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Il sogno si è avverato

di Giovanni Bachelet

Il 4 aprile del 1968 una pallottola uccideva Martin Luther King, Jr. mentre prendeva una boccata d’aria sul balcone di un motel di Memphis, Tennessee. Aveva solo trentanove anni; oggi ne avrebbe settantanove. Era un pastore, un uomo di Chiesa, e aveva speso tredici anni della sua vita nella difesa non violenta dei diritti dei neri americani, nella lotta alla povertà e contro la guerra in Vietnam, dal grande boicottaggio degli autobus nel 1955 (per solidarietà con la piccola vecchia Rosa Parks, arrestata perché si era rifiutata di alzarsi per far sedere un bianco a Montgomery, Alabama), passando per la grande marcia su Washington per il lavoro e la libertà del 1963, fino alla Poor People’s Campaign per la giustizia economica del 1968.

Sotto la presidenza di John Kennedy, con la collaborazione del fratello Robert allora ministro della giustizia, il movimento di King, nonviolento e dichiaratamente ispirato ai principi evangelici, gettò le basi di grandi riforme sociali e del superamento della segregazione: un terreno sul quale anche il presidente Johnson andò avanti, dopo la morte di Kennedy. L’assassinio di King, seguito a pochi mesi di distanza da quello di Robert Kennedy (in quello stesso 1968 candidato alla presidenza) sembrarono, a cinque anni dall’assassinio di John Kennedy, la pietra tombale sulle speranze di un’epoca: la prova definitiva che sperare e combattere con le armi della ragione e della nonviolenza, confidando nella forza rivoluzionaria dell’amore cristiano, erano pie illusioni.

Alcuni cristiani persero la speranza e diventarono comunisti. Altri cristiani persero la speranza e cominciarono a rimangiarsi l’opzione a favore dei poveri e degli ultimi, tornando a simpatizzare coi ricchi e i potenti. Solo pochi tennero duro, ricordando che il successo immediato non dovrebbe essere, specialmente per i cristiani, l’unico metro per l’azione politica. Questa verità, che vent’anni fa Roberto Ruffilli cercava di ricordarci in un indimenticabile incontro a Brentonico (in: Aldo Moro e Vittorio Bachelet, memoria per il futuro, Il Margine 2008), risplende, quarant’anni dopo, nell’elezione di Barack Obama. «Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere». Il sogno si è avverato.

La fede e l’impegno politico democratico, la battaglia intransigente per la giustizia e l’amore dei nemici non solo si possono e si devono conciliare, ma sono, sul lungo periodo, vincenti: cambiano i cuori, il mondo, la storia. Nel Paese dove cinquant’anni fa i neri non potevano sedersi in autobus il nuovo presidente è nero. Ad Atlanta, Georgia, dove anch’io sono stato pellegrino, vicino alla parrocchia della quale era parroco, in una tomba che emerge dall’acqua, segno del Battesimo e della sua chiesa Battista, Martin Luther King può dormire tranquillo, nell’attesa della risurrezione.

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  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

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