Che il rigore non offuschi i diritti
di Franco Miano
In tutte le recenti tornate elettorali il tema della sicurezza si è rivelato estremamente sensibile e decisivo. È un fatto comprensibile, anzi doveroso. Tuttavia, occorre registrare che la comunicazione politica e giornalistica ha operato alcune semplificazioni in tutta coscienza inaccettabili: chi contribuisce alla formazione dell’opinione pubblica ha troppo spesso accostato le paure degli italiani a parole quali straniero, immigrato, clandestino, extracomunitario. Quando si parla di integrazione, ormai, si insiste quasi esclusivamente sui doveri (è sacrosanto sottolinearli!), ma si offusca la grammatica dei diritti, della solidarietà, dell’accoglienza.
Alla politica tutta, e al governo in particolare, è lecito chiedere equilibrio. Chi dirige il Paese ha il dovere di fornire un’obiettiva lettura della presenza straniera in Italia. Chi ha delle responsabilità deve dire che lo straniero non è per sua natura un pericolo per l’altro, che l’immigrato non per forza toglie qualcosa al lavoratore italiano, che clandestino non è sinonimo di delinquente e malvivente, che l’extracomunitario non coincide sistematicamente con il ladro e con il violento. Sembrano messaggi banali, ma in questo momento non lo sono affatto.
Certo ci sono fatti di cronaca, come quello di Guidonia, che esprimono con cruda chiarezza pericoli e problemi legati alla presenza straniera, ma non è utile fornire analisi e ricette unilaterali: occorre saper indicare le luci e le ombre, occorre esprimere la complessità che è dietro ogni fatto umano. Sull’integrazione, poi, il nostro Paese si gioca il futuro, e certe esasperazioni verbali non possono che alimentare pregiudizi e ideologie pericolose. Se i messaggi delle istituzioni e dell’intera classe politica non sono nettamente a favore del dialogo e dell’incontro, si rischia di creare un humus favorevole per quelle minoranze rumorose che fanno della lotta al diverso la propria bandiera culturale. In questo senso, quanto accaduto a Nettuno deve suonare come un monito (quanto incisive e tempestive sono state le parole del presidente Napolitano!).
Alla luce di tutto ciò, preoccupa la soppressione, votata ieri in Senato, del comma 5 dell’art. 35 del Dlgs 286/1998, quello per cui i medici possono prestare soccorso agli stranieri non regolari senza doverli segnalare alle autorità. Nel merito del provvedimento hanno già espresso tutte le loro riserve i medici, cattolici e non. Ciò che preoccupa maggiormente è il messaggio culturale per cui la qualifica di “non regolare” sopravanza, o comunque viene messa sullo stesso piano, del diritto alla salute della persona in difficoltà. Allo stesso modo, la conferma di altri provvedimenti come la tassa sul permesso di soggiorno, avallano, magari involontariamente, un’immagine tutta al negativo della presenza straniera. Ripetiamo: è questo che bisogna evitare! Le politiche per la sicurezza non possono e non devono basarsi su misure che pongano sistematicamente in cattiva luce chi viene da fuori. La lotta alla criminalità organizzata (che talvolta è alle spalle di immigrati e clandestini) e la lotta ai crimini e alle violenze commesse dai singoli non devono nuocere ai tanti stranieri onesti e desiderosi d’integrazione che vivono nelle nostre città. Le politiche per l’integrazione, senza cadere in utopie e idealismi, senza cedere a permissivismi e garantismi ideologici, senza nascondere gli effetti problematici per l’ordine pubblico dei flussi migratori, devono tornare a nutrirsi anche del lessico dei diritti.
Ora il provvedimento passerà alla Camera: sarà l’occasione per confermare le diverse misure positive contenute (il testo infatti contempla alcune norme in difesa di diverse categorie deboli e altre molto incisive contro i patrimoni mafiosi); ma sarà soprattutto l’occasione per dire al Paese che la diversità non fa paura, che l’incontro è possibile, che il dialogo è fecondo. Che il rigore è efficace solo in un contesto di giustizia.