di Umberto Ronga
Le parole di Roberto Saviano non hanno mai lasciato indifferenti. Lui stesso, più volte, si è dichiarato sorpreso, come travolto dalla loro incontrollabile portata. Dalle loro incalcolabili ricadute culturali, civili, istituzionali, mediatiche e perfino spirituali. Dalle coscienze alfabetizzate. Dai veli calati, da quelli squarciati, dagli arresti eccellenti, dagli alibi politici smascherati. Parole di indignazione, di ribellione. Di denuncia. Parole che scolpiscono, che colpiscono. Come pietre. Parole che sconvolgono. Che alterano equilibri delicatissimi e intoccabili. Parole che accendono riflettori da una parte, e ne spengono inesorabilmente dall’altra, relegando nel buio della solitudine più profonda e amara.
Ancora oggi le parole di Roberto Saviano non lasciano indifferenti. Non possono lasciarci indifferenti! Il più giovane simbolo dell’antimafia sociale, lo scrittore e giornalista ventottenne, stamani si è rivolto al paese e alle coscienze di ciascuno, affidando a la Repubblica le sue “ennesime” parole. Che stavolta, però, hanno capovolto “quella prospettiva” alla quale eravamo colpevolmente abituati. Quasi assuefatti. Forse perfino compiaciuti.
Roberto Saviano ha scritto di voler “lasciare l’Italia per provare a riavere una vita”. “Andrò via dall’Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà” … “Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido – oltre che indecente – rinunciare a se stessi, lasciarsi piagare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile … E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l’odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri – oggi qui, domani lontano duecento chilometri – spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere.”
Leggendo queste parole, oggi, come cittadino italiano mi sono sentito più solo. Amareggiato. Come smarrito, confuso, per certi versi (quasi) “colpevole”. Sento tanta rabbia al pensiero di quanti, interpretandola come tale, brinderanno alla sua “resa”. Penso al ghigno di quanti lo odiano, lo temono, lo invidiano. Cerco di immaginarmi i volti dei suoi compagni di viaggio, del coordinatore del pool anticamorra, Franco Roberti, degli altri magistrati, napoletani e non, di quanti cercano di dissuaderlo da questa decisione. Penso ai carabinieri che lo proteggono, alla loro “ostinazione” che commuove lo stesso Saviano, alle loro parole di incoraggiamento: “Robè, tranquillo, chè non ci faremo fottere da quelli là”.
Mi appaiono come un flash di una storia già raccontata quelle scritte senza volto “viva la Mafia, abbasso lo stato” apparse sui muri di Brancaccio poche ore dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, davanti al centro “Padre nostro”. Mi scuotono, creandomi perfino disagio, le recentissime parole di Maria Falcone, sorella di Giovanni, sofferte nel dissidio interiore di una sorella disincantata dalla sofferenza personale, che invita Saviano ad andarsene, “Roberto vattene e salvati”, e di una cittadina combattente che, invece, sarebbe tentata dal trattenerlo. Eppure non lo fa.
Il ribaltamento di una prospettiva che mi lascia perplesso, sorpreso. Per molti versi dispiaciuto. Alla quale, ripeto, non eravamo abituati. Proprio lui, che ha trovato il coraggio di puntare il dito contro i colpevoli, di raccontarli, di delegittimarli, di insultarli, “non valete niente, siete dei vigliacchi”, sembra rassegnato. Sfinito da una solitudine che lo ha logorato come un “malato terminale”. Così si definisce. Così lo ha ridotto la sua “prigionia”. Che lo ha isolato da tutto, dai suoi affetti più cari, dalle sue terre, dalle sue abitudini. Dalla sua libertà. Che lo ha estromesso dalla sua stessa vita.
Si avverte la vulnerabilità di “Roberto”, la paura, lo scoraggiamento. Saviano non nega al paese intero di essersi posto la domanda, “quella” domanda, che tutti noi possiamo permetterci, mentre lui no, loro che sono in trincea no: “ma chi me lo fa fare?”. Colui che fino a ieri consideravamo un “eroe”, oggi ha deciso di andarsene, di riprendersi la propria vita o quanto meno di volerci provare. Come si può giudicare una scelta del genere? Chi può permettersi di farlo?
