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Archivio di ottobre 2008

Questo piccolo grande orrore

lunedì 6 ottobre 2008

“Per ogni due bambini soldato rilasciati, cinque vengono rapiti e arruolati”, ha affermato oggi Amnesty International in un nuovo rapporto pubblicato sulla guerra in corso nella provincia del nord Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo.

Tra questi bambini soldato, alcuni vengono nuovamente reclutati dopo essere stati liberati dai gruppi armati e essersi ricongiunti alle proprie famiglie.

Secondo Amnesty International, degli ex bambini soldato che erano stati riuniti alle loro famiglie nel nord Kivu nell’ambito del programma nazionale di smobilitazione, circa la metà sarebbero stati reclutati di nuovo dai gruppi armati.

“Proprio la loro precedente esperienza nei gruppi armati rende questi bambini reclute di gran valore e li espone a maggiori rischi” ha dichiarato Andrew Philip, esperto di Repubblica Democratica del Congo di Amnesty International, che ha raccolto testimonianze oculari nella regione. “Più hanno esperienza, più sono a rischio di essere reclutati di nuovo. In questo caso, l’esperienza può essere mortale”.

Il rapporto rivela la portata dei continui abusi sessuali e psicologici subiti da donne e bambini nel conflitto, a dispetto dell’impegno del governo e dei gruppi armati a porre fine a queste atrocità.

I bambini soldato che provano a fuggire vengono uccisi o torturati, in alcuni casi alla presenza di altri bambini, per dissuadere questi ultimi dal fare lo stesso tentativo.

Un ex bambino soldato ha riferito ad Amnesty International di come due giovani siano stati picchiati fino alla morte in sua presenza e di altri coetanei “come lezione per tutti affinché non scappassero”.

“[I ragazzi] sono stati fatti uscire da una buca nel terreno e presentati agli altri durante una sessione di addestramento. [Un altro comandante del gruppo armato] ha ordinato di ucciderli. Due soldati e un capitano li hanno spinti nel fango. Stanchi di colpirli con i calci… li hanno picchiati con bastoni di legno. La punizione è durata 90 minuti, finché sono morti”.

Altri bambini soldato, catturati dall’esercito della Repubblica Democratica del Congo in quanto sospettati di appartenere ai gruppi armati, hanno riferito di aver subito maltrattamenti e torture durante la detenzione. Ma non sono solo i bambini a subire gravi violazioni nelle zone orientali della Repubblica Democratica del Congo.

“La situazione nel nord Kivu è sconvolgente” ha detto Andrew Philip. “I gruppi armati e le forze governative continuano a violentare donne e ragazze. Vengono violentate persino le bambine e le anziane, alcune hanno subito stupri di gruppo. La cosa che inquieta particolarmente è che le violenze vengono commesse in pubblico, alla presenza dei familiari, compresi i bambini.”

Una 16enne sopravvissuta allo stupro ha riferito di essere stata rapita da due giovani ufficiali dell’esercito e tenuta prigioniera in un campo militare nel nord Kivu per diversi giorni prima di essere rilasciata. Nel campo, è stata violentata da un ufficiale.

“Gli altri agenti e soldati nel campo non sembravano preoccuparsi né occuparsene”, ha detto ad Amnesty International. Ora soffre di flashback e persistenti mal di testa.

Nel suo rapporto, Amnesty International rivolge una serie di raccomandazioni ai gruppi armati, al governo e alla comunità internazionale affinché agiscano per porre fine alle violazioni dei diritti umani. Le raccomandazioni includono la richiesta ai gruppi armati di rilasciare immediatamente tutti i bambini reclutati con la forza e di adottare misure per porre fine alla violenza sessuale.

(comunicato stampa Amnesty International, 29/9/2008)

Clima italiano

venerdì 3 ottobre 2008
C’è qualcosa di inquietante nel clima sociale e culturale del nostro Paese. Nelle trasmissioni televisive molti politici citano indagini internazionali che mettono in evidenza quanto sia alto l’allarme dei nostri concittadini verso gli immigrati, la piccola criminalità di strada. Ma si parla meno dei dati statistici, che vedono questo stesso Paese, pur nei suoi mille problemi, agli ultimi posti per omicidi e crimini “visibili”. I furti d’auto sono calati di 20.000 unità tra il 2006 e il 2007. abbiamo ridotto i dieci reati più comuni del 40% rispetto al 1988.
Dati Ue sulla criminalità in 18 Paesi europei (posizione dell’Italia)
Media dei dieci reati più comuni: 12 su 18
Borseggi: 14 su 18
Rapine: 18 su 18
Violenze sessuali: 13 su 18
Furti con scasso: 5 su 18
Aggressioni: 18 su 18
Razzismo: 18 su 18

Percezione sul rischio dei reati (posizione dell’Italia)
Convinzione che entro un anno ci ruberanno in casa: 2 su 18
Convinzione che le strade sono pericolose di notte: 3 su 18.

