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Vite bruciate

di Ada Serra

Un fatto gravissimo, un atto di violenza “contro un uomo indifeso e contro Dio stesso che abita in lui”: è quanto si legge nella nota della Diocesi su quanto è avvenuto a Rimini. È, soprattutto, un evento fuori dalle logiche di una città accogliente, e non soltanto con i turisti! Rimini non è solo l’ombelico della riviera romagnola ma anche la città di don Oreste Benzi, quella che nei giorni scorsi ha ricordato in tanti modi il suo “don” a un anno dalla scomparsa. I volontari dell’Associazione “Papa Giovanni XXIII” ogni sera continuano ad andare in stazione, sotto i ponti, sulle panchine e offrono un tetto sotto cui dormire a persone “invisibili” per la nostra società. A Rimini, grazie alla “Papa Giovanni” ma anche alla Caritas diocesana, ogni barbone, se vuole, la sera ha un tetto sotto il quale dormire e, soprattutto, può essere avviato a un percorso di autonomia e reinserimento sociale. Per queste realtà di servizio, come per tanti riminesi, Andrea Severi era un volto noto. Più volte gli era stato offerto aiuto ma lui l’aveva sempre rifiutato. Era arrivato da Taranto 15 anni fa e la sua “non fissa dimora” erano stati prima la stazione, poi i parchi pubblici e ora il quartiere periferico della Colonnella. Proprio lì, ieri notte, “ignoti”, come recitano i comunicati della Questura, gli hanno dato fuoco mentre dormiva.

La vicenda di Rimini ci fa dire che si può bruciare (o, meglio, “spendere”) la propria vita “per” gli altri, come ha fatto don Oreste, come fanno in tanti qui a Rimini, coma ha fatto don Luigi Di Liegro a Roma, come tanti, più o meno conosciuti, fanno in ogni parte del mondo. Oppure si può bruciare (letteralmente) la vita “degli” altri. Ora Andrea non è più in pericolo di vita ma le sue condizioni restano difficili. E la ferita che quanto è successo gli ha provocato dentro sicuramente non si rimarginerà con la stessa velocità delle ustioni sulla sua pelle.

Quanto è accaduto non può non chiamare in causa associazioni, gruppi impegnati nel volontariato. E l’anomalia di questo delitto, nel contesto riminese, lascia immaginare che la reazione delle istituzioni sarà dura. Ma prima di chiedersi cosa si può fare di più per queste persone bisogna interrogarsi seriamente su cosa si può fare per chi ha dato fuoco ad Andrea. Che siano bulli teppisti o razzisti o spacciatori a cui Andrea dava fastidio (le ipotesi si susseguono a raffica in queste ore), giovani o adulti, di buona famiglia o disagiati, è in ballo, ancora una volta, l’educazione e la formazione delle persone. Dobbiamo darci una scossa, come cristiani, e scuotere a nostra volta l opinione pubblica perché non passino messaggi che “deprezzano” la vita e delitti come quello di Rimini non diventino “normali”.

Educare (ed educarsi) significa anche imparare a guardarsi attorno nel modo giusto: parliamo spesso dei poveri nei nostri incontri. Ma quante volte abbiamo lasciato che fossero i poveri a parlare? Allora sì che diventerebbero persone e non realtà praticamente sconosciute con cui però riempirsi la bocca di parole. In questo senso, proprio da Rimini, parte un segnale di speranza. Il caso ha voluto che proprio in questi giorni nasca un’edizione riminese di Scarp de’ tenis, un mensile contro l’emarginazione nato a Milano e nella cui redazione lavorano anche persone di strada. Forse è una coincidenza. O, magari, anche no…

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  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

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