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Leopoldo Elia, l’uomo della Costituzione

di Marco Olivetti

La traiettoria umana e culturale di Leopoldo Elia – scomparso il 5 ottobre all’età di 83 anni – si intreccia strettamente con la storia del cattolicesimo politico italiano del secondo dopoguerra e della Costituzione italiana.

Elia era nato a Fano nel 1925 da una famiglia in cui le radici garibaldine (il bisnonno, Augusto Elia, era stato uno dei più fedeli luogotenenti dell’”eroe dei due Mondi” e poi deputato del Regno per varie legislature) erano intrecciate con la tradizione del nascente cattolicesimo politico (il padre fu segretario del Partito Popolare a Fano nel primo dopoguerra e poi senatore DC nelle prime due legislature repubblicane). Gli anni dei suoi studi superiori e universitari furono quelli, dolorosi ed entusiasmanti, della guerra che attraversò l’Italia, e della ricostruzione civile e materiale del Paese. Dalla Fuci dell’immediato dopoguerra, Elia passò – ancor giovanissimo – al gruppo dossettiano, collaborando a Cronache sociali, e intrecciando legami con autorevoli esponenti del laicato cattolico della sua generazione (dai coniugi Glisenti ad Alfredo Carlo Moro, da Pietro Scoppola a Vittorio Bachelet) che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita. Fu Dossetti a presentarlo a Costantino Mortati, il costituzionalista e deputato democristiano in Assemblea Costituente che diede un contributo decisivo a delineare le linee organizzative della Carta costituzionale. E di Mortati Elia fu poi allievo, preparando negli anni cinquanta e al principio del decennio successivo i suoi lavori di maggiore respiro, sia nello studio dell’organizzazione costituzionale (La continuità nel funzionamento degli organi costituzionali, 1958; Forma di governo e procedimento legislativo negli Stati Uniti d’America, 1961), sia in quello delle libertà civili (Libertà personale e misure di prevenzione, 1962), che sarebbero rimasti come contributi altamente significativi a quella dottrina costituzionalistica italiana che, proprio allora, attorno a Mortati, a Vezio Crisafulli e a Carlo Esposito, conosceva i suoi anni migliori. E attorno a questi due poli di riflessione la sua attività di studioso avrebbe continuato a svilupparsi nei decenni successivi, con una prevalenza degli studi sulle forme di governo, culminate nella voce dell’Enciclopedia del Diritto del 1970, forse il saggio di diritto costituzionale più citato nel dopoguerra.

La specificità dell’approccio di Elia era volta a cogliere l’intreccio fra norme costituzionali formali e convenzioni di origine partitica, che segnavano il funzionamento delle istituzioni repubblicane. È sua la celebre definizione di “conventio ad excludendum“, per qualificare la regola non scritta secondo la quale l’Italia era allora una democrazia bloccata, in cui l’alternanza al governo era di fatto impossibile, in ragione dell’accordo fra i vari partiti per impedire l’accesso al governo del Partito Comunista. E proprio il singolare intreccio fra tale conventio e altre pratiche e dinamiche del sistema politico del dopoguerra, che portavano invece ad allargare l’area democratica, e ad includere le forze escluse, continuava ad attirare l’attenzione di Elia anche in questi ultimi giorni, mentre lavorava alla ripubblicazione dei suoi lavori di quegli anni.

Il dato più interessante del percorso intellettuale di Elia è forse il costante intreccio fra ricerca universitaria ed impegno civile e politico. Un intreccio in cui il rigore metodologico della prima sfera di attività veniva comunicato alla seconda, ricevendone un’immersione nei problemi reali spesso assente da taluni studi accademici.

Divenuto professore ordinario agli inizi degli anni sessanta, Elia insegnò a Ferrara, a Torino e alla Sapienza di Roma. Gli anni torinesi furono i più fecondi, quelli in cui si formò attorno a lui una vera e propria scuola, composta da alcuni tra i più autorevoli costituzionalisti di oggi (da Zagrebelsky a Pizzetti, da Dogliani a Di Giovine). Già allora Elia alternava all’impegno universitario incarichi nel Consiglio di amministrazione della Rai, nel Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione (di cui fu vicepresidente) e poi nel Consiglio Nazionale della DC, ove fu vicinissimo a Moro, anche se, a chi lo definiva “il costituzionalista di Moro”, ricordava con un sorriso che Moro – come Togliatti – aveva una statura tale da essere “costituzionalista di se stesso”. È comunque in quegli anni che Elia emerge come una figura di spicco di quella che stava diventando la sinistra democristiana.

