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A che scuola vai?

Qualche riflessione in margine della nuova legge sulla scuola

di Vittorio Rapetti*

La nuova legge sulla scuola. Anche se ci lavoro ormai da 31 anni, è difficile stringere in poche righe una questione così complessa, vasta e in questi giorni densa di motivi polemici. Ci proviamo, tentando una riflessione da cristiani e cittadini in questa nostra Italia.

Prima questione. La nuova legge parte dalla considerazione che la scuola italiana è in crisi. E’ vero? Sì, la crisi c’è, ed è profonda, ma tocca in modo e misura assai diversa le varie fasce di età. Le situazioni più collaudate e ben orientate sono quelle della scuola elementare. Non a caso anche nelle statistiche internazionali, il lavoro dei maestri italiani ed i risultati dei ragazzi sono molto apprezzati. Diversa la situazione delle scuole medie, su cui incide una condizione di forte disagio culturale e comportamentale degli studenti (non a caso le classi sono molto difficili da gestire). Altrettanto diverso è il quadro delle superiori, sulle quali pesa la mancanza di una riforma attesa da decenni e sostituita da decine di sperimentazioni, che faticano ad orientare la formazione e la educazione degli adolescenti. Infatti, su tutto pesa una trasformazione sociale e culturale profonda di tutto il nostro paese, che tocca anche la dimensione familiare e la relazione genitori-figli. Non si tratta di “dare la colpa alla società”, ma di capire i problemi. Chi pensa di discutere di scuola e di scuole senza considerare quanto succede nella società e nella mentalità della gente, prende un grande abbaglio. Ma è proprio quanto sta capitando, grazie anche alla superficialità dell’informazione. L’esempio più evidente è l’atteggiamento favorevole di molti adulti verso il ‘maestro unico’: “ai miei tempi un solo maestro gestiva senza problemi 30-40 ragazzi!”. Chi parla così evidentemente non è più entrato in un’aula scolastica da “quei tempi” o non si rende conto di come si comportano i propri figli e nipoti. E magari si illude che si possa recuperare il bullismo con un 5 di condotta.

Seconda questione. La nuova legge toglie alla scuola risorse economiche (circa 8 miliardi di euro) e personale (circa 87.000 docenti e 44.000 non-docenti), bloccando di fatto per parecchi anni l’ingresso di insegnanti giovani e aumentando il numero di studenti per classe. E’ molto difficile sostenere che una tale “cura” possa servire per migliorare l’offerta formativa da parte di una scuola già considerata “vecchia”. E’ invece piuttosto evidente che il criterio di “riforma della scuola” ha una origine diversa: quella economica. Si deve risparmiare e lo si fa sulla formazione gestita dalla scuola pubblica, che tocca tutti i ragazzi e tutte le famiglie. Ciò indica quindi una precisa priorità ed ha uno scopo chiaro (ma non dichiarato): mettere in discussione la centralità della scuola pubblica, per dare spazio alla scuola privata (che - beninteso - non sarà più quella delle suore, ma una serie di scuole-aziende di carattere commerciale, che -legittimamente - cercheranno di ricavare un profitto da questa attività); si avvierà inoltre un meccanismo per cui anche la scuola statale dovrà cercarsi i finanziamenti sul territorio (con le ovvie conseguenze per le zone più povere). E qui c’è un secondo elemento di giudizio: la manipolazione della realtà e della informazione. Non si discute apertamente di questi orientamenti, anzi essi vengono negati o nascosti. Il governo ha proceduto senza avviare alcun confronto con sindacati e opposizione, senza alcuna considerazione delle manifestazioni di insegnanti e studenti. Anzi l’atteggiamento di diversi esponenti del governo è andato nel senso opposto: i ragazzi sono manipolati dagli insegnanti, gli insegnanti sono degli scansafatiche (il che certo non aiuta chi entra in classe ogni giorno, con l’intenzione di svolgere un’opera educativa). Una riforma così importante come quella della scuola non può realizzarsi senza un consenso ampio e un coinvolgimento di chi la dovrà attuare nella pratica. Questo smentisce nei fatti l’ottimo intento previsto dalla legge di dare spazio alla educazione costituzionale, alla educazione alla legalità e alla democrazia.

E qui tocchiamo una terza questione: il ricorso alla propaganda e gli effetti della riforma. Un esempio è la norma che riguarda le “classi-ponte” per i ragazzi immigrati: essa è presentata come un modo per facilitare l’apprendimento dell’italiano agli stranieri; avrà invece come risultato quello di “isolare” ancor più gli stranieri rispetto agli italiani (perché un ragazzo cinese dovrebbe imparare meglio l’italiano stando in classe con altri cinesi, macedoni, marocchini, rumeni …?). La riduzione dei fondi alle scuole e all’università non servirà a eliminare gli sprechi (per questo ci sono metodi ben più seri), ma orienterà anche l’Italia verso un doppio sistema scolastico, collegato al reddito e al ceto sociale : chi ha soldi va alle private, chi ha meno soldi o è straniero va alle statali. In questo modo la scuola da istituzione che concorre a ridurre disuguaglianze sociali e discriminazioni, scivola verso la semplice riproduzione delle differenze sociali esistenti. La figura dell’insegnante-educatore sarà sostituita definitivamente da quella dell’insegnante-addestratore tecnico.

In conclusione. La scuola - specie quella media e superiore - ha oggi la necessità di essere rinnovata nel suo progetto, nell’organizzazione e nei metodi, ha bisogno di rimotivare i propri operatori sul senso del loro lavoro educativo e ruolo sociale, richiede quindi un forte investimento culturale, politico ed economico. Dalla legge Gelmini, dal “piano Programmatico” collegato, dalla legge finanziaria che ne imposto i “paletti economici” non emerge alcun progetto educativo su come si possa rinnovare la scuola di fronte alle sfide culturali di questo tempo. Affiora un progetto politico che mira alla riduzione della scuola pubblica e a “privatizzare” anche questo settore (così come si sta tentando anche con la sanità). Emerge un metodo che contrasta con il dialogo democratico, ma nei toni e nella sostanza si gioca sui rapporti di forza e sulla propaganda. Direi che ce n’è abbastanza - per dei cristiani, cittadini di questo paese - per essere seriamente preoccupati.

* Presidente interparrocchiale AC di Acqui Terme, Insegnante di Scuola superiore

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