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Archivio di ottobre 2008

Niente di cui brindare…

sabato 18 ottobre 2008

In Italia è “emergenza” alcol per i giovanissimi: fa infatti uso di bevande alcoliche e superalcoliche il 19,5% dei ragazzi under-18. E c’è un altro dato molto allarmante: l’Italia è il Paese in Europa dove più bassa è l’età di accesso all’alcol, dato che il primo contatto avviene nella fascia di età 14-17 anni. A puntare i riflettori sul fenomeno, parlando di una vera e propria “emergenza alcol per i giovani e giovanissimi”‘ nel nostro Paese, è il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella, che oggi ha presentato la I Conferenza nazionale sull’alcol che si svolgerà a Roma il 20 e 21 ottobre.

Tra i giovani sotto i 18 anni, ha affermato Roccella, si registra “un boom di consumo di bevande alcoliche”. I giovanissimi, ha precisato il sottosegretario, consumano soprattutto birra, ma anche superalcolici e drink “mascherati”, ovvero “apparentemente innocui, e venduti anche nei supermercati, ma che in realta’ hanno un alto contenuto alcolico”. A preoccupare, ha inoltre spiegato Roccella, è anche il fatto che “è cambiata la modalità di consumo di alcol nel nostro Paese: se negli anni scorsi, infatti, si consumava soprattutto vino ed ai pasti, ora si registra invece un calo nel consumo di vino ed un aumento dell’uso di superalcolici fuori pasto”. Quello che i giovanissimi cercano, ha aggiunto Roccella, è innanzitutto lo “sballo e l’ubriacatura, abitudine che si riscontra maggiormente nei maschi”. Sono questi, ha commentato, “comportamenti relativamente nuovi per il nostro Paese e rappresentano importanti fattori di rischio”. Data l’alta percentuale (la maggiore in Europa, appunto) di baby-bevitori under-18, è fondamentale, ha detto Roccella, pensare a nuove strategie di azione soprattutto sul fronte della prevenzione, “rafforzando ad esempio i controlli sui luoghi del bere e di ritrovo dei ragazzi, anche se – ha aggiunto – le sole politiche repressive non sono sicuramente sufficienti e bisognerà anche agire, ad esempio, sul fronte della regolamentazione della pubblicità”. Il punto, ha avvertito Roccella, “è che siamo di fronte ad un’emergenza educativa: i ragazzi sono, cioé, sempre di più fuori dal controllo dei genitori e della scuola, mentre aumentano i contatti via Internet”. A ciò si aggiunge anche una sorta di “vuoto normativo”. La legge italiana, infatti, prevede il divieto di somministrazione di alcolici ai minori di 16 anni, ma non è previsto alcun divieto di vendita agli under-18.

Emergenza alcol per i giovani non  solo in Italia, ma a livello europeo: nella Ue, infatti, il 25%  della mortalità giovanile tra i maschi è proprio dovuta  all’alcol. Lo ha affermato il sottosegretario alla Salute  Eugenia Roccella, presentando oggi la I Conferenza nazionale  sull’alcol che si svolgerà a Roma lunedì e martedì prossimo. I dati a livello europeo, ha sottolineato Roccella, “sono  preoccupanti, se si pensa che un omicidio su 4 ed un suicidio su 6 sono alcol-correlati”.

Complessivamente, ha aggiunto, “sono 195.000 le morti ogni  anno in Europa causate dall’alcol, e proprio l’alcol si colloca  al terzo posto tra i 26 maggiori fattori di rischio individuati  dall’Ue”. Bisogna inoltre considerare, ha concluso il sottosegretario, che “sempre a livello europeo, oltre il 46% della mortalità tra i 15 ed i 24 anni è causata da incidenti stradali che, il  più delle volte, sono appunto imputabili all’assunzione di  alcol”.

(ANSA, 17/10/2008)

È tempo di agire

venerdì 17 ottobre 2008
di Maria Giovanna Ruggieri *

Il 18 ottobre si celebra la giornata europea contro la tratta di esseri umani, cioè «il reclutamento, il trasporto, l’acquisto, la vendita, l’alloggio o il ricevimento di persone, tramite minacce o l’uso della violenza, il sequestro, la frode, l’inganno o la coercizione compreso l’abuso di potere, o tramite la contrazione di un debito capestro, allo scopo di costringere o continuare a costringere la persona oggetto di traffico a svolgere pratiche di lavoro forzato o in condizione di schiavitù, a prescindere dal pagamento del debito». (dal Protocollo di Palermo, Protocollo delle Nazioni Unite sulla prevenzione, soppressione e persecuzione del traffico di esseri umani).

La tratta si nasconde in fabbrica e nei campi, sotto forma di lavoro forzoso e senza diritti; nelle case, dove donne addette al lavoro domestico e di cura sono sottoposte a vessazioni e ricatti; nelle strade, dove si è costretti a vendere il proprio corpo o ad attuare forme di accattonaggio.

Il traffico di esseri umani coinvolge tutti i Paesi del mondo; quello a scopo di sfruttamento sessuale, assieme al traffico di armi e di droga, è diventato uno dei principali mercati illegali su scala mondiale.

