Non c’è futuro senza istruzione
di Silvia Sanchini*
In questi giorni di burrasca per la Scuola e l’Università italiana, di concitazione e spesso di disinformazione, di polemiche e di manifestazioni, ci sono alcuni spunti sui quali più di altri vale la pena soffermarsi. Innanzitutto: non credo sia onesto né proficuo sminuire o minimizzare il valore di questa mobilitazione né considerarla circoscritta ad una minoranza di facinorosi. È vero, si riscontrano a volte forme di strumentalizzazione e non sempre la protesta assume modalità condivisibili. Lo stile della piazza storicamente non appartiene alla nostra Federazione, soprattutto se non sottende ad una riflessione più ampia e rigorosa. Eppure non si può negare lo sviluppo di un’attenzione e una mobilitazione alla quale da anni non eravamo più abituati, unita al rinsaldarsi dell’alleanza tra docenti e studenti, concordi sulle motivazioni del dissenso come da tempo non accadeva.
Mi soffermerò soprattutto sui pochi (ma non irrilevanti) aspetti del decreto che riguardano l’Università, anche se molte sono le problematiche in comune con la riforma della Scuola e non possiamo non esprimere anche a questo proposito la nostra preoccupazione e i nostri timori.
Non c’è futuro senza istruzione. Questo è un dato di partenza necessario ed insindacabile: un Paese non può pensare di crescere, svilupparsi ed essere competitivo se non investe innanzitutto sulla didattica e sulla ricerca, sulla Scuola e sull’Università come principali motori propulsori di sviluppo e di crescita. Eppure - e non è una questione di governi né di schieramenti politici ma un problema assolutamente trasversale - negli ultimi anni l’investimento sull’istruzione primaria e secondaria in Italia è stato pressoché nullo.
A questo si aggiungono due fondamentali problemi di metodo che hanno contraddistinto l’approvazione del d.l. 133 che, come FUCI, abbiamo scelto di evidenziare e denunciare. Desta infatti sconcerto pensare che un intervento sull’Università sia nato in seno ad una riforma finanziaria, elaborata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Quale spazio per una progettazione pedagogica? I problemi dell’Università possono essere ridotti semplicemente ad una questione economica?
È vero, l’Università italiana ha bisogno di cambiare e di regolamentarsi, riducendo sprechi spesso fin troppo visibili. C’è un problema serio che riguarda la proliferazione delle sedi universitarie e delle facoltà che va affrontato (basti solo pensare che attualmente ci sono in Italia 327 facoltà con meno di 15 studenti e 37 corsi di laurea con un solo studente). Ma resta forte il timore che le politiche sull’Università siano esclusivamente finalizzate al risanamento del bilancio statale piuttosto che ad un rilancio della formazione secondaria e della ricerca, in questo momento vero anello debole del Paese anche a confronto con gli altri stati europei.
La seconda sottolineatura riguarda la scelta di utilizzare lo strumento del decreto legge che ha inciso negativamente sulla possibilità di un confronto previo con il mondo universitario, con le associazioni studentesche e con i docenti. Una riforma sulla Scuola e sull’Università dovrebbe infatti nutrirsi del confronto a livello parlamentare tra maggioranza ed opposizione ma soprattutto del dialogo con i docenti, con gli studenti, con i pedagogisti, gli educatori e gli esperti…con chi vive quotidianamente il mondo dell’università sperimentandone le luci e le ombre. L’utilizzo di una decretazione d’urgenza ha privato di una vera concertazione tra le parti e di una progettazione più ampia e di lungo respiro che non rimanesse alla superficie dei problemi ma li affrontasse invece in maniera prospettica. Non vengono infatti affrontate questioni strutturali che ad oggi risultano particolarmente urgenti per il sistema universitario italiano: il valore legale del titolo di studio, l’istituzione di un sistema nazionale di valutazione della qualità degli atenei e dunque la questione della meritocrazia e della competitività tra gli atenei, il problema del precariato che penalizza tanti giovani e talentuosi ricercatori, la mancanza di infrastrutture e di servizi necessari per gli studenti (borse di studio, trasporti, laboratori…), la questione della libertà della ricerca.
Tutti questi elementi si inseriscono in uno sfondo più ampio che ha come perno il dibattito - ritornato al centro dell’attenzione in Italia negli ultimi mesi - sulla cosiddetta “emergenza educativa”. Non si può infatti parlare di educazione rimanendo in astratto, senza considerare concretamente i problemi della Scuola e dell’Università che appaiono oggi prioritari in un contesto di crisi generalizzata di tutte le agenzie educative. I giovani oggi appaiono sempre più spaventati e sfiduciati, appiattiti sul presente ed incapaci di proiettarsi nel futuro e progettare. Stiamo inoltre assistendo all’esplosione di nuove forme di disagio (bullismo, violenza, contatti sempre più prematuri con alcool e sostanze…) unite ad un sentimento diffuso di preoccupazione per il domani che si connette al problema annoso del precariato, alla crisi globale dei mercati e alla preoccupazione per il futuro ambientale e climatico del pianeta. Diventa allora sempre più urgente ripartire dalla Scuola e dall’Università come spazi fondamentali in cui ritrovare fiducia e speranza, in cui affidare agli studenti gli strumenti necessari per riscoprire una “voglia di futuro” e una capacità di guardare oltre l’orizzonte presente, in cui rinsaldare quel patto educativo e intergenerazionale tra giovani e adulti, studenti e docenti oggi fortemente compromesso. Auspichiamo allora che la questione educativa e pedagogica ritornino al centro del dibattito con maggiore sensibilità e attenzione e possano essere il punto di partenza fondamentale anche per una riforma più seria, partecipata e democratica delle istituzioni scolastiche.
*Presidente nazionale FUCI