L’enorme differenza tra realtà e percezione fa davvero impressione. Una navigata signora della politica italiano in tv citava lo stesso studio per dimostrare come anche a livello internazionale fosse ben presente la gravità della situazione italiana, ma dimenticava facendo forse finta che citava non i dati dei reati ma quello del timore percepito dai cittadini.

Si cerca – e spesso si ottiene – il consenso soffiando sulla paura e promettendo ciò che si sa benissimo essere impossibile. Offrire soluzioni semplici a problemi complessi è una ricetta infallibile per il successo nei sondaggi. Le persone non hanno bisogno di riflettere, di documentarsi, di confrontarsi, di faticare: la risposta sembra ovvia, è lì, già pronta. Chiaramente il problema nel frattempo non si risolve, anzi si aggrava. Ma anche questo è un obiettivo deliberatamente cercato: se per malaugurata idea si riuscisse a risolvere un problema, si perderebbe la ragion d’essere d’esistenza di coloro che si offrono di prendersene cura.

È quanto sta avvenendo ad esempio con il problema degli immigrati. Un problema mondiale, complicatissimo, spia di un malessere profondo dell’economia internazionale. Per molti la soluzione è semplice: rispedirli a casa. Sanno benissimo che è un’ipotesi priva di senso, ma accarezza le nostre orecchie distratte e i nostri cervelli intorpiditi. Intanto si fa crescere la paura, la diffidenza. Si moltiplicano gli atti di razzismo (e guai a chiamarli con questo nome), la violenza evocata a poco a poco rischia di divenire reale, conclamata, cavalcata. Tre famiglie rom, cittadini italiani, sono stati picchiati dalle forze dell’ordine. È in corso una inchiesta. Un sindaco è indagato per istigazione all’odio razziale durante una manifestazione antiislamica di un partito di governo. Bande di ragazzini si accaniscono contro un asiatico. I giornali attribuiscono a una guerra tra clan l’assassinio di lavoratori clandestini. Non basta essere italiani, se si è neri di pelle, per sfuggire alle botte e al massacro.

Non si dica che chiudiamo gli occhi sugli oggettivi problemi di convivenza con persone di culture diverse, senza lavoro o con lavori precari, possibili punti di contatto con la malavita. Non sottovalutiamo il rischio. Ma si comprenda che i rimedi facili e populistici aggravano il rischio, fomentano la spirale di violenza, creano nuovi problemi che si aggiungono a quelli esistenti.

Dedicarsi a quello che un capo del governo ha definito allegra “anarchia dei valori” non è senza conseguenza. Un deficit di riflessione culturale ci toglie gli strumenti per comprendere la realtà. L’Italia soffre per qualche situazione che non riusciamo bene a cogliere, ma che ci inquieta per due motivi: per il fatto che questa situazione esista e per il fatto che non sia colta nella sua gravità.

Parliamo tanto di sicurezza. Ma cosa intendiamo con questo termine?
Siamo il Paese che ha alcuni tra i numeri più alti di omicidi e violenze in famiglia. Gli omicidi in famiglia sono superiori a quelli di mafia e incidenti sul lavoro.
L’informazione tende a divenire soprattutto intrattenimento, gossip, leggerezza. È certamente più leggero – e meno rischioso – occuparsi di pettegolezzi che fare una inchiesta approfondita. Anche noi lettori siamo impigriti. I provvedimenti spesso sono legati all’immagine: un po’ di militari in giro per la città ci rassicurano. In fondo potremmo anche assumere delle comparse. Anzi: magari un attore che fa la parte di un politico appare più convincente di uno statista autentico. Scriveva Platone che di fronte a un pubblico di bambini un pasticcere è più convincente a parlare di cibo. di un dietista
Intanto i provvedimenti per stanare il riciclo di denaro sporco sono cancellati. Il ministro dell’economia dichiara che quasi tutto l’8 per mille dato dagli Italiani allo Stato verrà usato per compensare il taglio dell’Ici. Lo stesso governo aveva utilizzato il fondo per la previdenza dei piloti Alitalia, le iniziative dell’ex sindaco di Catania e medico personale del capo di governo. Chi garantisce la sicurezza dell’istruzione, della sanità, della previdenza sociale, del diritto allo studio, alla formazione, al lavoro? O quella dei risparmiatori, degli investitori, degli imprenditori che pagano le tasse e non usano il lavoro in nero, delle famiglie – specialmente se hanno figli?

