Buon compleanno, Vaticano II
Sono passati cinquant’anni dal Vaticano II e parlarne, per molti, è come ricordare una realtà lontana, tanto quanto è lontano il Concilio tridentino. Le generazioni corrono, i tempi passano velocemente, e gli anni che ci separano dal Concilio del Novecento sono per tanti aspetti più di un’epoca. Ritornare, meditare sul Vaticano II resta però un impegno importante e le ricorrenze possono essere occasioni propizie.
L’annuncio della convocazione del Concilio Vaticano II il 25 gennaio 1959 nella Basilica di S. Paolo colse di sorpresa gli ambienti ecclesiali (fino ad allora ne erano a conoscenza solo i più stretti collaboratori di Giovanni XXIII) dando vita ad un ventaglio di reazioni che vanno dalla tiepidezza all’equivoco: «…malcelato sconcerto, entusiasmo semplificante, dimensionamento difficile, consenso astuto, opposizione cortigiana, speranza utopica, calcolo politico…» (A. Melloni). Mentre si rafforza nel Papa la convinzione di non fare altro che espletare un compito che gli deriva dal proprio stato. Intuizioni, desideri, ipotesi che via via prendono corpo fino a diventare scelta che va precisandosi giorno dopo giorno.
Una svolta significativa è costituita dalla comunicazione che Giovanni XXIII fa il14 luglio al card Tardini a proposito del nome del Concilio: il concilio si chiamerà Vaticano II. Malgrado non si conosca l’itinerario di formazione di questa denominazione, non è avventato ritenere che essa, come quella del gennaio precedente, sia stata maturata autonomamente da Papa Giovanni. Si trattava, infatti, della scelta di abbandonare l’ipotesi di una riapertura del Concilio sospeso nel 1870, uscendo dal solco nel quale si erano collocati i progetti conciliari di Pio XI e di Pio XII. Denominando il futuro Concilio Vaticano II si affermava inequivocabilmente che esso sarebbe stato un concilio “nuovo” – anzi una “nuova Pentecoste” – anche se non si rifiutava una continuità rispetto a quello di Pio IX. Ci si sottraeva così all’ipoteca di un completamento del disegno ecclesiologico lasciato incompiuto con la costituzione Pastor aeternus; il Concilio nuovo aveva un’agendo libera e aperta, sarebbe stata una pagina nuova nella storia plurisecolare dei Concili.
Acquistava così un significato più pregnante l’istanza di Giovanni XXIII che il Concilio avesse un’impostazione “pastorale”. Si trattava dell’opportunità – secondo il Papa – che le elaborazioni conciliari seguissero un metodo induttivo, piuttosto che il metodo deduttivo, caro alla scolastica, ma logorato dai mutamenti epocali. Il Concilio era chiamato così a prendere le mosse da «quei problemi di maggior importanza che deve attualmente affrontare la Chiesa», così come Giovanni XXIII aveva chiesto ai vescovi.
Lo svolgimento del Concilio dirà come i desideri giovannei dovevano misurarsi con la fatica del dibattito, del confronto e delle scelte.
A cinquant’anni da quell’annuncio cosa resta?
Non solo milioni di pagine scritte dagli storici favorevoli o contrari, i lunghi e a volte estenuanti dibattiti sulle scelte conciliari, ma anche lo sforzo lento di tante comunità cristiane che si sono aperte al nuovo, hanno scelto di porsi in ascolto innanzitutto della Parola di Dio e poi dell’uomo, hanno cercato di ridisegnare il proprio volto, hanno sperato e a volte anche vissuto la delusione.
Il cristiano istruito dalla storia e dall’esperienza non fa confronti con il passato né per rimpiangerlo né per denigrarlo. Non deve rimpiangerlo per amore dell’antico, perché non può essere un nostalgico di un tempo che non ha, né deve denigrarlo per amore dell’uomo che quel passato ha costruito. Ricordare il passato ci aiuta a renderci pienamente conto delle scelte e delle indicazioni conciliari che restano tuttora validi.
Il vino nuovo che ribolle nei decreti conciliari esige gli otri nuovi di istituzioni ecclesiali rinnovate, ma ancor di più gli otri nuovi di credenti rinnovati! Resta soprattutto il segno che è lo Spirito a guidare la Chiesa, e ricordarselo non è cosa da poco!