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Un “problema” o la “conseguenza” di un problema?

È dicembre. Tempo di regali, di Natale, di fine anno. Tempo di attesa e di compimento. Tempo di intimità e di apertura al Trascendente.
Ma anche tempo in cui la cronaca ci parla di intolleranza, paura fomentata ad arte, di ronde.
Vale la pena allora leggere alcuni passi dell’intervista che Asma Al Assad, 33 anni, moglie del presidente della Siria, ha rilasciato poco tempo a “Famiglia Cristiana” (n. 44 2008).

Per voi in Europa l’immigrazione è un problema. Per noi l’immigrazione è la conseguenza del problema. La gente lascia i nostri Paesi e viene da voi, perché noi abbiamo la povertà. Questo poi crea problemi a voi. Siccome siamo poveri, trasferiamo il nostro problema a voi. Ecco allora che lavorare insieme diventa prioritario. Oggi abbiamo in Siria 1,5 milioni di iracheni, oltre 500 mila rifugiati palestinesi e nelle sei settimane dell’estate 2006 circa 700 mila libanesi hanno attraversato la frontiera rifugiandosi in Siria. È come se in Italia fossero arrivati 5,8 milioni di profughi in pochi mesi. Noi cosa abbiamo fatto? Abbiamo aperto le nostre scuole. Al momento sono 30 mila i bambini iracheni che studiano nelle scuole siriane e speriamo con l’anno prossimo di arrivare a 50 mila. Perché lo facciamo? Perché se ai bambini si dà la possibilità di studiare, noi abbiamo sostenuto una generazione, e non importa che siano iracheni. Sono i nostri vicini. In Medio Oriente si guarda al vicino, si ha relazione con lui. Un vicino in difficoltà, crea difficoltà anche a noi. Abbiamo aperto a loro anche i nostri ospedali. Molti venivano da zone di conflitto, avevano bisogno di terapie fisiche, psicologiche. Da noi l’assistenza sanitaria è gratuita. Ma la cosa più importante è che abbiamo aperto i nostri cuori, i nostri occhi, le nostre orecchie. Non si dimentichi che la Siria non è un Paese ricco e questa ondata ha avuto un grande impatto sulle nostre infrastrutture. Ma cosa avremmo potuto fare d’altro? Non c’erano alternative».

«Dobbiamo ridefinire chi è ricco e chi è povero. Se lo guardiamo dal punto di vista materiale è semplice. Ma se usiamo altri criteri, quali il senso morale, i valori, il senso di umanità, il quadro cambia. Ciò che io desidero è che questi aspetti possano essere uniti. Si tratta di mobilitare tutte le risorse che abbiamo per la prosperità e il benessere di tutti. Talvolta ci sono persone benestanti che cercano di acquistare la felicità, ma la felicità viene dal cuore. Se comprendiamo che lo sviluppo diseguale è una sfida globale, ci siamo già avvicinati alla soluzione. La povertà non colpisce solo le nazioni povere, ci sono poveri negli Stati Uniti, nelle economie più avanzate. Se siamo d’accordo che la povertà comunque ci può condizionare, dovremmo già essere indotti a fare qualcosa. La povertà è alla base dell’analfabetismo, il che impedisce di interagire con il resto del mondo. La povertà conduce al terrorismo, all’estremismo. Si tratta di sfide che riguardano tutti».

Leggi i precedenti articoli della rubrica: Dialogando

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