Freud fuori moda?

venerdì 3 ottobre 2008

di Valeria Papa

Una tendenza dilagante dal nuovo al vecchio continente fa capolino sui nostri quotidiani. Per risparmiare tempo, soldi e molto altro le pillole stanno sostituendo la psicoterapia. Un articolo di “Repubblica” ci invita a riflettere sulla qualità delle cure esistenti per far fronte ai “mali dell’anima”. Recenti studi hanno rilevato come negli Stati Uniti sia sempre più diffusa la tendenza a ricorrere ai farmaci piuttosto che al fantomatico lettino. In pochi anni, le persone che si rivolgono allo psicoterapeuta sono calate di un buon 20%.

Un dato di rilevante influenza che si riscontra nella realtà americana riguarda le assicurazioni sanitarie che, oggi più che in passato, rimborsano prevalentemente gli psicofarmaci rispetto alle psicoterapie. Un’inversione di tendenza riguarda la sola New York, dove risulta più in voga risolvere i traumi infantili con la “terapia della parola” più che con una pillola. Una moda riservata a pochi eletti, ormai. Un bene di lusso, anche se “scomodo” da un punto di vista psico-emotivo.

Un altro fattore, oltre a quello economico, sembra essere la mentalità diffusa di considerare il farmaco come un rimedio risolutivo, di facile accesso e di rapida efficacia. In Italia sembra esserci una lieve tendenza all’omologazione americana nella scelta tra psicoterapia e farmaco, pur essendo presente una certa distanza socio-culturale. Infatti, si riscontra una pericolosa tendenza all’associazione meccanica tra disturbo e farmaco, che si traduce in una scorciatoia meno impegnativa, più rapida e meno costosa emotivamente oltre che economicamente. La psicoterapia, per contro, si configura come un percorso che coinvolge anima e cuore mescolati al desiderio di mettersi in discussione con umiltà, intelligenza e fiducia.

Le emozioni non sono ridotte a mere reazioni neurochimiche svuotate di significato, ma ascoltate, comprese, elaborate in una relazione “sana”: la relazione che cura, per facilitare una maggior consapevolezza nella persona che sceglie il percorso impervio della psicoterapia. Per il resto, psicoterapia e farmaci, oggi, non vengono più ritenute strade inconciliabili e contraddittorie perché in grado di supportarsi e completarsi a vicenda, soprattutto in alcuni disturbi.

A favore del farmaco, tuttavia, gioca un forte sostegno delle industrie farmaceutiche supportate da una corposa letteratura scientifica. È anche vero che nel campo della psicoterapia c’è bisogno di incrementare la ricerca, per tenere duro e non cedere alle tentazioni di sostituirla con strade di più facile accesso. Ma in realtà, si combatte ogni giorno con il mutuo da pagare, le bollette che aumentano e la spesa da fare e pochi possono permettersi il lusso di star bene “dentro”. Bisogna denunciare che effettivamente c’è una carenza di offerta pubblica, nonostante la corposa presenza di psicoterapeuti competenti “non convenzionati”. Ma in futuro, cosa ci aspetta? Cureremo davvero ogni disturbo con le pillole, alimentando una solitudine che spesso dilaga silenziosa nelle nostre case, oppure c’è qualche speranza per le relazioni e in particolare le relazioni “sane”?