Sembra impossibile che nel Terzo Millennio si debba parlare di schiavitù! E la tratta è una vera e propria forma di schiavitù moderna che attraversa tutto il mondo e coinvolge Paesi di origine, Paesi di transito e Paesi di destinazione.

Secondo un recente sondaggio Onu, nel mondo ogni anno sono coinvolte nel traffico di esseri umani dai 2 ai 4 milioni di persone, di questi l’80% sono donne e il 50% sono minori. Esistono più schiavi oggi che nei 400 anni di schiavitù dei secoli passati!

L’Italia è fortemente coinvolta in questo traffico che richiede un’azione europea e globale. Come affrontare il problema?

  • Ribadire la necessità di una formazione a tutto campo che miri ad una corretta visione della persona e della dignità di ciascuna persona. E l’Azione Cattolica deve sentirsi coinvolta in quella emergenza educativa indicata anche dal Santo Padre.
  • Offrire una corretta informazione sul fenomeno e sulle sue conseguenze per poter meglio agire sul fronte dell’offerta e della richiesta e per denunciare le ingiustizie.
  • Stimolare le nostre Chiese locali a una presa di posizione, anche di fronte alle istituzioni governative, per contrastare e bloccare con forza e coraggio il traffico di esseri umani colpendo gli sfruttatori e i loro fiancheggiatori più che le vittime della tratta stessa.
  • Far funzionare quegli strumenti della legislazione italiana che si sono dimostrati efficaci per aiutare le vittime ad uscire dalla tratta (cfr. art 18 DL 286/98). Interessante notare come gli altri Paesi guardano a questo articolo 18 della legislazione italiana come un modello da perseguire, mentre le recenti disposizioni dettate da un approccio repressivo sembrano metterlo in crisi.
  • Chiedere al Governo italiano che sottoscriva i due Protocolli addizionali della Convenzione Onu di Palermo, contro la criminalità transnazionale: quello per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare di donne e bambini, e quello per combattere il traffico di migranti.

* Vicepresidente UMOFC-EUROPA

«Chi di voi è senza peccato?…» (FdG 8 settembre 2008)

Liberiamo le donne dalla tratta (Verona 3-7 settembre 2008)

Leopoldo Elia, l’uomo della Costituzione

mercoledì 15 ottobre 2008

di Marco Olivetti

La traiettoria umana e culturale di Leopoldo Elia – scomparso il 5 ottobre all’età di 83 anni – si intreccia strettamente con la storia del cattolicesimo politico italiano del secondo dopoguerra e della Costituzione italiana.

Elia era nato a Fano nel 1925 da una famiglia in cui le radici garibaldine (il bisnonno, Augusto Elia, era stato uno dei più fedeli luogotenenti dell’”eroe dei due Mondi” e poi deputato del Regno per varie legislature) erano intrecciate con la tradizione del nascente cattolicesimo politico (il padre fu segretario del Partito Popolare a Fano nel primo dopoguerra e poi senatore DC nelle prime due legislature repubblicane). Gli anni dei suoi studi superiori e universitari furono quelli, dolorosi ed entusiasmanti, della guerra che attraversò l’Italia, e della ricostruzione civile e materiale del Paese. Dalla Fuci dell’immediato dopoguerra, Elia passò – ancor giovanissimo – al gruppo dossettiano, collaborando a Cronache sociali, e intrecciando legami con autorevoli esponenti del laicato cattolico della sua generazione (dai coniugi Glisenti ad Alfredo Carlo Moro, da Pietro Scoppola a Vittorio Bachelet) che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita. Fu Dossetti a presentarlo a Costantino Mortati, il costituzionalista e deputato democristiano in Assemblea Costituente che diede un contributo decisivo a delineare le linee organizzative della Carta costituzionale. E di Mortati Elia fu poi allievo, preparando negli anni cinquanta e al principio del decennio successivo i suoi lavori di maggiore respiro, sia nello studio dell’organizzazione costituzionale (La continuità nel funzionamento degli organi costituzionali, 1958; Forma di governo e procedimento legislativo negli Stati Uniti d’America, 1961), sia in quello delle libertà civili (Libertà personale e misure di prevenzione, 1962), che sarebbero rimasti come contributi altamente significativi a quella dottrina costituzionalistica italiana che, proprio allora, attorno a Mortati, a Vezio Crisafulli e a Carlo Esposito, conosceva i suoi anni migliori. E attorno a questi due poli di riflessione la sua attività di studioso avrebbe continuato a svilupparsi nei decenni successivi, con una prevalenza degli studi sulle forme di governo, culminate nella voce dell’Enciclopedia del Diritto del 1970, forse il saggio di diritto costituzionale più citato nel dopoguerra.

La specificità dell’approccio di Elia era volta a cogliere l’intreccio fra norme costituzionali formali e convenzioni di origine partitica, che segnavano il funzionamento delle istituzioni repubblicane. È sua la celebre definizione di “conventio ad excludendum“, per qualificare la regola non scritta secondo la quale l’Italia era allora una democrazia bloccata, in cui l’alternanza al governo era di fatto impossibile, in ragione dell’accordo fra i vari partiti per impedire l’accesso al governo del Partito Comunista. E proprio il singolare intreccio fra tale conventio e altre pratiche e dinamiche del sistema politico del dopoguerra, che portavano invece ad allargare l’area democratica, e ad includere le forze escluse, continuava ad attirare l’attenzione di Elia anche in questi ultimi giorni, mentre lavorava alla ripubblicazione dei suoi lavori di quegli anni.

