare con modica spesa i contributi pensionistici anche degli anni saltati per l’interruzione della legislatura. Come il verde Alfonso Pecoraro Scanio, andato a riposo a 49 anni appena compiuti con gli 8.836 euro al mese che spettano a chi ha fatto 5 legislature pur essendo stato eletto solo nel 1992: 16 anni invece di 25. Oppure il democratico Rino Piscitello: 7.958 euro per quattro legislature nonostante non sia rimasto alla Camera 20 anni ma solo 14. Esattamente come il forzista Antonio Martusciello. Che però, con i suoi 46 anni, non solo ha messo a segno il record dei baby pensionati di questa tornata ma ha trovato subito una «paghetta» supplementare come presidente del consiglio di amministrazione della Mistral Air: la compagnia aerea delle Poste italiane. [...]

Ed ecco che nel 2007 tutti gli organi istituzionali insieme avrebbero pesato sulle pubbliche casse per un miliardo e 945 milioni. Da aumentare nel 2008 fino a un miliardo e 998 milioni. A quel punto, ricorderete, nell’ottobre 2007 scoppiò un pandemonio: ma come, dopo tante promesse di tagli, il costo saliva di altri 53 milioni di euro, pari circa al bilancio annuale della monarchia britannica? Immediata retromarcia. Prima un ritocco al ribasso. Poi un altro. Fino a scendere a un miliardo e 955 milioni. «Solo» dieci milioncini in più rispetto al 2007. Col Quirinale che comunicava gongolante di aver tagliato, partendo dai corazzieri (lo specchietto comunemente usato per far luccicare gli occhi delle anime semplici), il 3 per mille. Certo, era pochino rispetto ai tagli del 61 per cento decisi dalla regina Elisabetta, però era già una (piccola) svolta… Bene: non è andata così. Nell’assestamento di bilancio per il 2008 i numeri hanno continuato a salire e salire fino ad arrivare il 13 agosto a 2 miliardi e 55 milioni di euro. Cento milioni secchi più di quanto era stato annunciato in un tripudio di bandiere che sventolavano per festeggiare i «tagli». Risultato finale: l’aumento che avrebbe dovuto essere virtuosamente contenuto nello 0,5% si è rivelato di almeno il 5,6: undici volte più alto.

(da «La Casta», nuova edizione aggiornata)

Uno pensa, dopo reiterate levate di scudi, a questo punto i nostri rappresentanti si daranno una regolata… Manco per niente!

‘Noi parlamentari ci teniamo molto alla prevenzione, per questo faccio un appello al presidente della Camera Fini, affinché faccia installare una pedaliera sotto le poltrone dei parlamentari, in modo che durante le ore di seduta in aula possiamo fare anche attività fisica’. Lo ha detto Domenico Di Virgilio, vicepresidente del gruppo Pdl alla Camera, intervenendo alla manifestazione in corso a Piazza Montecitorio sulla prevenzione dei fattori di rischio cardiovascolare ‘Cuori e motori’, organizzato dalla Societa’ italiana di cardiologia’.

(ANSA, 25/3/2009)

‘Fare movimento è importante, ma in questo momento la Camera non intende dotarsi di pedaliere sotto i banchi dei parlamentari’. Lo ha affermato il presidente della Camera, Gianfranco Fini, rispondendo alla proposta avanzata da Domenico Di Virgilio, [...] ‘La Camera non credo possa dar corso alla proposta – ha detto Fini – non perché non la condivida, ma perché vi sarebbero dei costi e soprattutto perché ci sono altri momenti della giornata in cui, se vuole, un deputato può fare movimento’. Quanto alla proposta avanzata dal ministro delle Riforme Bossi, di realizzare una palestra all’interno di Montecitorio, il presidente della Camera si è detto più favorevole: ‘Di questo si era già parlato tempo fa ma penso ci vorrebbe, più che una palestra, un luogo dove fare un po’ di movimento’.

(ANSA, 25/3/2009)

ACI – Centro Studi: i Gruppi di ricerca

mercoledì 25 marzo 2009
Il Centro Studi dell’Azione Cattolica Italiana ha dato vita a due Gruppi di ricerca:

  • il “Gruppo di ricerca antropologica” si interroga sulla realtà della persona umana alla luce dell’esperienza cristiana e con riferimento all’attuale contesto culturale;
  • il “Gruppo di ricerca socio-politica” approfondisce i temi legati alla cittadinanza e alla partecipazione.