Obiettivi del Millennio. Fatti o parole?

mercoledì 1 ottobre 2008

di Paola De Lena

Malta. La Valletta. Recuperati trentacinque cadaveri di immigrati a circa trenta miglia dalla costa. L’ennesimo barcone della speranza carico di clandestini i cui sogni si infrangono ancora prima di arrivare alla meta. New York. Palazzo di Vetro. Lo scorso 25 settembre i capi di Stato e di governo dei Paesi facenti parte delle Nazioni Unite, insieme a numerosi portavoce delle agenzie Onu e della società civile, si riuniscono, in concomitanza con la 63ª Assemblea delle Nazioni Unite, nell’High Level Event sugli “Obiettivi di Sviluppo del Millennio”.

Facciamo un passo indietro: è l’anno 2000 e 189 Stati si impegnano, entro il 2015, ad eliminare la povertà estrema e la fame, a garantire l’istruzione primaria, promuovere la parità tra i sessi, ridurre la mortalità infantile, migliorare la salute materna, combattere l’HIV/AIDS, la malaria ed altre malattie, assicurare la sostenibilità ambientale e promuovere una partnership globale per lo sviluppo. Sono i Millennium Development Goals, gli “Obiettivi di Sviluppo del Millennio”. Ad otto anni da quella data, quando ormai il cammino dovrebbe essere spianato, l’assemblea dell’Onu del 25 settembre deve servire per fare il punto della situazione perché, se le carrette del mare continuano a raggiungere le coste dei Paesi più industrializzati e se ancora un miliardo di persone vive sotto la soglia di povertà pari ad un dollaro e poco più al giorno, allora è evidente che qualcosa non sta andando per il verso giusto.

A questo proposito Benedetto XVI, in occasione dell’Angelus del 21 settembre ha affermato, riferendosi al summit delle Nazioni Unite, che: «Un tale impegno, pur esigendo in questi momenti di difficoltà economiche mondiali particolari sacrifici, non mancherà di produrre importanti benefici sia per lo sviluppo delle Nazioni che hanno bisogno di aiuto dall’estero sia per la pace e il benessere dell’intero pianeta».

Certo alcuni passi avanti sono stati fatti: diversi Paesi dell’Africa hanno raggiunto importanti risultati intermedi e, se continueranno così, riusciranno a raggiungere gli “Obiettivi del Millennio”. Ma altri importanti passi sono ancora da fare, soprattutto da parte dei Paesi più ricchi che non sempre mantengono gli impegni presi. L’Italia risulta essere il fanalino di coda tra gli Stati europei. Dopo essersi impegnata a dare lo 0,70% del Prodotto Interno Lordo all’aiuto pubblico allo sviluppo, oggi è ferma, secondo l’ultimo rapporto Ocse, allo 0,19%.

Lo stesso cardinale Angelo Bagnasco, nella prolusione al Consiglio Permanente della Cei, si è così espresso a proposito del problema dell’immigrazione: «Su questo fronte sarà bene procedere – anche in un contesto europeo – cercando con impegno accordi di cooperazione con i Paesi di provenienza e volendo progressivamente guadagnare alla legalità situazioni irregolari compatibili con il nostro ordinamento, accettando di dare – appena vi siano le condizioni – risposte positive sia alle esigenze di una progressiva ed equilibrata integrazione sociale, sia alle domande di ricongiunzione familiare presentate nella trasparenza e per il benessere superiore delle persone coinvolte, oltre che della società tutta». Come a dire che è necessario un impegno forte delle istituzioni e della società civile per promuovere sempre e ad ogni costo la dignità umana, lesa da condizioni inaccettabili di povertà, messa a repentaglio da un modello di sviluppo che, totalmente sbilanciato verso il Nord benestante e sviluppato e concentrandosi solo sul profitto, dimentica le difficoltà quotidiane di chi tale modello lo subisce.

L’Azione Cattolica ha aderito alla Campagna sugli “Obiettivi di Sviluppo di Millennio” promossa in Italia dalla Focsiv (Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario) perché convinta della stretta relazione esistente tra salvaguardia della dignità umana e difesa dei diritti fondamentali. Tale campagna, avendo come obiettivo prioritario quello di ricordare ai governi gli impegni presi nei confronti del Sud del mondo, è anche uno strumento importante per sensibilizzare le coscienze ed educare alla mondialità, certi del ruolo fondamentale che ognuno di noi, come singolo e come membro di una comunità, gioca nella costruzione reale e non utopica di un mondo migliore. Perché gli Obiettivi del Millennio siano fatti e non promesse.

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