Il dato più interessante del percorso intellettuale di Elia è forse il costante intreccio fra ricerca universitaria ed impegno civile e politico. Un intreccio in cui il rigore metodologico della prima sfera di attività veniva comunicato alla seconda, ricevendone un’immersione nei problemi reali spesso assente da taluni studi accademici.

Divenuto professore ordinario agli inizi degli anni sessanta, Elia insegnò a Ferrara, a Torino e alla Sapienza di Roma. Gli anni torinesi furono i più fecondi, quelli in cui si formò attorno a lui una vera e propria scuola, composta da alcuni tra i più autorevoli costituzionalisti di oggi (da Zagrebelsky a Pizzetti, da Dogliani a Di Giovine). Già allora Elia alternava all’impegno universitario incarichi nel Consiglio di amministrazione della Rai, nel Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione (di cui fu vicepresidente) e poi nel Consiglio Nazionale della DC, ove fu vicinissimo a Moro, anche se, a chi lo definiva “il costituzionalista di Moro”, ricordava con un sorriso che Moro – come Togliatti – aveva una statura tale da essere “costituzionalista di se stesso”. È comunque in quegli anni che Elia emerge come una figura di spicco di quella che stava diventando la sinistra democristiana.

Come studioso, diede un contributo rilevante alla crescita della rivista Giurisprudenza costituzionale, di cui fu a lungo direttore. Eletto giudice costituzionale dal Parlamento nel 1976, Elia visse dal Palazzo della Consulta gli anni più drammatici della Repubblica, culminati nell’assassinio di Moro (1978). Per quattro anni – uno fra i mandati più lunghi – presiedette la Corte, rimanendo profondamente legato a tale istituzione, di cui era presidente emerito. Proprio alla fine del suo mandato alla Corte, venne designato da De Mita come candidato democristiano alla successione di Pertini alla Presidenza della Repubblica nel 1985: fu il veto di Craxi – che gli rimproverava erroneamente il suo voto in occasione del giudizio di ammissibilità del referendum sulla scala mobile – a fermare la sua ascesa al Quirinale. Il veto demitiano alla candidatura di Forlani aprì poi la via all’elezione di un terzo uomo (sempre democristiano): Francesco Cossiga.

In ogni caso, i decenni successivi avrebbero visto Elia in posizioni sempre più di primo piano, come senatore DC (1987-92) e poi deputato (1994-1996) e Presidente del Gruppo del Partito Popolare al Senato (1996-2001).

Nella fase della crisi costituzionale successiva al 1992 fu ministro delle riforme costituzionali ed elettorali nel governo Ciampi, dopo essere stato uno dei principali candidati alla Presidenza del Consiglio nella confusa crisi di governo del 1993. Come ministro collaborò con Sergio Mattarella alla stesura delle leggi elettorali maggioritarie in quell’estate del ’93 in cui il sistema politico italiano crollava su se stesso dopo quasi cinque decenni di continuità. Di quell’esperienza di governo, Elia serbò molti legami con i ministri dell’esecutivo guidato da Ciampi: oltre allo stesso Presidente (da cui fu più volte consultato in seguito, negli anni in cui Ciampi sedeva al Quirinale), erano rimasti forti legami con Livio Paladin, Sabino Cassese, Augusto Barbera.

L’ultimo quindicennio della sua vita è stato accompagnato dalla crisi della Costituzione repubblicana, che egli aveva studiato a lungo, e che considerava il massimo punto di maturazione del costituzionalismo italiano. Sono gli anni in cui Elia emerge – assieme a Oscar Luigi Scalfaro – come il massimo difensore della Costituzione del 1947. Egli era certo consapevole della necessità di riforme anche profonde: aveva giudicato positivamente la riforma del sistema regionale del 2001, ritenendola una realizzazione dei principi costituzionali sulle autonomie più fedele del testo originario del titolo V; guardava con interesse a progetti come quello predisposto nella scorsa legislatura da Luciano Violante, da cui oggi sembra ripartire il dibattito su questi temi. Ma negli ultimi anni la sua preoccupazione era soprattutto l’equilibrio dei poteri nel quadro di una nuova stagione del regime parlamentare italiano, segnato dalla scomparsa dei vecchi partiti di massa e dalla formazione di partiti di tipo nuovo, mentre si affermava in nuovi modi quel decisionismo che già negli anni ottanta era emerso con prepotenza. Questa preoccupazione lo aveva spinto a guidare il Comitato scientifico “Salviamo la Costituzione”, che aveva animato con successo la campagna referendaria per bloccare la “grande riforma” del 2006, il cui contenuto era stato da lui efficacemente definito “premierato assoluto”.

Come molti uomini della sua generazione, ad unificare l’impegno civile e politico era una profonda spiritualità cristiana ed una grande statura umana (che si esprimeva, fra l’altro, nella sua proverbiale mitezza e in un grande rispetto di ogni interlocutore), oltre ad una religione del lavoro e del servizio al Paese che lo ha accompagnato fino agli ultimi giorni.

