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Una questione di (s)fiducia

di Nico Curci

È una questione di fiducia, o meglio di sfiducia. Questa crisi finanziaria, che si sta tramutando in crisi economica, è tutta qui, come ogni crisi economica da quando l’uomo ha imparato ad usare la moneta per regolare gli scambi. Questo ci aiuta a inquadrare meglio il problema e ad evitare di fare affermazioni di portata millenaristica su una presunta fine del capitalismo o del mercato. Niente di tutto ciò avverrà.

La sfiducia oggi regna nel mondo. Le banche non si fidano le une delle altre e non si prestano più denaro, con la conseguenza che quelle che hanno liquidità preferiscono tenerla nei poco remunerativi conti presso le Banche Centrali, piuttosto che prestarla sul mercato interbancario alle banche che ne necessitano, per paura di non essere ripagate. Ma se la liquidità non gira, tutto il sistema frena, perché anche le imprese faranno fatica ad ottenere il credito bancario di cui hanno bisogno per andare avanti. Gli investimenti si riducono e quindi la crescita si arresta.

A loro volta, i cittadini iniziano a non fidarsi molto delle loro banche, perché hanno paura che i loro bilanci non siano veritieri e quindi nascondano buchi che possono portare ad un fallimento. È vero che c’è la copertura sui depositi, ma tutti coloro che negli anni passati hanno acquistato titoli, consigliati male (a voler essere buoni!) dalle loro banche, rischiano comunque di perdere i loro risparmi.

I Governi non si fidano l’uno dell’altro. Prima di arrivare ad un accordo in sede europea, abbiamo assistito ad una serie di decisioni politiche che gli economisti classificano sotto l’etichetta “beggar-thy-neighbour” (letteralmente, “affama il tuo vicino”), che in larga parte spiegano perché la crisi finanziaria del ‘29 portò alla Grande Depressione degli anni ‘30. Nelle scorse settimana, dopo il crack di Lehman Brothers, l’Irlanda aveva deciso di innalzare unilateralmente la garanzia illimitata sui depositi, la Germania faceva lo stesso subito dopo aver criticato aspramente il provvedimento irlandese e così via: questi provvedimenti rischiavano di rafforzare la raccolta di depositi delle banche domestiche a svantaggio di quelle straniere, quanto di più contrario alle regole di comportamento di un’area monetaria ottimale ci possa essere. Per fortuna, ci si è messo una pezza, per quanto la tentazione di ricorrere a politiche di questo tipo sarà sempre forte nei prossimi mesi.

È per questo che si parla della necessità di una nuova governance globale dei processi economici e finanziari. Sull’opportunità di agire non credo ci siano dubbi. Purché non si voglia nascondere dietro questo processo un ritorno ad un passato di interventismo pubblico di cui davvero non sentiamo il bisogno. Regolare i processi economici non significa creare distorsioni al corretto funzionamento del mercato. E un meccanismo di regolazione degli scambi economici migliore del mercato, in cui domanda e offerta si confrontano liberamente, non è stato ancora trovato. Se lo Stato entra a gamba tesa in questo meccanismo, rischia solo di creare rendite di posizione che finiscono con l’aumentare le disuguaglianze sociali. L’epoca dello Stato imprenditore lasciamola ai libri di storia. Accontentiamoci di uno Stato che sia un buon regolatore, perché altrimenti la discrezionalità politica rischia davvero di costarci un decennio buono di mancata crescita economica.

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  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

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