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La libertà è nell’accoglienza

di Luca Bilardo

Quando si discute di immigrazione i luoghi comuni sono all’ordine del giorno: frasi demagogiche, unite ad un sano populismo, dati ricchi di pressappochismo e qualche citazione, magari storpiata o mal interpretata, di un politico o sociologo sentito in qualche salotto televisivo. Come Fuci abbiamo provato ad interrogarci e ad approfondire la conoscenza di questo fenomeno, elaborando il documento Immigrazione: proposte di riflessioni sociali e giuridichecon la volontà di fare chiarezza sia sull’aspetto sociologico del problema, facendo riferimento al Dossier Caritas 2008, sia su quello più propriamente giuridico.

Ciascuno di noi è personalmente interpellato di fronte al fenomeno dell’immigrazione. In particolare lo è la comunità cristiana, perché quel comando di Gesù «Va’ e anche tu fa’ così» (cfr Lc 10, 25-37) che il Signore rivolse al giovane al quale aveva appena raccontato la parabola del Buon Samaritano, è oggi indirizzato a noi che quotidianamente troviamo ai margini delle strade delle nostre città donne e uomini vittime di moderni briganti.

Il tema, inoltre, ci interessa particolarmente da vicino come studenti universitari, dal momento che – come espresso da Benedetto XVI nel suo messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato – anche gli studenti fuori sede vivono in un certo senso l’esperienza di essere migranti.

Domenica 18 gennaio si è celebrata in tutto il mondo la 95^ Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Come ha scritto Benedetto XVI, questa ricorrenza, e la riflessione che ne dovrebbe nascere, deve essere per tutti «stimolo a vivere in pienezza l’amore fraterno senza distinzioni di sorta e senza discriminazioni, nella convinzione che è nostro prossimo chiunque ha bisogno di noi e noi possiamo aiutarlo». L’annuale celebrazione è segno della sensibilità che la Chiesa ha sempre avuto verso il tema della migrazione, in specie dalla seconda metà dell’Ottocento, quando, grazie a figure come quelle di Francesca Cabrini e Giovannibattista Scalabrini, nacquero i primi ordini religiosi con il precipuo carisma dell’assistenza agli immigrati.

Allora erano gli europei, tra cui molti nostri connazionali, che, attraversando l’oceano, cercavano migliori condizioni di vita, scappando dalla miseria e dalla fame dei loro paesi. Oggi sono africani e asiatici che giungono nelle nostre città per trovare quella speranza che, nelle loro terre d’origine, è negata. Con le dovute differenze dei tempi, bisogni e problemi di chi emigra e di chi accoglie sono sempre gli stessi. Il connubio tra la forza lavoro che gli immigrati garantiscono e la paura che lo straniero “sottragga” qualcosa di nostro è tipico delle società che convivono con fenomeni di immigrazioni di cospicue dimensioni. Così era negli Stati Uniti di fine Ottocento e così è, oltre un secolo dopo, per il nostro Paese.

Le nuove generazioni, che si ritroveranno a vivere in una società sempre più multiculturale e multireligiosa, sono chiamate ad approfondire la conoscenza dell’”altro”, di chi è diverso dai nostri schemi, cercando di vedere colui che viene nel nostro paese non come un nemico da cui difendersi o un oggetto da sfruttare, bensì come un mondo tutto da scoprire.

Questo non è facile, perché, al di fuori di un quadro idilliaco, lo straniero suscita paura, biasimo o semplicemente indifferenza. Lo fu un tempo per gli americani di fronte a tanti italiani e lo è ora per noi con tanti marocchini, cingalesi o rumeni. A questa sfida però, più di altri, più degli stessi adulti, siamo chiamati particolarmente noi giovani, universitari e cattolici, perché, come ebbe a dire Jacques Philippe «L’atto più alto e più fecondo della libertà umana sta, infatti, più nell’accoglienza che nel dominio». E chi è più libero di un cristiano?

*Luca Bilardo è vicepresidente nazionale della Fuci

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    Dialoghi, la rivista: Dialoghi n. 2 - 2010
  • anno X, n. 2, giugno 2010

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    Il rapporto tra religioni e sfera pubblica e, in particolare, nel contesto italiano, fra cristianesimo e democrazia liberale.