Tutti in campo (di concentramento?)…

mercoledì 15 ottobre 2008
Sembrava una bella notizia, un’iniziativa di forte impatto culturale e sociale che vedeva tra i protagonisti anche un big dello sport italiano…

Marcello Lippi scende in campo, anzi sale sul palcoscenico, contro il fascismo ed il razzismo in genere: il ct azzurro è stato infatti contattato oggi dal regista ebreo Moni Ovadia ed ha accettato di interpretare dei passi sulla Shoah per un dvd da distribuire nelle scuole. A fare da testimonial con Lippi ci saranno anche il cantante Jovanotti e gli attori Antonio Albanese e Nicoletta Braschi, moglie di Roberto Benigni.

(ANSA 13/10/2008)

Poi l’inspiegabile retromarcia…

Ho detto ieri a Moni Ovadia che avrei partecipato a un dvd didattico per le scuole contro il razzismo in genere, non contro il nazismo: lui invece ha riferito che avrei dovuto interpretare letture di Primo Levi sulla Shoah o qualcosa di simile. In quarant’anni di carriera non ho mai preso posizione politicamente e non intendo farlo ora, il video io lo intendo in chiave antirazzista e basta”. Il ct azzurro Marcello Lippi ha tenuto a precisare oggi la sua adesione di ieri al progetto didattico del regista ebreo, e puntuale arriva la replica circostanziata di Ovadia. “Mi aveva detto di sì ed io ero stato chiaro, ma se non lo vuole più fare, liberissimo”.

(ANSA 14/10/2008)

Quindi, per il nostro ct, testimoniare alle giovani generazioni cosa è stato un regime dittatoriale e assassino che ha scatenato una Guerra Mondiale, ucciso milioni di persone in giro per il mondo e in particolare 5 milioni di ebrei, oltre a zingari, omosessuali, dissidenti e anche numerosi cristiani, ecco per il signor Lippi questo sarebbe prendere una posizione politica, tipo indicare il candidato sindaco per cui votare a Forte dei Marmi.

Perché stupirsi poi, se il premier del suo Paese alla domanda se si sentisse antifascista ha risposto laconicamente “Io penso a lavorare…”.

Fortuna che nel mondo ci sono altri esempi da seguire…

A Varsseveld, nel sud est del paese, i genitori [di Guus Hiddink, l'olandese attuale CT della Russia, ndr] avevano salvato molti ebrei dai rastrellamenti, come quelli di Krol ad Amsterdam. Ed era lui sulla panchina del Valencia quando in curva spuntò una grande bandiera con la svastica. La polizia se n’era accorta ma non voleva addentrarsi nella zona più calda. Hiddink andò agli altoparlanti e non disse né amigos né por favor. Disse: «O viene ritirata quella bandiera o io ritiro la squadra». E la bandiera sparì.

(da Repubblica, 20/6/2008)

La priorità è l’educazione

lunedì 13 ottobre 2008

da “Avvenire” del 12 ottobre 2008

«Un gesto di attenzione che incoraggia il nostro servizio alla Chiesa e alla società». Così il presidente Miano nell’intervista rilasciata al quotidiano Avvenire a commento della lettera che il card. Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, ha inviato all’Azione Cattolica.

Intervista di Mimmo Muolo

Il magistero di Benedetto XVI come «bussola». Le indicazioni del cardinale Angelo Bagnasco come «programma di lavoro». E la gioia per questo «gesto di attenzione» come «stimolo a fare sempre meglio, a servizio della Chiesa e della società». Franco Miano commenta così la lettera che il presidente della Cei ha scritto all’Azione cattolica, all’inizio di un nuovo triennio associativo e che Avvenire pubblica integralmente. Miano, 47 anni, docente di filosofia all’Università di Tor Vergata, è stato nominato presidente della più antica aggregazione cattolica italiana nello scorso mese di maggio. «Abbiamo accolto il messaggio con grande gioia perché rappresenta un segno di attenzione per l’Ac da parte del cardinale presidente della Cei e, attraverso di lui, di tutti i vescovi italiani. Un’attenzione alla quale vogliamo rispondere recependo pienamente i contenuti e le indicazioni della lettera stessa e impegnandoci ulteriormente nella linea che ci viene indicata».

Una delle prime indicazioni è l’auspicio che l’Ac resti fedele all’ispirazione iniziale. Che cosa significa vivere questa fedeltà oggi?

Significa che la storia non vogliamo tenerla nel cassetto o nel baule dei ricordi. Anzi intendiamo rinnovare e rafforzare il nostro servizio alla Chiesa nell’epoca della globalizzazione, rispondendo alle sfide attuali, che nella lettera sono chiaramente indicate e che vanno dalla promozione della vita e della famiglia all’emergenza educativa. In tutte queste problematiche davvero, come afferma il testo, vogliamo farci guidare dal magistero di Benedetto XVI che sarà per noi la bussola.

Una bussola indica la direzione di marcia. Quale sarà, dunque, la direzione prevalente dell’Ac in futuro?

