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Obama, tra sogno e realtà

di Antonio Martino

Il discorso con cui John F. Kennedy inaugurò la propria presidenza è considerato uno dei momenti memorabili della politica americana e mondiale del Novecento. Proprio quando gli Stati Uniti temevano una nuova guerra e dovevano fronteggiare gravi problemi interni, parole come «non chiedete al Paese ciò che può fare per voi, ma chiedetevi che cosa potete fare voi per il vostro Paese» aprirono un nuovo corso storico e ispirarono un’intera generazione, infondendo nei cittadini speranza e ottimismo.

Oggi pomeriggio tocca a Barak Obama far sognare il popolo americano. E se il discorso d’insediamento sarà certamente un grande successo, come tale è stata la sua campagna elettorale, scesi i gradini del Campidoglio non sarà facile tenere alte le speranze di molti. Perché l’America non è quella di mezzo secolo fa, né il resto del mondo è più quello che all’ombra del dollaro ha ricostruito la sua economia e disegnato il mappamondo lasciato in eredità dal secondo conflitto mondiale. Il quadro geopolitico è profondamente mutato, e con esso i rapporti di forza economica e politica, oltre che militare. La bandiera a stelle e strisce sventola ancora sul pennone più alto, ma leggermente ammainata. Dopo l’età dell’oro, l’”impero” vive una stagione che in molti “osano” definire di declino.

Gli Stati Uniti restano i numeri uno nel campo degli armamenti nucleari, ma non c’è solo la Russia a fare da contraltare; oggi una ventina di Paesi  più o meno canaglia  sono in grado di colpire utilizzando armamenti nucleari  più o meno sporchi. E comunque a far pesare la minaccia nucleare sui tavoli della politica mondiale.

Il dollaro americano non è più la moneta unica del pianeta. L’euro viaggia ad una velocità da far paura. Anche agli stessi europei, che con gli americani condividono una finanza che ha drogato l’economia reale sino a un punto di non ritorno, se è vero come è vero che nulla sarà più come prima, che dovremo abituarci a un modo nuovo (o forse antico?) di rapportarci col danaro.

Un’America in crisi economica e un dollaro meno pesante di un tempo significano anche meno risorse “per” e meno voglia di fare i gendarmi del mondo. Obama non è Bush. Ed è improbabile un nuovo Iraq. Certo gli Stati Uniti non rinunceranno alla guerra al terrorismo. L’11 settembre è ancora troppo vicino. Ma è da scommettere che vedremo sempre meno soldati americani in giro per il mondo. Resta da capire se vedremo più soldati europei in giro per il mondo. Un esempio: chi garantirà la tregua, e speriamo la pace, ai confini della striscia di Gaza? Gli americani o gli europei? Domanda tremenda, soprattutto se si considera il velo pietoso che avvolge ormai da tempo quella scatola vuota, di diritti e di potere, chiamata Onu.

Barak Obama ha promesso agli americani un piano di rilancio dell’occupazione per 4 milioni di nuovi posti di lavoro. Una sanità sempre più pubblica (pallino questo del suo neo segretario di Stato, Hillary Clinton) e una politica fiscale più attenta alle persone che alle imprese. Tradotto per il resto del mondo ciò vuol dire che lo “zio Sam” ha da pensare alla sua famiglia, più che all’intera famiglia umana. Qui c’è poco da sognare, o da far sognare. Gli americani si rimboccheranno le maniche, il resto del mondo prenda esempio, è l’unica cosa che potranno offrirci.

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