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Il debito non rimesso

di Marco Iasevoli

Il dibattito sull’attuale crisi economica è gravemente omissivo: tutti si chiedono cosa accadrà alle economie del nord del mondo, nessuno spreca una parola sui terribili impatti che già si stanno registrando nei cosiddetti “paesi in via di sviluppo”, dove un “segno meno” negli indicatori si traduce in maggiore povertà (quella vera) e accresciuti rischi di conflitti. L’esigenza di guardare, da credenti, oltre i ristretti confini del proprio campanile, è stata ribadita nei giorni scorsi dal cardinale Bagnasco: in una lettera inviata alla fondazione Giustizia e solidarietà (l’ente che ha gestito i fondi giubilari per la cancellazione del debito in Guinea e Zambia) ha da un lato ribadito che la questione del debito estero dei paesi poveri “rappresenta uno degli aspetti più inquietanti del più vasto scenario mondiale”, dall’altro che la “nuova condizione globalizzata” deve essere vissuta “non come una fatalità da subire, ma come una sfida da orientare nella linea di una progressiva umanizzazione”. Concludendo il suo messaggio, il presidente della Cei ha chiesto di “far crescere l’attenzione educativa su questi temi che esigono una convergente attenzione”. Nella pratica, si annuncia la nascita di un tavolo interassociativo, comprende anche l’Azione Cattolica, che si occupi di tradurre negli itinerari formativi ordinari l’attenzione alla mondialità.

Intanto, a otto anni dalla campagna per la cancellazione del debito fortemente promossa da Giovanni Paolo II, emergono, nonostante i diversi risultati raggiunti, numerosi elementi preoccupanti, raccolti nel rapporto “Debito 2006-2008″ curato dalla fondazione Gs. Uno in particolare: l’Africa sub sahariana, la regione più povera del pianeta, oggi paga una rata annua sul debito (17 miliardi di euro) più alta rispetto a quella del 1999 (13 miliardi). In che modo i paesi di quest’area possono investire in sviluppo? Restando alta la rata annua, infatti, la diminuzione del debito complessivo risulta una misura poco efficace.

Preoccupa anche il futuro delle politiche di cooperazione nel nostro paese. La prossima finanziaria, infatti, conterrà una pesantissima decurtazione dei fondi destinati agli aiuti esteri. Nel 2009, la spesa in solidarietà sarà del 54 per cento inferiore all’anno in corso (conteggi del ministero degli Esteri), e scenderà probabilmente sotto lo 0,15 per cento del Pil, lontanissimo dalla soglia dell’1 per cento che gli ultimi governi, senza distinguo, avevano promesso. È evidente che occorre adoperarsi per far rivivere lo spirito giubilare e renderlo stile quotidiano.

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  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

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