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L’Italia che invecchia e il dilemma del futuro

di Silvio Crudo

«Considerando i dati a livello internazionale, il nostro Paese è quello maggiormente investito dal fenomeno dell’invecchiamento. Ormai un italiano su cinque supera i 65 anni e anche i “grandi vecchi” (persone dagli 80 anni in su) rappresentano il 5,3% della popolazione italiana». Questa affermazione, contenuta nell’Annuario dell’Istat 2008, sottolinea un aspetto della realtà sociale del nostro Paese tutt’altro che secondaria rispetto all’ondata recessiva in cui sta entrando l’Occidente industrializzato. Per coglierne compiutamente la portata questo dato va combinato con altri due: la bassa natalità e la diffusa “precarietà” che caratterizza il lavoro giovanile.

L’Italia in sintesi non è solo un Paese vecchio, almeno anagraficamente, ma un Paese che ha pochi giovani a cui, per giunta, risultano fortemente limitate le prospettive di futuro. Una situazione quindi ribaltata rispetto agli anni del “boom” economico, all’inizio degli anni 60.

Un fatto che fa riflettere perché lo sviluppo poggia sulle spalle dei giovani e non su quelle degli anziani.

È in questo quadro che, a mio avviso, va letto il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione. Un fenomeno che nel contempo si segnala come un’opportunità, che può rappresentare anche una risorsa, ma che evidenzia anche un limite strutturale del Paese.

È indubbio infatti che l’ampliamento delle aspettative di vita che si è verificato negli ultimi decenni, rappresenti per ognuno di noi una grande opportunità: quello di dare significato pieno a una età della vita che fino a qualche decennio fa era sinonimo di marginalizzazione sociale. Questo fenomeno può anche rappresentare una grande risorsa per l’Italia: perché ne accresce il “capitale sociale” (si pensi alle molte funzioni domestiche, assistenziali, ed educative oggi sopperite dai “nonni-giovani”, ma anche alla crescita considerevole che hanno avuto in questi decenni le varie forme di volontariato che coinvolgono persone pensionate) e perché garantisce un ragguardevole “fondo patrimoniale di riserva” per le giovani generazioni.

Il fenomeno dell’invecchiamento evidenzia però anche seri limiti del sistema Paese. Tre in particolare:

  1. Produce un forte squilibrio dei conti previdenziali accentuandone i flussi in uscita (anche se l’entità media delle pensioni è tutt’altro che alta) a fronte di entrate che si riducono (meno giovani e per di più con lavori precari). Anche se non se ne parla molto ad attutire questo effetto contribuiscono non poco i contributi previdenziali versati dai lavoratori stranieri per la struttura demografica di questa popolazione (molti giovani e pochi anziani) che si presenta ribaltata rispetto a quella residente.
  2. Incrementa notevolmente la spesa sanitaria e assistenziale (assistenza a domicilio, integrazione delle rette per persone non autosufficienti, contributi economici ecc.). Anche se in genere non se ne parla molto, è soprattutto l’ultima di queste due voci, la spesa assistenziale, che evidenzia oggi le carenze maggiori. In capo ai Comuni, non è vincolata, a differenza della spesa sanitaria, a livelli di prestazioni certe ed esigibili e presenta quindi una grande variabilità nell’erogazione tra le varie parti del Paese. È ciclicamente a rischio di riduzione (il Fondo sociale nazionale che la finanzia è stato nel 2008 ridotto del 30%). È difficilmente preventivabile in quanto affianca ogni anno a voci certe di entrata una pletora di piccoli finanziamenti a pioggia di difficile prevedibilità. Il sistema assistenziale quindi, ancorché la sua integrazione con il sistema sanitario sia decisiva ai fini delle prestazioni per gli anziani che ne hanno bisogno, si presenta come un ampio sistema fondato sul principio della “beneficenza pubblica” che eroga servizi tanto essenziali, per chi li riceve, quanto difficilmente classificabili sotto la voce dei diritti esigibili.
  3. Custodisce un patrimonio a forte rischio di erosione. Dicevamo sopra che la ricchezza pazientemente e faticosamente accumulata nei decenni dai “nonni” rappresenta oggi un non trascurabile “fondo patrimoniale di riserva” per l’intero Paese. Una risorsa quindi. Ma come tutti i fondi patrimoniali a decidere del suo significato è l’utilizzo che se ne fa. Un conto infatti è che sia utilizzato per investire, creando nuove opportunità e nuova ricchezza, tutto un altro se viene gradualmente consumato per sopperire ad esigenze primarie che non possono essere soddisfatte da un reddito insufficiente. Nel primo caso esso si configura come un potente fattore di sviluppo, nel secondo come un temporaneo ammortizzatore sulla strada di un declino annunciato.

In questo dilemma tra sviluppo e declino è, a mio avviso, racchiuso il significato ambivalente che può assumere per l’Italia il fenomeno in atto dell’invecchiamento della sua popolazione. Tutto dipenderà dalla capacità che avremo insieme, anziani e non, di voler agganciare al futuro, e non al passato, le ragioni della nostra speranza. E di comportarci di conseguenza. Per ogni nonno, questo è certo, la preoccupazione maggiore, spesso più che per se, è rappresentata dalla vita futura dei propri nipoti.

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