Ma cos’è questa crisi?
Vi è ormai comune accordo sul fatto che la crisi si debba ritenere di carattere sistemico. È però difficile dimenticare che solo qualche mese fa si sosteneva che la questione era essenzialmente una cosa americana, che l’Europa doveva ritenersi praticamente indenne e che in Italia non c’era nessun rischio.
Naturalmente ci sono state eccezioni, da noi la più eccellente quella di Giulio Tremonti, ma è un fatto che l’opinione pubblica europea e italiana sono state impreparate a cogliere la diffusività e la pervasività di quella che è ora definita una vera e propria intossicazione dagli effetti mortali sugli operatori finanziari e anche bancari. Così, dopo tanto discettare sulla globalizzazione, non ci si è accorti in tempo che i canali attraverso cui l’epidemia dei subprime, prodotti derivati e strutturati connessi si diffondeva erano proprio quelli di una finanza ormai divenuta globale.
La conseguenza di questa ritardata percezione, un giorno si vedrà se solo per ignoranza e incoscienza oppure per colpa e/o dolo di taluno, è che nessuno ha osato proporre di affrontare il problema allo stesso livello in cui sorgeva, quello, cioè, di una regolazione globale o, quanto meno, a livello di grandi sottosistemi (per quel che ci riguarda quello europeo). Ecco, quindi, che la crisi non si arresta, che nessuno riesce a leggerne le reali dimensioni e che il sistema finisce per incepparsi nonostante le possenti iniezioni di liquidità da parte della Fed e della Bce. Mentre anche i bilanci delle famiglie cominciano a registrare perdite e quelli delle imprese a soffrire le oggettive limitazioni del credito.
Se finora chi ha la responsabilità di intervenire a livello di istituzioni si è fatto dettare tempi e contenuti dall’evolversi della crisi, non riuscendo a contrastarla con efficacia, ne discende la necessità di agire in maniera anticipata, intervenendo sulle regole, sui processi e sui comportamenti nella consapevolezza di muoversi in un’ottica profondamente diversa, anch’essa a carattere sistemico e globale: ciascuno deve fare la sua parte, e ciò vale per l’Europa come tale. Il problema non è soltanto che ciascun Paese faccia la corsa a garantire la sicurezza dei propri risparmiatori, una corsa ormai inevitabile dopo i primi esempi irlandesi e tedeschi, ma alquanto ridicola se questo dovesse essere l’unico modo con cui si pensa di evitare un collasso che, producendosi a livello di sistema, non potrebbe che travolgere le singole entità nazionali. Per evitare uno scenario del genere occorre che l’Europa, oltre ad adottare ogni possibile misura di tamponamento, abbia la lungimiranza necessaria a far capire che essa esiste come soggetto unitario capace di decisioni politiche comuni.
Abbiamo davanti un impegno di lungo periodo per ricostruire su nuove basi un sistema finanziario andato fuori controllo per colpa tanto dei controllori quanto dei controllati in virtù di un’inimmaginabile collusione tra finanza e politica, a fronte della quale impallidiscono i conflitti di interesse nostrani, prodottasi nel Paese, gli Stati Uniti, che si è sempre considerato, e non a torto, la culla della democrazia fino al punto di pretendere di imporla, questa volta a torto, agli altri con le buone e con le cattive.
Sappiamo tutti che in economia dimensione finanziaria e dimensione reale non sono mondi non comunicanti, ma, anzi, lo sviluppo dipende dalla loro positiva interconnessione. Quando questa non si verifica e la finanza giunge a prevaricare sulla produzione, come è avvenuto, non può che determinarsi recessione, ed è quello che sta avvenendo, ormai anche da noi. Non basta richiamare l’esigenza di tenere i nervi a posto, perché la fiducia non si ricostituisce solo con terapie di psicologia collettiva. Occorre ridare al mercato la capacità di agire in modo razionale, e questo è possibile con un quadro di regole efficace e incisivo, e usare la mano pubblica per contrastare il ciclo negativo.
Nel frattempo occorre far fronte ai profili di breve periodo e non certo all’insegna di un impossibile “ognuno si salvi per proprio conto”. Tanto per fare un esempio, il problema non è l’ammontare della garanzia per i depositi, quanto piuttosto la garanzia del valore della moneta.
Ci saranno dei costi da pagare, ma il rafforzamento di un tessuto di coesione sociale è fondamentale per far fronte ad una fase straordinaria di durata non breve. Si è detto che la situazione attuale non è quella del ‘29 ed è vero, ma questo non è un automatismo che possa prevenire conseguenze ancora peggiori di allora. Pur in un contesto molto differente occorre mettere in campo risorse di innovazione culturale e politica idonee a guidare la necessaria e fors’anche dolorosa riconversione del sistema economico e finanziario verso un futuro a misura dell’uomo di oggi, sapendo cogliere pur nelle difficoltà le opportunità positive.