Quella di recuperare e rafforzare il nostro impegno educativo. Nei 140 anni della sua storia l’Ac ha sempre formato uomini e donne che poi si sono impegnati per l’evangelizzazione e il bene comune. Oggi che è in atto una vera e propria emergenza educativa, c’è ancora più bisogno di formare le persone facendo scoprire loro il senso vocazionale della vita. E il contributo che l’Ac può dare è duplice. Da un lato con il sostegno alla vita dei gruppi parrocchiali e diocesani. Dall’altro con la presenza nel dibattito culturale, soprattutto per mettere in evidenza il nesso tra la questione educativa e la questione antropologica. Oggi a essere messo in discussione è l’uomo stesso. Dunque è a questo livello che bisogna intervenire.

Nella lettera, infatti, si fa riferimento al Progetto culturale. Come vede il ruolo dell’Ac in relazione a ciò?

L’Associazione è sempre stata una risorsa culturale per la Chiesa e il Paese. E intende continuare ad esserlo. Dunque occorre accrescere la collaborazione con il Servizio nazionale per il progetto culturale e approfondire l’impegno di ricerca delle Istituzioni specializzate che fanno capo all’Ac. Dall’altro lato, però, non bisogna perdere di vista la promozione di quella cultura popolare che si riverbera nel territorio.

A proposito di territorio, la lettera invita a potenziare la tradizione che colloca vitalmente l’Ac dentro alle comunità cristiane. Negli ultimi anni, forse, questa vocazione si è affievolita?

No di certo. L’invito ci impegna però a fare sempre meglio, vivendo la capillarità della presenza sul territorio e la dimensione parrocchiale e diocesana a misura dell’oggi. Non c’è solo il lavoro di consolidamento della fede di coloro che già credono, ma occorre farsi carico anche di chi è in ricerca e vorrebbe scoprire o riscoprire il volto di Cristo.

Unità interna e collaborazione con le altre associazioni sono altre due indicazioni della lettera.

Ho partecipato pochi giorni fa al convegno dei presidenti diocesani ed ho gioito nel vedere l’unità di intenti nel realizzare gli obiettivi comuni, che tra l’altro abbiamo sintetizzato nel tema: “Chiamati insieme alla santità”, e che in questo anno straordinario dedicato proprio alla santità vuole essere una speciale indicazione per il nostro cammino. Subito dopo ho partecipato all’assemblea di Retinopera e ho potuto constatare quanto sia proficuo lavorare uniti. L’Ac nel prossimo triennio intende perciò spendersi per la valorizzazione di tutte quelle esperienze in cui ci si mette insieme come gruppi, movimenti e associazioni.

Nuovi stili per nuove sfide

sabato 11 ottobre 2008
di + Domenico Sigalini

Per l’Azione Cattolica, ricevere una lettera dai vescovi, tramite il cardinal Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, è sempre un bel dono, perché rinsalda ancora di più la corresponsabilità tra pastori e laici e permette di leggere con maggior chiarezza e quindi servire con intelligenza, il piano pastorale di una chiesa, quella composta da tutte le diocesi italiane,  in cui tutti siamo chiamati a farci santi. Risulta subito evidente che è un mandato di fiducia, un invito esplicito a collaborare come sempre, un insieme di linee di impegno esigenti.

Mi piace scorgervi ancora una volta, ridette con immutata consapevolezza, le caratteristiche tipiche dell’associazione, che si attualizzano in stili nuovi e adatti ad affrontare le nuove sfide poste alla evangelizzazione e alla Chiesa.

  1. Adesione piena alla Parola di Dio. Gesù è la Parola, Lui è il centro della vita e dell’associazione, della crescita in santità della persona. Qui occorre osare l’eroismo della santità, non da talebani, ma allargando lo spazio della razionalità nel segno di una fede amica dell’intelligenza
  2. Un costante impegno formativo, fatto di un tessuto di relazioni, positivo, gioioso, fraterno, nel nome del Signore, continuando il rinnovamento iniziato, macinando a tutti i livelli il nuovo progetto formativo
  3. un amore incondizionato alla chiesa, da quella universale, alla diocesi, alla parrocchia, alle chiesa domestica che è la famiglia. In questi livelli di comunità c’è per l’associazione l’ambito naturale di servizio, di testimonianza e di impegno educativo, non trascurando presenze significative negli ambienti.
  4. un impegno coraggioso nella vita civile, per la quale i vescovi indicano chiari elementi di intervento: la concezione della persona, l’esistenza e il fondamento di valori universali e invalicabili, la difesa e la promozione della vita dal  concepimento al suo naturale tramonto, la libertà educativa, l’importanza ineguagliabile della famiglia basata sul matrimonio, fondamento della società umana.

Chi dice che l’AC non è concreta, che non ha un piano pastorale, che non ha una collocazione chiara nella chiesa, che si chiude su di sé non conosce il lavoro con cui ogni giorno si misura e l’intesa corretta e generosa con tutti i vescovi nelle diocesi italiane. Li ringraziamo della fiducia e io, come rappresentante del papa e di tutti i vescovi presso l’associazione esprimo la gratitudine per un mandato ancora più chiaro e sicuro.

Libri? No, grazie…

giovedì 9 ottobre 2008

L’Italia pare un paese “vecchio”, con un PIL in crisi, che ha rinunciato ad investire in cultura, un paese che sembra rassegnato al declino. È la fotografia “a tinte scure” presentata da Antonio De Lillo di IARD agli Stati generali dell’editoria, le Assise del mondo del libro organizzate dall’Associazione Italiana Editori (AIE).

