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L’AC più di tutti sa essere a servizio della Chiesa

Intervista al presidente delle ACLI Andrea Olivero

L’emergenza educativa non è un problema soltanto degli educatori tradizionali e non è nemmeno una questione che riguarda soltanto chi è naturalmente destinatario dell’azione educativa. Ma è un problema di una società che ha perso alcuni riferimenti e di ciascuno di noi nella misura in cui non ci sentiamo chiamati a migliorarci e a confrontarci con i valori che enunciamo ma poi fatichiamo a vivere”.

Il presidente delle ACLI, Andrea Olivero, descrive così quella che Benedetto XVI ha chiamato “l’emergenza educativa”.

Ma quali sono i passi in avanti che l’associazionismo cattolico e la Chiesa tutta possono fare su questo versante?

Credo che dovremmo lavorare molto per costruire dei percorsi che abbiano la capacità di coinvolgere le persone, di responsabilizzarle. In questi anni abbiamo troppe volte disgiunto la teoria dalla pratica, abbiamo proposto anche valori alti, forse troppo, e contestualmente non li abbiamo saputi coniugare in esperienze. Il percorso educativo invece ha bisogno di vivere esperienze.

Viceversa, un processo educativo calato dall’alto, troppo legato a valori astratti, rischia di rivelarsi effimero e in molti casi di essere valutato soprattutto dai giovani come ipocrisia, come presentazione di un mondo che non c’è.

Nell’età dei reality, del virtuale, noi dobbiamo usare esattamente l’opposto: e cioè andare a far provare l’esperienza. Andare a far vivere l’esperienza. Perché è questa che ci determina. In fondo il cristianesimo ha anche, e vorrei dire soprattutto, questa attenzione alla carne. L’incarnazione e il portare un messaggio – il Vangelo, la buona notizia – all’interno di un vissuto contraddittorio, problematico fin che si vuole, ma che è il nostro spazio vitale. E’ il luogo nel quale possiamo tentare di costruire il Regno.”

La prospettiva sociale della sfida educativa è sicuramente quella della costruzione del bene comune. Cos’è secondo le ACLI oggi il bene comune?

Definizioni ne abbiamo sentite tante in questi anni, dalle Settimane Sociali allo stesso Convegno ecclesiale di Verona. La Chiesa è tornata ad interrogarsi con forza e il laicato italiano ha vissuto questo come un momento di grazia.

Credo che la tensione verso il bene comune sia la tensione verso il riconoscimento che esiste un “noi”, un popolo all’interno del quale vi è la salvezza. La salvezza – ce lo dice la Lumen Gentium, ce lo ha ribadito con grande efficacia Benedetto XVI nella Spe Salvi – non è rivolta solo all’individuo, ma è rivolta ad un popolo. Dio ha scelto un popolo. Il bene comune è appunto il riconoscimento che determinati elementi fondanti non stanno in capo soltanto a noi come singoli: valgono per tutti e tutti insieme dobbiamo cercare di concorrere per costruirli, per andare a goderne insieme. Secondo me questa visione – anche, per certi aspetti, escatologica – del bene comune, è fondamentale per ciascuno di noi. Perché se noi considerassimo la salvezza come un fattore esclusivamente individuale, il bene comune sarebbe sempre solo strumentale. Invece insieme dobbiamo tendere ad esso perché in esso noi ritroviamo il completamento anche della nostra salvezza individuale.”

Quale contributo invece vi aspettate dall’Azione Cattolica sia per quanto riguarda l’emergenza educativa che la costruzione del bene comune?

L’Azione Cattolica è forse l’organizzazione, l’associazione che maggiormente nel mondo cattolico ha saputo mettersi a servizio. Cioè non mettere se stessa davanti, ma mettere la Chiesa al centro della sua opera. In questo momento, in cui noi tutti dobbiamo metterci in gioco non per rafforzare le nostre specifiche identità, ma per metterle a servizio di un progetto più grande, l’Azione Cattolica è il soggetto che più di tutti può aiutarci a superare i particolarismi e a considerare la Chiesa nella sua interezza come il luogo all’interno del quale operare.

In più l’Azione Cattolica continua a darci uno stile: uno stile sobrio, attento, preciso e accogliente. Credo che su questo elemento noi dobbiamo anche cogliere e stimolare l’Azione Cattolica a continuare a spronarci e a darci messaggi. Aabbiamo assoluto bisogno di una cura delle relazioni, dei luoghi, delle modalità con le quali stiamo insieme: l’Azione Cattolica questa cura in questi anni l’ha sempre dimostrata.”

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