Per una visione integrale dell’uomo
di Antonio Mastantuono
Riaffermare con forza – alla luce degli sviluppi della scienze mediche riguardo alla conoscenza della vita umana negli stadi iniziali della sua esistenza – il valore della vita, dal concepimento fino al suo termine naturale, è il leit motiv della recente Istruzione Dignitatis personae. Su alcune questioni di bioetica della Congregazione della Dottrina della fede.
Suo scopo, infatti, è quello di aiutare – alla luce della ragione e della fede – ad elaborare «una visione integrale dell’uomo e della sua vocazione capace di accogliere tutto ciò che di buono emerge dalle opere degli uomini e dalle varie tradizioni culturali e religiose…», che escluda qualsiasi criterio di discriminazione «quanto alla dignità, sviluppo biologico, psichico, culturale o allo stato di salute ».
Il documento vaticano viene pubblicato in un momento di passaggio culturale caratterizzato dalla mutazione dei concetti fondamentali circa la persona – soprattutto nei momenti iniziali del suo concepimento – in cui non è possibile prescindere da un impegno comune di credenti e non credenti sul fonte della bioetica.
Il “grido” che si è levato da alcuni ambienti anche scientifici contro il documento, tacciandolo di inaccettabile invasione di campo, è forse determinato proprio dalla non condivisione del concetto di persona e delle conseguenze etiche che da esso derivano. È, infatti, centrale e innovativa, rispetto ai precedenti pronunciamenti, l’affermazione che: «L’embrione umano ha fin dall’inizio la dignità propria della persona», ricordando come, ventuno anni fa, nel precedente documento Donum vitae, non sia stata affrontata la questione dello statuto dell’embrione sotto il profilo filosofico. Quella dottrina è completata in questo documento che sottolinea come «la realtà dell’essere umano per tutto il corso della sua vita, prima e dopo la nascita, non consente di affermare né un cambiamento di natura né una gradualità di valore morale, poiché possiede piena qualificazione antropologica ed etica…».
Da tale affermazione derivano alcune indicazioni che riprendiamo brevemente.
Nel campo della procreazione assistita «sono lecite tutte le tecniche che rispettano il diritto alla vita e all’integrità fisica di ogni essere umano»; «l’unità del matrimonio (…) comporta il reciproco rispetto del diritto dei coniugi a diventare padre e madre soltanto l’uno attraverso l’altro»; e ancora: i «valori specificamente umani della sessualità, (…) esigono che la procreazione di una persona umana debba essere perseguita come frutto dell’atto coniugale specifico dell’amore tra gli sposi». Tale affermazione rappresenta un’apertura rispetto alla precedente dichiarazione che definiva di fatto illecite tutte le tecniche di procreazione assistita. Oggi sono disponibili nuove tecniche che «si configurano come un aiuto all’atto coniugale e alla sua fecondità», nelle quali, cioè, «l’intervento medico è rispettoso della dignità delle persone», in quanto «mira ad aiutare l’atto coniugale sia per facilitarne il compimento sia per consentirgli di raggiungere il suo fine, una volta che sia normalmente compiuto».
Resta, invece, moralmente illecita la fecondazione in vitro e l’eliminazione volontaria degli embrioni che essa comporta.
Dallo statuto di persona riconosciuto all’embrione umano deriva che «l’utilizzo di cellule staminali embrionali, o cellule differenziate da esse derivate, eventualmente fornite da altri ricercatori sopprimendo embrioni o reperibili in commercio, pone seri problemi dal punto di vista della cooperazione al male e dello scandalo», mentre lo stesso documento ricorda che «numerosi studi tendono ad accreditare alle cellule staminali adulte dei risultati più positivi se confrontati con quelle embrionali». La sperimentazione sugli embrioni «costituisce un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani, che hanno diritto al medesimo rispetto dovuto al bambino già nato e ad ogni persona. Queste forme di sperimentazione costituiscono sempre un disordine morale grave».
La clonazione è, infine, immorale sia per ottenere un bambino clonato, sia se ha scopo terapeutico o di ricerca. Nel primo caso poiché si vuol dare origine ad un essere umano «senza connessione con l’atto di reciproca donazione tra due coniugi e, più radicalmente, senza alcun legame con la sessualità» sottoponendo il nascituro ad una sorta di «schiavitù biologica da cui difficilmente potrebbe affrancarsi»; nel secondo caso perché è «gravemente immorale sacrificare una vita umana per una finalità terapeutica».