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Oltre l’homo oeconomicus

Il mese scorso ci siamo occupati di quanto sia eversiva la felicità nell’attuale sistema economico. Essa infatti non genera bisogni, e quindi non spinge alla coazione al consumo che è il carburante del turbocapitalismo. Segnaliamo, per una felice coincidenza che ci permette di proseguire la nostra riflessione, il bel libro di Leonardo Becchetti Oltre l’homo oeconomicus”, fresco di stampa presso Città Nuova (260 pp., 16 euro). 

Becchetti, con un prestigioso curriculum all’estero e la docenza di Economia Politica a Roma, si rifà a importanti e recenti studi di sociologia empirica. Che rapporto c’è tra reddito e felicità? Certamente siamo esseri umani, con bisogni materiali e spirituali, che hanno bisogno di un certo reddito per essere soddisfatti.
“Ad interlocutori affascinati da derive pauperiste che sottolineano come il denaro non sia importante per la felicità, e quindi svalutano l’importanza di creazione di valore economico, è sempre possibile obiettare chiedendo se ci tengono ad avere istruzione semigratuita o sussidiata dallo stato per i loro figli, attrezzature adeguate negli ospedali e costi contenuti o completamente coperti in caso di ricovero” (p. 27).
Detto questo, c’è il dato che nei paesi al alto reddito si dichiarano “veramente felici” il 32,8 percento, contro il 24,87 dei paesi poveri. Una differenza molto inferiore a quella, abissale, della disponibilità di reddito. È interessante il dato che mette in relazione felicità e ore di televisione: poiché la tv si è “prevalentemente trasformata da strumento di indagine e di osservazione della realtà a vetrina di personaggi di successo… i nostri termini di paragone diventano le realizzazioni di quella ristretta cerchia di persone che in televisione appaiono più frequentemente” (p. 37).

Becchetti riporta una curiosa metafora sulle virtù e i limiti del “mercato”.
C’è un uomo che arriva in un villaggio per vendere lavatrici. Spiega a tutti l’utilità di un simile elettrodomestico, come può rendere più semplice la vita e restituire tempo per altre attività. La gente rimane entusiasta, e chiede al venditore e è possibile avere anche acqua calda per fare la doccia, nonché la possibilità di lavare le stoviglie. L’uomo non sa cosa rispondere, la sua ditta produce solo lavatrici. Poi decide di assecondare la richiesta: certo, con la sua macchina si potranno fare tutte quelle cose. Metà del villaggio l’acquista. Ma quando torna per cercare di convincere l’altra metà, tutti sono arrabbiatissimi con lui. Chi ha provato a fare la doccia e a lavare i piatti ovviamente non c’è riuscito. E nessuno vuol più saperne di quelle macchine e della sua ditta.

Il mercato è un buon sistema per regolare alcune parti dell’economia, ci dice Becchetti. Ma non può essere chiamato a risolvere ogni compito, come vorrebbero i difensori del liberismo duro e puro e dello “stato minimo”. Certo la soluzione non è la pianificazione economica di Stato. A testimoniarlo c’è il fallimento storico dei tentativi di realizzarla, ma anche una impossibilità teorica. Non è possibile accedere a tutte le informazioni, e ogni decisione centralizzata che si basa su informazioni parziali non può che essere portatrice di perturbazioni e disastri anche gravi.

Si confrontano dunque almeno due paradigmi: quello riduzionista e quello eclettico. Per molti economisti in realtà parlare di “paradigma” sembra poco significativo: per loro il paradigma riduzionista non è un paradigma, ma la realtà stessa. Quello che succede di interessante nelle teorie economiche contemporanee è l’inizio di questa percezione: la messa in discussione di una presunta “unicità” e inevitabilità del modello liberista. D’altra parte non si tratta solo di ricerche, ma anche dei dati di fatto che ormai arrivano sui giornali, dei fallimenti in serie dei mercati internazionali. E il Presidente numero 44 degli Usa nel suo discorso di insediamento è arrivato a mettere in dubbio l’assolutezza del “mercato”.

Leggiamo ancora Becchetti:
Il paradigma “riduzionista appare fondamentalmente individualista. Fonda la sua analisi su un’idea di individuo che massimizza isolato il proprio autointeresse senza tener conto delle interdipendenze tra le proprie scelte e il benessere altrui e degli effetti perversi che gli impatti negativi delle proprie scelte potrebbero determinare su se stesso (autointeresse miope)… Tale individuo non percepisce il gioco tipico della complessità.. quando i danni sociali e ambientali superano una certa soglia, essi possono generare effetti negativi di ritorno che mettono in gioco il benessere e la felicità personale” (p. 174).

Appunto.

Anselmo Grotti
Sito Web: Paesaggi mentali condivisi

Leggi i precedenti articoli della rubrica: Dialogando

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