Nuovi abbonamenti alla rivista Dialoghi a soli 9,00 euro!

La persona come bussola

In occasione del 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, l’Azione Cattolica chiede un gesto concreto: la sottoscrizione dell’appello Umofc al Governo italiano affinché ratifichi la Convenzione sulla Tratta degli esseri umani.
Tocca a tutti noi la costruzione di una nuova cittadinanza universale. A partire dalla persona.

di Roberto Cisotta

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò il 10 dicembre 1948 la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Sono passati 60 anni. Tentare di tracciare un bilancio, e quindi di riassumere in un giudizio sintetico una lunga storia, è davvero molto difficile. Si possono però ripercorrere alcuni sentieri e si possono rievocare alcune ragioni storiche. Queste operazioni aiutano di certo a comprendere anche il presente, la sua complessità e le difficoltà che si incontrano nel provare a muovere nuovi passi. Proviamo a cimentarci, in poche righe, in questo ambizioso tentativo, lasciando ad ognuno di proseguire a riflettere, informarsi, cercare…

Cosa si può dire allora della Dichiarazione universale? Innanzitutto si può ricordare che il mondo che la partorì era un mondo coperto dalle macerie ancora fumanti provocate dal più grande conflitto armato che la storia abbia sinora conosciuto. I vincitori della Seconda guerra mondiale, e soprattutto tra loro le Potenze anglosassoni, promossero la nascita della nuova Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), che avrebbe dovuto garantire la pace e la sicurezza internazionali (non tutti gli Stati allora esistenti furono subito ammessi). Il primo dato è questo: la Dichiarazione è figlia dello spirito di ricostruzione degli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, dell’afflato internazionalistico che pervadeva i programmi (e qualche volta la retorica e la propaganda) dei movimenti politici dell’epoca nei diversi Stati.

Secondo dato: dal punto di vista giuridico, la Dichiarazione non è vincolante. È un documento di carattere programmatico. Nondimeno – come tutti i simboli – il suo ruolo nel corso degli anni non è certo stato trascurabile, benché difficilmente misurabile. Con sicurezza è possibile dire che a partire dal giorno della sua adozione si è sviluppato con forza crescente un movimento, su scala globale, volto alla messa in opera di forme di tutela concrete per i diritti in essa contenuti. Sono stati costruiti ad esempio sistemi regionali di protezione, il più importante ed efficace dei quali è quello europeo, che si fonda sulla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950. Sistemi più o meno simili sono stati istituiti nel Continente americano e in quello africano.

L’esigenza di un sistema di tutela davvero efficace si è sentito presso le stesse Nazioni Unite. Molte Convenzioni sono state adottate e ne è stata proposta l’adesione a tutti gli Stati. Tra le più importanti vi sono i due Patti del 1966: il primo sui diritti civili e politici e il secondo sui diritti economici, sociali e culturali. L’Organizzazione si è anche dotata nel corso degli anni di diversi organi deputati al controllo del rispetto dei diritti dell’uomo (in un caso previsti proprio dai Patti citati). Ma il modo in cui furono concepiti i due Patti ci porta a mettere in luce un terzo dato: i diritti umani non sono pensati, riconosciuti e tutelati nello stesso modo da tutti. In un mondo allora diviso in due, il Patto sui diritti civili e politici era la carta delle libertà del mondo liberale-capitalista, fondato su una visione individualista. Il Patto sui diritti economici, sociali e culturali era invece frutto della visione dei Paesi del blocco orientale: ogni diritto, pur del singolo, era da riferirsi alla sfera sociale-comunitaria. La contrapposizione è durata per più di qualche tempo: a volte essa è stata forzata appositamente per fini politici e, pur senza poter mai sparire, si può considerare superata alla luce del principio dell’universalità dei diritti dell’uomo: ogni uomo deve godere di tutti i diritti fondamentali, di ogni matrice. Ma le differenze nella concezione dei diritti fondamentali non sono finite. Anzi, in un mondo sempre più frammentato, tendono forse ad accentuarsi. Basti pensare al dibattito sul diritto alla vita.

Inoltre, la presenza di un certo diritto nel catalogo di quei diritti fondamentali riconosciuti e protetti da un determinato ordinamento e l’estensione della tutela di questo diritto, sono questioni che possono essere viste in modo assai diverso. C’è chi riconosce nell’uomo il centro di tutti i diritti fondamentali, così come è possibile enuclearli al di là del tempo e dello spazio. Altri, forse più pragmaticamente, si concentrano sui diritti fondamentali così come essi emergono in un dato contesto sociale, storicamente determinato. Seguendo questa idea, che pure ha i suoi meriti e vantaggi, diventa difficile valutare (o astrarre da) le attese di singoli e gruppi più o meno organizzati in quel contesto sociale. Allora, dire diritti umani significa necessariamente dire anche equilibrio tra più diritti, significa dire valori, filosofie e culture. E la contaminazione tra i tanti sistemi di riferimento, sempre da auspicare, talvolta si presenta estremamente difficile da condurre e gestire (gli esempi sono innumerevoli: dal dialogo politico tra fazioni contrapposte, al dialogo tra confessioni religiose).

Quarto dato. Tradizionali tutori delle libertà del singolo – ma anche tradizionali violatori di queste – sono da sempre gli Stati. Oggi accanto a questi si presentano delle nuove entità, sulla scena nazionale e internazionale: le Organizzazioni Non Governative (ONG). Forse, potremmo dire, la cosiddetta società civile, che si dà forme articolate ed organizzate per raccogliere dati, formare singoli e gruppi, organizzare aiuti d’emergenza e strutture stabili di sostegno in aree depresse e bisognose, e tanto altro. Un contributo variegato, ma certamente prezioso, tanto dal punto di vista concreto, della risposta a bisogni immediati, quanto da quello di pensiero e di riflessione.

Quinto ed ultimo dato. Un altro esito (…o un’aberrazione?) a cui il proposito (sincero?) di proteggere i diritti umani ha condotto alcuni è l’utilizzo della forza. Come fatto fin qui, più che limitarsi al linguaggio didascalico e descrittivo, non si può far altro che porre una questione, un problema: si possono/si devono difendere i diritti umani, magari in caso di violazioni gravi e su larga scala, con l’uso della forza armata?

Questi non sono che alcuni tratti, presentati in modo rapido e forse grossolano. Le celebrazioni per i 60 anni della Dichiarazione sono un’occasione per guardare al senso dell’umano proprio del nostro tempo: un senso problematico, carico di grandi speranze e del tentativo di dare soluzioni nuove e davvero efficaci agli antichi problemi che vive ogni società umana. Ma anche un senso molto difficile da incarnare in pratiche quotidiane e in orientamenti politici condivisi, anche all’interno degli stessi paesi democratici.

Link utili:

www.perlapace.it

www.un.org

Leggi i precedenti articoli della rubrica: Fatto del giorno

Il Fatto del Giorno | L'editoriale | L'intervista | Dialogando | L'aria che tira | Sul Sentiero d'Isaia