Oggi il nostro Paese si mostra indietro rispetto a molteplici indicatori: è il paese più “vecchio”, è l’unico paese che ha ridotto gli investimenti in istruzione, ha una delle più basse quote di laureati, ha una spesa familiare per attività culturali tra le più basse, ha un popolo che legge meno libri che altrove.

Libri come “ascensori sociali”? Sì – Leggere più libri migliora i risultati scolastici (ogni 10 libri letti in più in 6 mesi crescono di 1/2 voto i voti a scuola nelle materie umanistiche): è quanto dimostrato da Iard con un modello di regressione lineare multipla. Chi legge più libri ottiene quindi risultati migliori a scuola. Non solo: una maggiore dimestichezza con il consumo culturale, favorito da un background familiare elevato, si accompagna a maggiore partecipazione sociale e impegno politico, ossia a una maggiore vivacità sociale.

(Com. stampa AIE, 1 ottobre 2008)

Ma niente paura, c’è chi sa valorizzare adeguatamente la passione per lo studio… e lo stadio!

Sei bravo a scuola? Allora ti regalo l’abbonamento per andare allo stadio. La Provincia di Campobasso ha deciso così di premiare gli alunni più bravi e, nello stesso tempo, di aiutare le due squadre di serie D della zona, il Nuovo Campobasso e il Trivento. Per la squadra del capoluogo la spessa e’ stata di 7 mila euro (120 tagliandi), per il Trivento qualche decina di abbonamenti. Le tessere saranno distribuite agli studenti delle scuole della Provincia piu’ meritevoli. “Un modo – ha affermato il presidente della Provincia, Nicola D’Ascanio (PD) – per manifestare, da un lato, la vicinanza nei confronti della compagine del capoluogo di regione, e dall’altro per favorire gli interventi nel sociale”.

(ANSA, 9/10/08)

Ma cos’è questa crisi?

giovedì 9 ottobre 2008
di Mario Brutti

Vi è ormai comune accordo sul fatto che la crisi si debba ritenere di carattere sistemico. È però difficile dimenticare che solo qualche mese fa si sosteneva che la questione era essenzialmente una cosa americana, che l’Europa doveva ritenersi praticamente indenne e che in Italia non c’era nessun rischio.

Naturalmente ci sono state eccezioni, da noi la più eccellente quella di Giulio Tremonti, ma è un fatto che l’opinione pubblica europea e italiana sono state impreparate a cogliere la diffusività e la pervasività di quella che è ora definita una vera e propria intossicazione dagli effetti mortali sugli operatori finanziari e anche bancari. Così, dopo tanto discettare sulla globalizzazione, non ci si è accorti in tempo che i canali attraverso cui l’epidemia dei subprime, prodotti derivati e strutturati connessi si diffondeva erano proprio quelli di una finanza ormai divenuta globale.

La conseguenza di questa ritardata percezione, un giorno si vedrà se solo per ignoranza e incoscienza oppure per colpa e/o dolo di taluno, è che nessuno ha osato proporre di affrontare il problema allo stesso livello in cui sorgeva, quello, cioè, di una regolazione globale o, quanto meno, a livello di grandi sottosistemi (per quel che ci riguarda quello europeo). Ecco, quindi, che la crisi non si arresta, che nessuno riesce a leggerne le reali dimensioni e che il sistema finisce per incepparsi nonostante le possenti iniezioni di liquidità da parte della Fed e della Bce. Mentre anche i bilanci delle famiglie cominciano a registrare perdite e quelli delle imprese a soffrire le oggettive limitazioni del credito.

Se finora chi ha la responsabilità di intervenire a livello di istituzioni si è fatto dettare tempi e contenuti dall’evolversi della crisi, non riuscendo a contrastarla con efficacia, ne discende la necessità di agire in maniera anticipata, intervenendo sulle regole, sui processi e sui comportamenti nella consapevolezza di muoversi in un’ottica profondamente diversa, anch’essa a carattere sistemico e globale: ciascuno deve fare la sua parte, e ciò vale per l’Europa come tale. Il problema non è soltanto che ciascun Paese faccia la corsa a garantire la sicurezza dei propri risparmiatori, una corsa ormai inevitabile dopo i primi esempi irlandesi e tedeschi, ma alquanto ridicola se questo dovesse essere l’unico modo con cui si pensa di evitare un collasso che, producendosi a livello di sistema, non potrebbe che travolgere le singole entità nazionali. Per evitare uno scenario del genere occorre che l’Europa, oltre ad adottare ogni possibile misura di tamponamento, abbia la lungimiranza necessaria a far capire che essa esiste come soggetto unitario capace di decisioni politiche comuni.

Abbiamo davanti un impegno di lungo periodo per ricostruire su nuove basi un sistema finanziario andato fuori controllo per colpa tanto dei controllori quanto dei controllati in virtù di un’inimmaginabile collusione tra finanza e politica, a fronte della quale impallidiscono i conflitti di interesse nostrani, prodottasi nel Paese, gli Stati Uniti, che si è sempre considerato, e non a torto, la culla della democrazia fino al punto di pretendere di imporla, questa volta a torto, agli altri con le buone e con le cattive.

