La felicità è eversiva
Ma quale felicità ed eversiva di cosa? Nel film la felicità di coppia e di famiglia è insidiata da molti fattori: la mancanza di un ambiente umano (famiglie di origine, amici) adeguato, i ritmi di lavoro, una legislazione che paradossalmente invita a dividersi piuttosto che a restare uniti (graduatorie per i servizi sociali, tassazione…). Il sacerdote individua un livello più profondo: la felicità nelle relazioni umane è sotto tiro perché non “rende” economicamente. Il mercato certamente se ne avvantaggia: “due case, due lavatrici, due dentifrici”, oltre alla galassia di persone che in modo più o meno diretto beneficiano dello scontro tra i due. E, soprattutto, una constatazione davvero di fondo: chi è infelice acquista, cerca negli oggetti e nella moltiplicazione delle esperienze una forma di compensazione, una strada per uscire o alleviare la propria sofferenza. Chi è felice invece è meno interessante per il marketing: essere in ricca e profonda relazione con il partner, con i figli, con gli amici, riempie la vita e rende meno compulsiva la ricerca di “oggetti” sostitutivi.
L’economia è la scienza che serve a soddisfare i bisogni degli esseri umani. Ma la nostra economia dominata dalle oligarchie produce senza freno nuovi bisogni. Attenzione: di per sé la nascita di nuovi bisogni non è negativa, ma indice di sviluppo. Già Platone nella “Repubblica” criticava una città che si accontentasse di soddisfare i semplici bisogni della vita quotidiana. La struttura sociale che si limita ai bisogni di cibo e riparo non è una città di uomini, ma di “porci”. La città umana ha bisogno di artisti, scienziati, letterati… sa esprimere bisogni sempre più raffinati e complessi. Sono bisogni che indicano un ampliamento delle capacità umane, una intensificazione del rapporto con il mondo e con gli altri, una maggiore qualità e felicità dell’esistere.
Il nostro turbocapitalismo invece non allarga la sfera dell’umanità, ma ci obbliga a diventare giganteschi, instancabili e voraci tubi digerenti. Non rifletteremo mai abbastanza sulla volgarità e sull’offesa della definizione di “consumatori” che viene usata (e da noi accettata) con tanta indifferenza. Il nuovo bisogno non è espressione di nuova maturità, di relazioni più felici. Come un massiccio bombardamento prepara l’attacco di terra, così la produzione di infelicità di massa prepara il terreno alla vendita di ogni tipo di impiastro medicamentoso e miracoloso. Con forti analogie tra economia e politica. In politica infatti generare paura nella gente crea consenso e fa ottenere voti.
Prendiamo un esempio: il nostro canone di bellezza. È notizia recente che è stato realizzato (Piccardi e Guns) un software per “misurare” la bellezza femminile. Le immagini delle donne più belle hanno costituito un canone di riferimento. Tradotto in punti e in bit dal software, quel canone viene poi applicato ai volti sottoposti al programma, che in pratica misura quanto un volto è “lontano” da quel genere di bellezza. Tra i riferimenti, nomi come Catherine Zeta-Jones, Kate Moss e Claudia Schiffer. Un panel di una cinquantina di volontari di età e origini diverse, che hanno valutato ogni volto in una scala da 1 a 10. In base alle votazioni sono state tratte delle “medie” e da lì è stata realizzata la scala con cui il software “classifica” i volti che vengono sottoposti alla prova di bellezza. Non è in assoluto una novità: anche gli artisti dell’antica Grecia rappresentavano un “ideale” di bellezza piuttosto che raffigurare in modo realistico le modelle. la differenza nel nostro caso è rappresentata dal fine: non la ricerca di un “archetipo” platonico di bellezza ma, più semplicemente, il marketing. Se devo “vendere” qualcosa, devo prima convincere i potenziali acquirenti di averne bisogno. Infatti il software di Piccardi e Guns è pensato per l’industria cosmetica, la chirurgia estetica, la produzione videoludica o multimediale. Un programma del genere potrebbe creare problemi sull’autostima se utilizzato senza supervisione. Pensiamo cosa può succedere se in mano ad adolescenti, più influenzabili degli adulti dinanzi a questo genere di cose. Ma di fatto già accade: se vediamo sempre immagini “perfette” (magari perchè ritoccate), che cosa ci potrà soddisfare di quanto è “reale”? per vendere bisogna prima convincere che noi siamo brutti, le cose che ci circondano sono vecchie e fuori moda, il nostro modo di passare il tempo inappropriato, le relazioni sociali inadeguate. Bisogna spandere infelicità a piene mani.
Riflessioni simili valgono anche per la scuola. A scuola si imparano certo competenze spendibili nel mercato del lavoro. Ma si impara anche ad apprezzare beni che non sono nel mercato. Davanti a un cielo stellato posso parlare della filosofia antica, dei miti greci, della rivoluzione scientifica, delle leggi dell’astronomia, delle teorie sulla nascita dell’universo. Oppure posso discutere se ci sia o no inquinamento luminoso, o delle poesie che fanno riferimento al cielo, oppure della pittura o del cinema. Insomma posso trovare in questa esperienza un significato, ricco per me e in grado di farmi relazionare con altri. Invece, se non sono in grado di provare almeno qualcuna di queste esperienze, sarò tentato di delegarle, cercandone un surrogato già pronto all’uso, senza lo sforzo di interpretazione personale: in fondo basta pagare. “Pagare” ci dà il diritto a una presunta “felicità” pronta per l’uso. Una parte non piccola delle difficoltà della scuola consiste proprio nel dover fare i conti con questi cortocircuiti. Perché perdere tempo con cose che non sono spendibili? Dimenticando, tra l’altro, che se ogni bene è paragonabile a una torta a qualcuno toccherà una fetta piccolissima oppure nulla. Mentre se esistono altri tipi di “beni”, la condivisione può allargarsi all’infinito. Una poesia di Leopardi o un teorema di matematica non sono meno “belli” perché li leggono mille persone invece che dieci, né un’amicizia è meno forte perché condivisa tra più persone.
Ma sì, cerchiamo anche noi di avere il coraggio di dirlo: tra le altre cose, la scuola può addirittura contribuire a insegnarci ad essere più felici (nonché eversivi del marketing esasperato e della cattiva politica)…
Anselmo Grotti