I due Gruppi di ricerca elaborano e propongono – in primo luogo ai responsabili, agli educatori e agli animatori dell’Azione Cattolica Italiana – i seguenti materiali:

Meno boia per tutti

mercoledì 25 marzo 2009

Qualcosa per cui pregare (e operare) in quel che resta della Quaresima…

C’è sempre meno lavoro per i boia della maggior parte del mondo, ma ancora troppo, concentrato in una piccola parte di esso. Se due terzi dei Paesi del pianeta hanno abolito la pena di morte e solo 25 di 59 di quelli che ancora la mantengono hanno eseguito condanne capitali nel 2008, è vero che il 93% di tutte le esecuzioni è avvenuto in cinque paesi: Cina, Iran, Arabia Saudita, Pakistan ed Usa. È una fotografia piu’ luminosa del passato quella scattata da Amnesty International nel rapporto sulla stato della pena di morte del 2008 che mette in luce una tendenza generale positiva, oscurata comunque dal fatto che ogni giorno sono state giustiziate una media di sette persone, per un totale di 2390 messe a morte in 25 paesi. Per contrasto al continente asiatico – che concentra il record di esecuzioni con la Cina che da sola ha messo a morte più persone che il resto del mondo nel suo complesso (1718 su 2390) – spicca l’Europa dove è rimasta solo la Bielorussia a ricorrere ancora alla pena di morte. ‘La buona notizia è che le esecuzioni hanno luogo in un piccolo numero di paesi. Questo dimostra che stiamo facendo passi avanti verso un mondo libero dalla pena di morte. La brutta notizia, invece, è che centinaia di persone continuano a essere condannate a morte nei paesi che ancora non hanno formalmente abolito la pena capitale’, ha dichiarato Irene Khan, segretaria generale di Amnesty International in occasione della diffusione del Rapporto. Dopo l’Asia, dove 11 paesi continuano a ricorrere alla pena di morte (Afghanistan, Bangladesh, Cina, Corea del Nord, Giappone, Indonesia, Malaysia, Mongolia, Pakistan, Singapore e Vietnam) il secondo maggior numero di esecuzioni, 508, è stato registrato in Africa del Nord e Medio Oriente. In Iran sono state messe a morte almeno 346 persone, tra cui otto minorenni al momento del reato, con metodi che comprendono l’impiccagione e la lapidazione. In Arabia Saudita, le esecuzioni sono state almeno 102, solitamente tramite decapitazione pubblica seguita, in alcuni casi, dalla crocifissione. Nel continente americano solo gli Stati Uniti d’America hanno continuato a ricorrere con regolarità alla pena di morte, con 37 esecuzioni portate a termine lo scorso anno, la maggior parte delle quali in Texas. Il rilascio di quattro uomini dai bracci della morte ha fatto salire a oltre 120 il numero dei condannati alla pena capitale tornati in libertà dal 1975 perché riconosciuti innocenti. L’unico altro stato in cui sono state eseguite condanne a morte è stato Saint Christopher e Nevis, il primo dell’area caraibica ad aver ripreso le esecuzioni dal 2003. Nell’Africa sub-sahariana, secondo dati ufficiali, sono state eseguite solo due esecuzioni, ma le condanne a morte sono state almeno 362. Quest’area ha registrato un passo indietro, con la reintroduzione della pena di morte in Liberia per i reati di rapina, terrorismo e dirottamento. ‘La pena capitale non è solo un atto ma un processo, consentito dalla legge, di terrore fisico e psicologico che culmina con un omicidio commesso dallo stato. A tutto questo deve essere posta fine’, ha sottolineato Khan.

(ANSA 23/3/2009)

La stagione del buon Samaritano

martedì 24 marzo 2009

di Fabio Zavattaro

In questo nostro tempo assistiamo non ad uno scontro di civiltà con divaricanti matrici religiose, ma al fronteggiarsi di due culture riferibili all’uso della ragione, con al centro una specifica risposta alla domanda sull’uomo, da cui discendono due diverse, forse antitetiche, visioni antropologiche.