Come studioso, diede un contributo rilevante alla crescita della rivista Giurisprudenza costituzionale, di cui fu a lungo direttore. Eletto giudice costituzionale dal Parlamento nel 1976, Elia visse dal Palazzo della Consulta gli anni più drammatici della Repubblica, culminati nell’assassinio di Moro (1978). Per quattro anni – uno fra i mandati più lunghi – presiedette la Corte, rimanendo profondamente legato a tale istituzione, di cui era presidente emerito. Proprio alla fine del suo mandato alla Corte, venne designato da De Mita come candidato democristiano alla successione di Pertini alla Presidenza della Repubblica nel 1985: fu il veto di Craxi – che gli rimproverava erroneamente il suo voto in occasione del giudizio di ammissibilità del referendum sulla scala mobile – a fermare la sua ascesa al Quirinale. Il veto demitiano alla candidatura di Forlani aprì poi la via all’elezione di un terzo uomo (sempre democristiano): Francesco Cossiga.

In ogni caso, i decenni successivi avrebbero visto Elia in posizioni sempre più di primo piano, come senatore DC (1987-92) e poi deputato (1994-1996) e Presidente del Gruppo del Partito Popolare al Senato (1996-2001).

Nella fase della crisi costituzionale successiva al 1992 fu ministro delle riforme costituzionali ed elettorali nel governo Ciampi, dopo essere stato uno dei principali candidati alla Presidenza del Consiglio nella confusa crisi di governo del 1993. Come ministro collaborò con Sergio Mattarella alla stesura delle leggi elettorali maggioritarie in quell’estate del ’93 in cui il sistema politico italiano crollava su se stesso dopo quasi cinque decenni di continuità. Di quell’esperienza di governo, Elia serbò molti legami con i ministri dell’esecutivo guidato da Ciampi: oltre allo stesso Presidente (da cui fu più volte consultato in seguito, negli anni in cui Ciampi sedeva al Quirinale), erano rimasti forti legami con Livio Paladin, Sabino Cassese, Augusto Barbera.

L’ultimo quindicennio della sua vita è stato accompagnato dalla crisi della Costituzione repubblicana, che egli aveva studiato a lungo, e che considerava il massimo punto di maturazione del costituzionalismo italiano. Sono gli anni in cui Elia emerge – assieme a Oscar Luigi Scalfaro – come il massimo difensore della Costituzione del 1947. Egli era certo consapevole della necessità di riforme anche profonde: aveva giudicato positivamente la riforma del sistema regionale del 2001, ritenendola una realizzazione dei principi costituzionali sulle autonomie più fedele del testo originario del titolo V; guardava con interesse a progetti come quello predisposto nella scorsa legislatura da Luciano Violante, da cui oggi sembra ripartire il dibattito su questi temi. Ma negli ultimi anni la sua preoccupazione era soprattutto l’equilibrio dei poteri nel quadro di una nuova stagione del regime parlamentare italiano, segnato dalla scomparsa dei vecchi partiti di massa e dalla formazione di partiti di tipo nuovo, mentre si affermava in nuovi modi quel decisionismo che già negli anni ottanta era emerso con prepotenza. Questa preoccupazione lo aveva spinto a guidare il Comitato scientifico “Salviamo la Costituzione”, che aveva animato con successo la campagna referendaria per bloccare la “grande riforma” del 2006, il cui contenuto era stato da lui efficacemente definito “premierato assoluto”.

Come molti uomini della sua generazione, ad unificare l’impegno civile e politico era una profonda spiritualità cristiana ed una grande statura umana (che si esprimeva, fra l’altro, nella sua proverbiale mitezza e in un grande rispetto di ogni interlocutore), oltre ad una religione del lavoro e del servizio al Paese che lo ha accompagnato fino agli ultimi giorni.

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