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Per il diritto alla Pace

di Francesco Campagna

Può apparire inopportuno ricordare in questi giorni che il “diritto di fare la guerra” non ha più uno spazio legittimo nel sistema del diritto internazionale da quando gli Stati hanno aderito ad un corpus di norme e principi – il cui fondamento risiede nell’articolo 2 della Carta Onu e nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 – che sanciscono il divieto dell’uso della forza per la soluzione delle controversie e il rispetto e la promozione della dignità della persona.

Affermava a questo riguardo Papa Giovanni Paolo II: «Credo che il diritto internazionale sia sempre più chiamato a diventare esclusivamente un diritto alla pace, concepito in funzione della giustizia e della solidarietà» (Discorso al Corpo diplomatico, 13 gennaio 1997).

L’effettiva attuazione del “Diritto internazionale della Pace”, oltre a garantire l’ordinata convivenza e a prevenire i conflitti, consentirà un efficace contrasto alla povertà, attraverso percorsi di giustizia e solidarietà: «La povertà si combatte se l’umanità è resa più fraterna tramite valori ed ideali condivisi, fondati sulla dignità della persona, sulla libertà unita alla responsabilità, sul riconoscimento effettivo del posto di Dio nella vita dell’uomo» (Benedetto XVI, Discorso al Corpo diplomatico, 8 gennaio 2009).

Il Tema del messaggio pontificio per la Giornata mondiale della Pace 2009 (“Combattere la povertà, costruire la pace”) offre lo spunto per riflettere sul tipo di rapporto che intercorre tra la costruzione della pace positiva, il cui contenuto è dato dal rispetto dei diritti umani, e la lotta alla povertà nelle sue diverse forme.

La povertà è un fenomeno multidimensionale definito come «condizione umana caratterizzata da una sostenuta o cronica deprivazione di risorse, capacità, scelte, sicurezza e potere necessari per il godimento di un adeguato standard di vita e degli altri diritti civili, culturali, economici, politici e sociali» (Comitato sui diritti economici, sociali e culturali). La definizione è utile perché rivela un collegamento essenziale: le persone che subiscono una sistematica violazione dei diritti umani sono maggiormente esposte al rischio povertà e, d’altro canto, i più poveri sono privati (o limitati) della possibilità di inserirsi nel mercato del lavoro, di accedere pienamente ai servizi sanitari e alle strutture educative o di assicurarsi un adeguato standard abitativo.

I diritti umani sono universali, interdipendenti e indivisibili pertanto anche le persone che vivono in estrema povertà hanno il diritto di godere di tutti i diritti civili e politici, economici, sociali e culturali; il riconoscimento della titolarità, però, non può essere disgiunto dallo sviluppo di strategie a contenuto multidimensionale che – come ha ricordato Benedetto XVI rivolgendosi all’Assemblea dell’Onu  si facciano carico di «eliminare le disuguaglianze fra Paesi e gruppi sociali» e allo stesso tempo di «aumentare la sicurezza» nelle sue molteplici articolazioni: sociali, economiche, ecologiche, di ordine pubblico.

L’approccio fondato sui diritti umani dovrà essere sviluppato dagli Stati e dagli altri attori pubblici e privati a livello locale e internazionale mediante una strategia politica globale che abbandoni gli interventi parziali e assistenziali e tenga conto del carattere multidimensionale della povertà, con il pieno coinvolgimento delle persone che vivono in condizione di disagio.

Un ruolo centrale deve essere riservato alla formazione, affinché l’human rights based approach divenga patrimonio di politici e funzionari, informi le attività delle organizzazioni della società civile e arricchisca il percorso formativo dei giovani.

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