Parte da questa considerazione la riflessione del cardinale Angelo Bagnasco ai vescovi del Consiglio permanente della Cei, per proporre una lettura della realtà, che tiene conto delle critiche che alcune prese diposizione di Benedetto XVI hanno suscitato, e rivolge l’attenzione alle cose da fare nel sociale e nel politico. Una lettura, dunque, che vede l’uomo, da una parte «come una realtà che si differenzia dal resto della natura in forza di qualcosa di irriducibile rispetto alla materia. Qualcosa che è qualitativamente diverso e che costituisce la radice del suo valore e il fondamento della sua dignità»; dall’altra, «si esplica una cultura per la quale il soggetto umano è un mero prodotto dell’evoluzione del cosmo», uno «sghiribizzo culturale fluttuante nella storia».

Due visioni dell’uomo e due diverse concezioni della libertà. Da una parte essa è «uno dei valori più grandi», per i cristiani è dono di Dio, che però deve fare i conti con altri valori come la vita, la pace, la giustizia, la solidarietà». Dall’altra, però, «si afferma una libertà individuale non solo come valore, ma come valore assolutamente primo, sciolto da qualsiasi vincolo»: la libertà, denuncia il card. Bagnasco, «non può negare se stessa, andando con ciò – se occorre – anche contro la persona».

È in questa prospettiva che il cardinale presidente della Cei legge gli avvenimenti a partire dalle critiche al Papa: «Di certo», dice, «si è prolungato oltre ogni buon senso un pesante lavorio di critica dall’Italia e, soprattutto, dall’estero». Le critiche hanno toccato la questione della revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani e il caso Williamson – il vescovo negazionista dell’Olocausto – che «imponderabilmente si è come sovrapposto». Nessuno, aggiunge, «poteva aspettarsi che le polemiche sarebbero proseguite, e in maniera tanto pretestuosa, fino a configurare un vero e proprio disagio». Critiche sono venute anche in occasione del viaggio africano del Papa, «sovrastato nell’attenzione degli occidentali da una polemica sui preservativi, che francamente non aveva ragion d’essere». Per il presidente della Cei, non ci si è limitati ad un libero dissenso, «ma si è arrivati ad un ostracismo che esula dagli stessi canoni laici». Parla di irrisione e volgarità, e afferma: «Non accetteremo che il Papa, sui media o altrove, venga irriso e offeso».

La prolusione affronta poi la vicenda di Eluana Englaro, che ha rappresentato «un’operazione tesa ad affermare un diritto di libertà inedito quanto raccapricciante: il diritto a morire, darsi e dare la morte in talune situazioni da definire». Si rivolge quindi alla politica, e chiede di «approntare e varare, senza lungaggini o strumentali tentennamenti, un inequivoco dispositivo di legge che – in seguito al pronunciamento della Cassazione – preservi il Paese da altre analoghe avventure, ponendo attenzione a coordinarlo con l’altro sospirato provvedimento relativo alla cure palliative, e mettendo mano insieme alle Regioni ad un sistema efficace di hospice, che le famiglie attendono non per sgravarsi di un peso ma per essere aiutate a portarlo».

Un altro tema da leggere alla luce di quel confronto tra due le visioni antropologiche, è anche la crisi economica. Con il Papa, dice che è sempre più urgente e necessario affermare in modo chiaro e forte e riscoprire l’anima etica della finanza e dell’economia. La ragione è come oscurata da false promesse e la volontà curvata sul proprio tornaconto; si incappa in una «idolatria che sta contro il vero Dio» falsificandone l’immagine con quella di mammona.

La Chiesa deve «stare dalla parte delle persone reali, delle famiglie, dei lavoratori, degli indigenti», e proprio per questo è necessario intensificare «un’azione di supporto concreto e subito efficace verso i soggetti più deboli, e le famiglie che si trovano più scoperte». La Chiesa, afferma ancora il cardinale Angelo Bagnasco, non solo agirà attraverso le tante iniziative diocesane di solidarietà concreta, ma darà vita a un fondo di garanzia per le famiglie in difficoltà. Perché essa «non ha altra ambizione che curvarsi sui più bisognosi, e interpretare in prima persona e senza risparmio nella situazione data la parabola del buon Samaritano».

Il Centro di Prossimità dell’Osservatorio del Bene Comune a Prato

martedì 24 marzo 2009
di Francesco Fantauzzi *

È stato aperto a Prato il Centro di Prossimità dell’Osservatorio del Bene Comune, pensato dai giovani per i giovani, al fine di rafforzare le loro motivazioni nell’impegno civico e di dedicare una maggiore attenzione per la comunità in cui vivono e maturano. Quello di Prato è uno dei tre Centri di Prossimità creati nell’ambito del progetto «Costruire la Comunità: Giovani Protagonisti in Rete», elaborato dall’associazione Toscana Impegno Comune all’interno degli interventi previsti dalla Regione Toscana nel settore delle Politiche Giovanili.

