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Il volto giovane della crisi

di Cristiano Nervegna

Sono rimasto molto colpito da quanto sta accadendo in Grecia in seguito all’uccisione di Alexix Grigoropoulos, perché tale protesta è consecutiva ai ben noti fatti italiani relativi alla riforma della scuola e facilmente ricollegabile ai precedenti francesi del 2006. In quell’occasione il motivo scatenante era stato il contratto di primo impiego (Cpe) del Governo diretto da Dominique Villepin. Un movimento sociale preceduto dalle proteste dei giovani immigrati, dopo che due ragazzi erano stati uccisi dalla polizia, nelle periferie della ricca e tollerante Francia. Credo utile cercare di indagare il significato profondo che sostiene queste proteste giovanili.

È venuto meno quell’orizzonte che stava a fondamento delle nostre società e che si manifestava nella speranza-attesa di un futuro migliore. I giovani si vedono tagliati fuori da un’esistenza ricca di significato, dall’accesso ai consumi propagandati dalla televisione e dalla piena cittadinanza che il lavoro offrirebbe loro. I più poveri sono esclusi dalla scuola, dalle aziende, persino dall’industria del tempo libero. E lo slogan comune potrebbe essere sintetizzato nell’espressione proposta dai fatti francesi: “Il futuro è questa notte!”.

È un sentire, questo della mancanza di futuro, che va oltre i dati reali che evidenziano, comunque, un quotidiano fatto di progressive insicurezze. Ecco allora che il futuro d’un giovane greco, italiano o francese non riesce a superare una notte di protesta. Nessuna speranza ulteriore sembra concessa. La stessa idea di futuro reca spesso un segno di negatività, la promessa è diventata minaccia.

I processi di cambiamento sono sempre più subiti che agiti, o addirittura vissuti come pericolo da chi non ha controllo e manca degli strumenti per riformulare i significati della propria esistenza. Il disinteresse degli adulti per questa situazione è lampante. Nessuno è disposto a farsi carico delle difficoltà, aumentano le rigidità, diminuisce il coinvolgimento nelle decisioni. In aumento vertiginoso le “prediche” e i vari moralismi. Le soluzioni individuali sostituiscono il bene comune. Tutto il contrario di quello che servirebbe.

Il lavoro, poi, appare sempre più come una componente essenziale di queste lacerazioni: per le componenti dell’offerta di lavoro più forti e qualificate, l’impiego flessibile rappresenta un canale selettivo d’inserimento, nonché, a volte, persino uno strumento d’autonomia e d’espressione delle proprie preferenze; ma per altri, più deboli, diventa, al contrario, un destino in eludibile e penalizzante. In particolare, nelle città del Sud, il lavoro atipico sembra essere diventato la modalità esclusiva per la creazione di nuovi posti di lavoro, andando progressivamente a sostituire i rapporti d’impiego standard.

La complessa valenza del fenomeno suggerisce la possibilità che il venir meno delle garanzie basilari generi nuove situazioni di vulnerabilità sociale, toccando anche altre sfere esistenziali, con il conseguente appesantirsi della condizione del soggetto e dell’ambiente circostante. E quando la crisi diventa anche economica si rischia di perdere il controllo.

Come uscire da questa situazione? Il rischio che ci si chiuda nelle nostre comunità scambiando, magari, gli slogan emergenziali con le soluzioni, è alto. Sento dire, alla fine di noiosissimi convegni: “Vi diamo tre parole”, e me la rido anche perché mi viene in mente una canzone di qualche estate fa.

Sappiamo (ammettiamo), invece, di aver commesso molti errori. Ammettiamo che troppe volte siamo arrivati tardi, abbiamo studiato e capito poco. Che abbiamo smesso di credere nel bene comune che viene dal Vangelo. Che ci interessava soltanto quello che toccava noi o, al massimo, la nostra famiglia. Che abbiamo fatto della Dottrina sociale della Chiesa non una prassi da vivere ma, al massimo, un insegnamento. Chiusa nelle salette parrocchiali o nelle aule prestigiose.

Il benessere dei giovani, diciamolo forte, è un bene pubblico. Dobbiamo ridurre le distorsioni generazionali e le diseconomie di un sistema di welfare che trasferisce ricchezza quasi esclusivamente alle generazioni anziane, senza investire in futuro. Servizi per l’infanzia, politiche abitative, dell’istruzione e del lavoro, sono investimenti in capitale umano e quindi benessere generato per la società di domani. La misura di questo benessere è l’indicatore principale che il Paese può tornare a guardare al suo futuro.

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