Questa storia cancella ogni alibi: ci insegna che Saviano non è un eroe. Ci ammonisce, ricordandoci che non è un eroe. Ci condanna a tenerlo presente sempre. A non poter più far finta di non averlo mai capito. Questa storia ci insegna che Roberto Saviano è un uomo come noi. Come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, don Peppino Diana, don Pino Puglisi, Giancarlo Siani erano uomini come noi. Persone normali che non hanno abbassato la testa. Come Tano Grasso, Silvana Fucito, Beppe Lumia e i tanti altri, noti e meno noti, che per la nostra libertà si sono privati consapevolmente della loro.
Questa storia ci insegna che se ci sono dei colpevoli, che probabilmente non meritano in questo paese personalità come quella di Roberto Saviano, quei colpevoli siamo noi. Noi politici, noi uomini delle istituzioni e dell’economia, noi cittadini, noi egoisti amministratori dell’esistente, strenui difensori di una “legalità ingiusta”, spettatori di processi storici che non riusciamo ad interpretare e tanto meno a governare.
Siamo noi che prima li abbiamo celebrati commossi e poi “incorniciati” come eroi, appesi alle pareti dei nostri studi, dei nostri uffici, per raccontarne compiaciuti le gesta; siamo noi ad averli uccisi ogni giorno con il silenzio della nostra indifferenza, con la retorica delle nostre parole, con la mediocrità del nostro perbenismo, con la miopia delle nostre scelte. Con la nostra “legittima”, ma a volte ridicola, paura. Loro, eroi a cui per chissà quale dono o sventura è capitato, e poi divenuto dovere, di vivere in quel modo; di continuare a testa alta; di non cedere mai. E noi, cittadini “indifesi”, incapaci di vivere responsabilmente la nostra cittadinanza, barricati dietro gli scudi del sospetto, dell’omertà, del silenzio. Loro, uomini straordinari, diversi, paladini impavidi della nostra libertà; noi, soltanto cittadini normali.
In momenti come questi, nei quali essere retorici provoca se possibile ancora più fastidio del solito, ignoro, sinceramente, se sia più giusto restare in silenzio oppure gridare; se sia rispettoso comunicare la propria solidarietà, vicinanza e perfino ideale amicizia ad un ragazzo che ha avuto il coraggio di mettere il proprio talento al servizio della nostra libertà, oppure sia troppo tardi per ricordarselo. Mi domando per quanto tempo ancora l’Italia sia destinata ad essere un’ “anomalia”; un paese che delegittima chi contrasta le ingiustizie, che isola e nutre sospetto verso chi si schiera dalla parte della legalità. Mi domando per quanto tempo ancora dovremmo attenderci l’eroe di turno, il prete di turno, il vescovo di turno, il magistrato di turno, il giornalista di turno, l’imprenditore di turno che si ribella al pagamento del pizzo. Il politico di turno. La politica! Mi domando quando la politica deciderà di isolare certi “poteri”, dalle proprie liste e dal proprio consenso, di lanciare sussulti di dignità, nei propri metodi, nelle proprie forme, nelle proprie leggi. Prima che avvenga l’ennesima strage, prima che altro sangue venga versato. Prima che altri riescano a seppellire quella “speranza” nella quale, nonostante tutto, non ci stanchiamo di credere.
Questa è la storia di uno scrittore che vive blindato per aver messo a nudo la camorra, proprio come il peggiore dei killer. Storie diverse per un medesimo trattamento. Una sorta di 41 bis al contrario, per persone che cercano di “resistere”, combattendo con dignità la “propria battaglia quotidiana”.
Eppure, non lo nego, mi sono permesso timidamente di domandarmi come reagirebbe oggi lo stesso Saviano, al ricordo di quella famosa intervista, che una giornalista francese fece a Giovanni Falcone, chiedendogli se avesse paura e soprattutto chi glielo facesse fare di condurre quella vita. Falcone, serenamente, rispose: “Ma l’importante non è stabilire se uno ha paura o meno. L’importante è saper convivere con la propria paura, non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo. Altrimenti non è coraggio, è incoscienza”, e poi concluse: “Chi me lo fa fare? Soltanto lo spirito di servizio”.
Al ricordo di quelle parole, di monito per chi oggi è già impegnato, e di incoraggiamento per chi non si è ancora “sporcato le mani” fino in fondo, per tutti noi, cito quanto Paolo Borsellino rispose alla giovanissima giornalista, che riuscì ad intervistarlo quattro giorni prima che venisse ammazzato.
- “Giudice, lei ha paura?” – “Molta. L’importante è che abbiamo tutti più coraggio”.