L’Azione Cattolica regionale ha, sin dai primi passi progettuali, aderito all’associazione TIC, ponendosi come interlocutore capace di mettere in rete la propria esperienza, le proprie modalità educative e al tempo stesso come parte ricettiva di nuove istanze, di azioni, di collaborazioni che possano valorizzare le diverse peculiarità. L’AC pratese ha accolto l’invito a “radicare sul territorio” questi Osservatori del Bene Comune nella convinzione che un’azione coordinata e “in rete” tra il mondo dell’associazionismo cattolico potesse offrire un servizio importante alla comunità cristiana e alla società civile. La scelta dell’Ac locale risponde al richiamo della Chiesa nel cercare un’unità nel campo prepolitico, dell’impegno sociale, nel lavoro per il bene comune, che «non consiste nella semplice somma dei beni particolari» come recita il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa. In questo senso la solidarietà diventa un impegno per il bene comune, ovvero di tutti e di ciascuno e l’educazione è allenamento dello sguardo d’attenzione nei confronti delle persone e delle relazioni. Obiettivo principale del progetto è, infatti, quello di educarsi, attraverso la condivisione delle esperienze e delle differenti sensibilità, a guardare oltre il proprio spazio ristretto, ciò che ci circonda attraverso l’occhio dell’altro.

Per essere efficace, formativo per i ragazzi, i veri protagonisti in rete, e per aderire al territorio, l’Osservatorio è costituito da un gruppo di giovani appartenenti a diverse realtà associative, che da circa due mesi ha cominciato a dialogare con le realtà locali, con i gruppi delle parrocchie, con coloro che già sono esempio di relazioni volte alla condivisione e alla partecipazione della costruzione del bene comune. Attualmente il Centro ha trovato nell’Oratorio di S. Anna, spazio di aggregazione giovanile, il punto di riferimento e di ‘osservazione’ del mondo circostante, secondo la prospettiva dello sguardo delle giovani generazioni, e sta avviando i processi della prima fase del progetto, che prevede un’azione di osservazione del territorio e acquisizione di informazioni e dati d’interesse per la comunità, cui seguirà una fase di analisi delle osservazioni raccolte e delle problematiche affrontate nel contesto territoriale mentre, a conclusione del percorso, si cercherà di realizzare azioni locali in grado di coinvolgere i diversi soggetti della comunità: società civile, associazioni e istituzioni.

Il coordinamento del Centro di Prossimità sta proponendo ai gruppi parrocchiali di giovani 16-30 anni l’organizzazione di incontri per proporre dei focus di riflessione secondo tematiche e interessi vicini alla realtà dei singoli, al fine di poter acquisire un bagaglio di esperienze e risposte da poter porre a fattore comune in un database informatico accessibile. Al termine di ogni incontro è infatti proposta la compilazione da parte dei partecipanti di una ‘scheda d’acquisizione dati’.

A Prato la discussione sociale e politica rispetto agli argomenti messi in campo dalla riflessione sul bene comune sta facendo sviluppare quel senso di ‘responsabilità’ della società civile che potrà educare le nuove generazioni non ad un astratto sapere ma, come intende proporre il progetto dell’Osservatorio, ad una sapienza che faccia sentire responsabili della propria comunità e del mondo in cui viviamo.

* Referente di Ac per il Centro di Prossimità di Prato (osbeco.prato@gmail.com)

Al Progetto regionale di TOSCANA IMPEGNO COMUNE partecipano:

  • Acli – Presidenza Regionale Toscana
  • AGESCI
  • Azione Cattolica Italiana – Delegazione regionale Toscana
  • Associazione di Volontariato Solidarietà Caritas – ONLUS
  • Ass. Vol. Centro Internazionale Studenti “G. La Pira”
  • Confcooperative Toscana
  • Confederazione Nazionale Misericordie d’Italia
  • FISM Toscana
  • Fondazione Diocesana per il lavoro
  • MCL Regionale Toscana
  • Opera per la Gioventù “Giorgo La Pira”
  • Progetto Toscana
  • Centro Sportivo Italiano
  • www.toscanaimpegnocomune.org