Sappiamo tutti che in economia dimensione finanziaria e dimensione reale non sono mondi non comunicanti, ma, anzi, lo sviluppo dipende dalla loro positiva interconnessione. Quando questa non si verifica e la finanza giunge a prevaricare sulla produzione, come è avvenuto, non può che determinarsi recessione, ed è quello che sta avvenendo, ormai anche da noi. Non basta richiamare l’esigenza di tenere i nervi a posto, perché la fiducia non si ricostituisce solo con terapie di psicologia collettiva. Occorre ridare al mercato la capacità di agire in modo razionale, e questo è possibile con un quadro di regole efficace e incisivo, e usare la mano pubblica per contrastare il ciclo negativo.

Nel frattempo occorre far fronte ai profili di breve periodo e non certo all’insegna di un impossibile “ognuno si salvi per proprio conto”. Tanto per fare un esempio, il problema non è l’ammontare della garanzia per i depositi, quanto piuttosto la garanzia del valore della moneta.

Ci saranno dei costi da pagare, ma il rafforzamento di un tessuto di coesione sociale è fondamentale per far fronte ad una fase straordinaria di durata non breve. Si è detto che la situazione attuale non è quella del ’29 ed è vero, ma questo non è un automatismo che possa prevenire conseguenze ancora peggiori di allora. Pur in un contesto molto differente occorre mettere in campo risorse di innovazione culturale e politica idonee a guidare la necessaria e fors’anche dolorosa riconversione del sistema economico e finanziario verso un futuro a misura dell’uomo di oggi, sapendo cogliere pur nelle difficoltà le opportunità positive.

Le priorità del Settore Adulti

giovedì 9 ottobre 2008
di Paolo Trionfini*

Il documento assembleare rappresenta la bussola per orientare la rotta dell’Azione Cattolica nel prossimo triennio. Le scelte delineate, infatti, costituiscono un impegno accolto per tradurre, in questo tempo che ci è donato, il «fine generale apostolico della Chiesa», attraverso la ricchezza della tradizione associativa.

Tra gli orientamenti assunti, tre interpellano più direttamente gli adulti.

Innanzitutto, la cura della formazione per «far crescere e maturare la fede», accompagnando le persone lungo tutte le stagioni della vita verso la santità. In questa prospettiva, che va al cuore del “carisma” dell’Azione Cattolica, ci è chiesto un impegno supplementare per dare forma compiuta ai cammini ordinari, che devono arrivare a coinvolgere tutte le fasce di età – dagli adulti-giovani agli adultissimi – investendo sullo “strumento” gruppo. Questo spazio, dentro al quale la cura delle persone, nella loro condizioni di vita, si fa esigente, rappresenta una dimensione privilegiata per mantenere in quota la “qualità” della fede, spingendola verso l’ideale di santità che è proprio di ciascuno laico. Dare forma ai gruppi significa creare una «comunità educante» per rispondere alla chiamata ad «essere santi insieme», nella consapevolezza che non c’è «percorso di santità senza amore alla Chiesa». Al contempo questa tensione rappresenta un ritorno, come investimento fecondo, per rispondere all’«emergenza educativa», che sempre più si prospetta come una sfida da affrontare insieme, in un dialogo intergenerazionale aperto: sarebbe, infatti, riduttivo assumerla come un’attenzione degli adulti verso i giovani, sapendo che il mondo adulto, oltre che “agente” educante, è esso stesso soggetto bisognoso di cura educativa.

La sfida, prima ancora che di una dimensione di “rete”, richiede l’assunzione di una logica di comunione, che – ed è il secondo punto del documento assembleare che interpella più direttamente gli adulti – deve portarci all’«impegno a suscitare percorsi di ricerca e riscoperta della fede». In quest’ottica, le “domande religiose” che “affollano” il nostro tempo vanno non solo accolte, ma provocate nella trama ordinaria della vita, che ci rende compagni di strada con tutti: è, infatti, nella storia che la comunione si fa dono come vita “divisa”. L’associazione, come «comunità educante», deve divenire questo “spazio possibile”, all’interno del quale le relazioni assumono la forma gravitazionale dell’amicizia spirituale.

Questa tensione, peraltro, esprime il profilo “estroverso” dell’Azione Cattolica, che nel documento assembleare – ed è il terzo punto che si intende riprendere – fissa come orizzonte pregnante per il triennio l’«impegno per la promozione del bene comune». In questo caso, siamo chiamati primariamente ad assumere lo stile del discernimento come costante della proposta associativa, per alimentare una spiritualità incarnata, che rende il mondo la casa comune, dove è possibile una convivenza più umana.

*Vicepresidente nazionale per il Settore Adulti di ACI

Cfr. Documento assembleare

Finanza barbara e umane paure

lunedì 6 ottobre 2008

di Romeo Ciminello

La situazione attuale non è soltanto critica dal lato della realtà oggettiva che osserviamo, ma lo è anche dal lato delle diverse interpretazioni che creano spesso ingiusti allarmismi.

