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Le ronde che non ci piacciono

di Antonio Martino

Che Paese è quello in cui lo Stato ha bisogno di appaltare ad un pezzo di società civile l’ordine pubblico e la sicurezza dei suoi cittadini? Lasciando a ciascuno il diritto di darsi una risposta, ma anche l’obbligo civile di farsi la domanda, ci permettiamo di ricordare quanto detto da mons. Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio dei Migranti: «L’istituzione delle ronde rappresenta un’abdicazione dello Stato di diritto»; la repressione dei reati «spetta alle autorità costituite» e la partecipazione di ex appartenenti alle forze dell’ordine all’iniziativa del Governo serve a «far passare una norma che aveva già sollevato critiche, anche da parte del Capo dello Stato». Il rischio è che queste forme di «volontariato» finiscano con «l’alimentare un clima di criminalizzazione dei migranti» che poco ha a che fare con i fatti, con il diritto e con la civiltà del nostro Paese.

Lo stesso sindacato di polizia si è espresso con chiarezza: «Le ronde oltre ad essere perfettamente inutili per la sicurezza, costituiranno un ulteriore appesantimento per il lavoro delle forze dell’ordine ed esporranno migliaia di cittadini ai rischi di aggressioni criminali facilmente intuibili; ma, cosa più grave, segneranno di fatto la rinuncia dello Stato alla gestione esclusiva e responsabile di una funzione imprescindibile, essenziale e non cedibile: la funzione di polizia». L’Unione delle Camere Penali Italiane e l’Associazione Nazionale Magistrati aggiungono che il testo è «fuori dalla Costituzione», giudicando l’azione governativa come «spirale autoritaria» da fermare e ricordando che «il fondamentale dovere civico dei cittadini è denunciare fatti di reato come prevede il codice e testimoniare nei processi, come fondamentale per la tutela dell’ordine pubblico è l’attività delle forze di polizia».

La storia ci ha insegnato che la via più semplice è spesso quella sbagliata. Dividere draconianamente i cittadini in “controllori” e “controllati” magari servirà a rassicurare una popolazione spaventata (spesso ad arte) da delitti particolarmente odiosi  come è lo stupro  e a dare l’idea di uno Stato “presente”, soprattutto in una stagione come questa in cui le famiglie faticano a tirare avanti e la rabbia e il senso di impotenza crescono quanto la voglia di prendersela con qualcuno; ma i rischi del lungo periodo sono quelli di una breccia nel muro della convivenza civile su cui si regge ogni comunità di uomini che vuole dirsi tale. Un passo indietro della dignità, e un passo avanti verso l’inciviltà.

Valgano da ultimo le parole di Francesco Marsico, vice direttore di Caritas Italiana: «Dobbiamo chiederci se la sicurezza non sia da raggiungere con politiche più complessive, sociali, urbanistiche, di prevenzione, piuttosto che soluzioni tampone extra-istituzionali». Sono politiche certamente più lunghe, che fanno meno rumore, che servono meno ai fini della “battaglia politica”, però di sicuro sono le più efficaci perché costruite a partire dall’interesse civile di ciascun Uomo, e sul Diritto che è di ogni uomo.

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