    L’università luogo di dialogo tra le generazioni

    martedì 24 marzo 2009

    di Silvia Sanchini, Presidente Nazionale FUCI

    Crescere, costruire la propria identità adulta, collocare se stessi nel futuro non è mai stato semplice. Ogni generazione è chiamata ad assumersi, con fatica e coraggio, il compito di saltare verso il tempo indefinito dell’essere adulto e questo passaggio avviene sempre in maniera turbolenta, spesso conflittuale. Oggi, però, le nuove generazioni sembrano vivere una condizione particolare di fragilità, un supplemento di complessità che ha attirato l’attenzione del mondo ecclesiale e civile.

    I giovani, e in particolare gli adolescenti, convivono attualmente con nuove emergenze: forme preoccupanti di bullismo e violenza in particolare nei confronti dei più deboli, un diffuso analfabetismo emotivo che porta a privilegiare più semplici relazioni virtuali e a confondere l’affettività con la sessualità, contatti sempre più prematuri con alcool e sostanze… D’altro canto anche il mondo adulto appare confuso e spaesato, impegnato nella ricerca affannosa di perseguire ad ogni costo il mito dell’eterna giovinezza ma incapace di assumersi un qualsiasi ruolo educativo. È una crisi generalizzata di tutte le agenzie educative: famiglia, scuola, comunità ecclesiale… che il Santo Padre Benedetto XVI ha ben descritto nella sua lettera alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione.

    A questo proposito, come studenti universitari, non possiamo non soffermarci sugli elementi di criticità che sembrano coinvolgere anche il mondo accademico. Gli anni dello studio universitario dovrebbero rappresentare uno spazio cruciale nella vita di un giovane: sono gli anni del discernimento vero e profondo e della scoperta definitiva della propria vocazione, anni in cui si acquisisce il metodo del confronto, della mediazione culturale e della ricerca, in cui rendere saldi legami importanti e nei quali si impara, in sintesi, a divenire uomini e donne capaci di impiegare sapientemente le proprie energie intellettuali ed emotive. Oggi però questi processi faticano a trovare spazi concreti di attuazione nelle università italiane: mondi sempre più frenetici, affollati, spersonalizzanti.

    In questa fase così delicata non possiamo non ribadire la nostra testimonianza di affetto per l’Università italiana e il nostro auspicio che possa realmente tornare ad essere luogo di alta formazione ed elaborazione di pensiero, luogo in cui crescere globalmente coltivando la propria mente e il proprio cuore, luogo di dialogo proficuo e arricchente tra le generazioni. Un primo impegno è richiesto allora agli studenti affinchè vivano con maggiore pienezza il loro percorso accademico, consci del potenziale enorme e del grande privilegio racchiuso nella splendida opportunità di poter studiare. Ma è ancor più necessario che i nostri docenti da semplici e disincantati trasmettitori di nozioni tornino a sentirsi realmente maestri, accompagnando gli studenti in un processo che sappia sostituire alla cultura del frammento un più ampio orizzonte di senso, avvertendo la loro forte responsabilità nei confronti delle generazioni di giovani che sono chiamati a formare.

    Oggi più che mai sembra infatti essere irreversibilmente compromesso il “modello della trasmissione”, la capacità del mondo adulto di trasmettere naturalmente alle nuove generazioni modelli, contenuti e valori. Ma la rottura di questa cinghia di trasmissione non deve necessariamente spaventare, può e deve invece essere letta come un’opportunità: se i valori non sono più dati per scontati e acquisiti per semplice convenzione formale come in passato, possono finalmente essere consegnati con maggiore senso di responsabilità e consapevolezza. Solo così l’Università potrà tornare ad essere una vera comunità umana e scientifica e i nostri docenti non più dei semplici funzionari vittime della burocrazia ma persone capaci di valorizzare al meglio i talenti e le intelligenze dei giovani che vengono loro affidati. Non vogliamo allora cedere ad un atteggiamento catastrofista o a semplici allarmismi: come studenti universitari continuiamo a sognare, a prenderci cura e ad impegnarci concretamente per una Università che non si accontenti di essere schiacciata dalla logica funzionale dei crediti e da questioni di natura meramente economica ma che sappia invece riconquistarsi coraggiosamente il proprio ruolo insostituibile di comunità viva ed educante.

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