La situazione di debacle dei mercati non ha nulla a che vedere con il 1929 innanzitutto perché non solo è una realtà formata da attori e accadimenti totalmente diversi, ma anche perché si deve avere il coraggio morale di dire onestamente che le turbolenze registrate sui mercati sono frutto sempre più e comunque in maniera generalizzata e contagiosa di “malversazioni nascoste” da asimmetrie informative che permettono ai cosiddetti “guru” della finanza, delle banche, dell’economia e del mercato di fare scorribande speculative a prescindere dagli effetti che possano generare.

Questo è la globalizzazione di stampo capitalista. Prima ci si riempie la bocca di “libero mercato e di liberalizzazioni” salvo poi a scoprire che ci sono pastoie “striscianti” dovute ad intrecci di interessi politici, interessi sindacali, interessi bancari, interessi di ogni genere fino ad arrivare a quelli dei gruppi mafiosi e criminali. Queste sono le strutture di peccato che la Sollicitudo rei socialis al punto 37 denuncia: «La brama di profitto e la sete di potere ad ogni costo». La cosa assurda è che il riferimento per tutto e per tutti è sempre la liberalizzazione dei mercati. Però ricordiamo che il libero mercato proprio per le sue caratteristiche astratte non esiste, ma laddove potesse essere concretizzato non permetterebbe che certe cose accadano: il libero mercato infatti è una utopia etica dell’economia. Un’utopia che non passa per l’etica applicata.

La seconda cosa che vorrei dire è che tutto l’allarmismo che viene fatto dai giornali dovrà rientrare. Le autorità monetarie oggi sono molto più esperte e disposte a concertare le azioni da intraprendere e come si sa sul mercato l’unione fa la forza. Oggi che le autorità monetarie hanno dimostrato di poter fronteggiare il problema dei fallimenti, sostenendo o nazionalizzando le varie entità bancarie e finanziarie nonché assicurative (a volte anche ampliando l’interpretazione di norme giuridiche) il problema si sta superando. L’iniezione dei 700 miliardi di dollari accettata dal parlamento americano permetterà alla crisi pian pianino di rientrare e la vita di riprendere normalmente come già lo è stato nei precedenti crac. Resteranno certo i sacrifici delle famiglie e le preoccupazioni dei tanti rimasti senza lavoro, ma la situazione si dirà risistemata con le Borse che ricominceranno a salire. Infatti credo che sia sufficiente, in questo stato di cose, che le maggiori banche ricomincino a farsi credito a breve tra loro per permettere al polmone creditizio e finanziario di tornare a respirare. Speriamo che le Autorità monetarie americane invece di continuare a valutare la realtà solo in senso politico, lo facciano anche con l’obiettivo del bene comune.

La terza cosa che mi preme sottolineare riguarda la situazione del nostro Paese che rappresenta solo una brutta copia della realtà mondiale. Noi stiamo subendo la liberalizzazione e la deregulation generalizzata, però abbiamo dalla nostra che l’esperienza della fame e della povertà che i nostri padri hanno subito, ha saputo costruire strutture solidali e di bene d’ordine, grazie all’intervento di uomini di buona volontà che credevano nei principi di promozione umana e di bene comune che la Chiesa ha sempre portato avanti con la sua Dottrina Sociale. Ciò che auspicherei al di là della spinta emotiva di questi giorni è che quando i mass media avranno finito di “tuonare” con i loro “scoop” ci possa essere un’autorità di elevato prestigio che chiami a raccolta non i potenti, ma gli uomini di buona volontà, quelli veri, “i servi inutili” della Buona Novella che non hanno interessi di parte, unici in grado di dare delle soluzioni e poi elaborarle e portarle avanti nel mondo. Ma non dalla vetrina di “Davos”, per capirci, dove i temi etici sono solo parole; bensì da una sede riconosciuta esperta di Scienze Sociali che indichi coraggiosamente i fatti e con essi le soluzioni da prendere tra le quali suggerirei:

a) una formazione etica della coscienza socio-politico-economica di chi dirige; un nuovo ancoraggio della realtà monetaria e finanziaria ad elementi reali;

b) una definizione vera del valore dell’Euro e dell’inflazione effettiva per ripartire con livelli di valore accettabili e soprattutto vivibili;

c) una maggior responsabilizzazione a livello di censura sociale di coloro che hanno responsabilità sociali politiche ed economiche.

Infine un’apertura alla solidarietà, non per interessi di parte, ma per la crescita e lo sviluppo effettivo del Paese, disgiunto da interessi finanziari dei singoli gruppi.

Quello che è stato lo conosciamo e possiamo, anche se con qualche difficoltà, superarlo; ciò che verrà dopo purtroppo non ci è dato di sapere, per cui è bene rimboccarsi le maniche e trovare presto le soluzioni che permettano di ritrovare fiducia in se stessi, nel futuro, nelle strutture sociali e soprattutto nella capacità del nostro Paese di contribuire allo sviluppo delle nuove generazioni anche di altre nazioni, sulla concezione della libertà indicata dalla Spe salvi. Ciò sarà possibile nella misura in cui saremo determinati a prendere coscienza della realtà, per valutare effetti e soluzioni possibili sempre in termini di promozione umana, e infine operare in maniera concreta per il raggiungimento del bene comune con obiettivo infravalente.

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