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Tra un mese, Natale

di Gianni Di Santo

«Tutte le strade sono piene di luce e risate. Le finestre luminose, come i volti dei bambini, sono raccolte attorno al focolare, a rendere grazie alla divinità che nasce, Gesù, il ribelle». È Jackson Brown che distende il suo canto nobile sulla musica di The rebel Jesus, una sorta di gospel-irish suonato da quei simpatici vecchietti che da anni rendono onore alla verde Irlanda, i Chiefthains. Fa da colonna sonora al mio presepe meticcio. Con la napoletanissima Tu scendi dalle stelle di sant’Alfonso de’ Liguori e Astro del ciel tiene compagnia, nell’immaginario visivo-sonoro, al Gesù che viene, che irrompe nella Storia. Che danza e canta con chi non ha niente. Suonando una musica ribelle. Zampogne, flauti di campagna, tamburi a cornice. Musica di pastori, che odora di buon vino e formaggio, il cibo della sobrietà, che dà sostentamento e consolazione. Altro che organi a canna, spese folli, il consumismo mangereccio, i regali sottovuoto, la tecnologia che avanza.

Eppure, tra un mese, è Natale. Basta una stella, a illuminare il cammino.

Guai però a dedicare al Natale attenzioni e spiegazioni diverse. Una lettura “solo” sociologica del Natale rischia di svuotare di senso l’unico fatto veramente nuovo che la nostra storia ha potuto conoscere. Eppure, tra un mese, oggi, è sempre Natale. E il nostro presepe di carta e di legno aspetta da giorni l’ultimo ritocco, l’ultima statuina. Confesso che non mi piace l’iconografia “bianca” del presepe. Belle e bionde Madonne che fanno compagnia a un Giuseppe tosto e aitante. Eppure Gesù, e la sua famiglia, è nato in Medioriente. Il suo corpo è meticcio, come i santi e i camminatori di questa umanità inquieta che se ne va in giro alla ricerca di un po’ di pace. Un’umanità disarmata, a volte emarginata, povera, come è “povero” questo Natale duemilaotto racchiuso nel gelo della recessione economica e delle borse mondiali che scendono e salgono.

Eppure, tra un mese, è ancora Natale. Il presepe di chi è solo. Di chi è ammalato, lasciato. Di chi aspetta vita. È il miracolo di Gesù che viene. Ognuno metterà dentro il presepe il suo pastore di cartapesta e di legno, di coccio e di terra. Come tradizione comanda. Forse. O forse c’è qualcosa di più in questo “voler bene” a un semplice presepe costruito con le proprie mani in un piccolo angolo della casa. Un sentirsi parte di una Storia più grande che accomuna cielo e terra.

Il mio presepe, quest’anno, non può essere che meticcio. E dentro la grotta, accanto al bambinello, c’è un posto in più. Domani, oggi, tra un mese, venticinque di dicembre dell’anno duemilaotto, niente cellulari, video e i-pod. Solo zampogne. Attendiamo l’ospite. L’inatteso.

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