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Archivio di ottobre 2008

Cattiva maestra televisione / BIS

venerdì 31 ottobre 2008
È ricordato principalmente per essere stato «Maestro Venerabile» della loggia massonica segreta P2. Per cui il titolo della sua trasmissione non può che essere «Venerabile Italia». Sottotitolo: «La vera storia di Licio Gelli». Quindi Licio Gelli sbarca in tv. Avrà un programma tutto suo da lunedì, alle 22.20, su Odeon tv .

Sarà proprio il maestro della P2 la «voce narrante», assieme a Lucia Leonessi, di una «ricostruzione inedita della storia dell’ultimo secolo, «dalla Guerra di Spagna agli anni ’80, dai salotti di Roma alle rive del lago di Como, dall’epoca fascista al crac del Banco Ambrosiano». Il programma, presentato venerdì ufficialmente a Firenze, vedrà anche la partecipazione di personaggi politici e storici come Giulio Andreotti, Marcello Veneziani e Marcello Dell’Utri. Nella prima puntuta perlerà di fascismo.

È ricordato principalmente per essere stato «Maestro Venerabile» della loggia massonica segreta P2. È stato camicia nera, ha aderito alla Repubblicà di Salò, qualcuno ipotizza che Gelli era molto vicino alla Cia. È stato accusato di aver un ruolo in «Gladio», amico stretto del leader argentino Peròn. Dopo la scoperta della P2, fuggi in Svizzera dove fu arrestato mentre cercava di ritirare decine di migliaia di dollari a Ginevra, ma riuscì ad evadere dalla prigione. Fuggì quindi in Sudamerica, prima di costituirsi nel 1987. Licio Gelli è stato condannato con sentenza definitiva per i seguenti reati: procacciamento di notizie contenenti segreti di Stato, calunnia nei confronti dei magistrati milanesi Colombo, Turone e Viola, tentativi di depistaggio delle indagini sulla strage alla stazione di Bologna e Bancarotta fraudolenta (per il fallimento del Banco Ambrosiano è stato condannato a 12 anni).

(da corriere.it, 31/10/2008)

Negli anni successivi fu istituita, per volontà del Presidente della Camera Nilde Iotti, una commissione parlamentare d’inchiesta, guidata dal deputato democristiano Tina Anselmi, ex partigiana “bianca” e prima donna a diventare ministro della storia della Repubblica Italiana. La commissione affrontò un lungo lavoro di analisi per far luce sulla Loggia, considerata un punto di riferimento in Italia per ambienti dei servizi segreti americani intenzionati a tenere sotto controllo la vita politica italiana fino al punto, se necessario, di promuovere riforme costituzionali apposite o di organizzare un colpo di stato. Diede luogo ad una relazione di maggioranza ed una di minoranza. La prima, molto più articolata, mette in luce molti aspetti, quindi ad esempio:

  • giudicò la lista attendibile ma presumibilmente incompleta;
  • giudicò la Loggia «responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale» della Strage dell’Italicus;
  • giudicò la Loggia «un complotto permanente che si plasma in funzione dell’evoluzione della situazione politica ufficiale»;
  • sottolineò l’«uso privato della funzione pubblica da parte di alcuni apparati dello stato» legati alla Loggia;
  • sottolineò la divisione funzionale della Loggia e quindi che, benché tutti gli affiliati fossero consapevoli del fine surrettizio della Loggia, fosse necessario individuare il settore di appartenenza dei singoli affiliati per risalire alle responsabilità personali;
  • sottolineò che la presenza di alcuni imprenditori si poteva spiegare con i benefici economici che il legame con alti dirigenti di imprese pubbliche e banche poteva potenzialmente portare loro, per esempio sotto forma di credito concesso in misura superiore a quanto consentito dalle caratteristiche dell’impresa da finanziare (tra tali imprenditori viene citato Silvio Berlusconi);
  • sottolineò come ci fossero «poche ma inequivocabili prove documentali» che provavano l’esistenza della Loggia di Montecarlo (ora Massonic Executive Committee) e della più elitaria P1, considerandole entrambe creazioni di Licio Gelli.

Un’apposita legge, la numero 17 del 25 gennaio 1982, sciolse la P2 e rese illegale il funzionamento di associazioni segrete con analoghe finalità, del resto in attuazione del secondo comma dell’articolo 18 della Costituzione Italiana, che più genericamente proibisce le associazioni a scopi, anche indirettamente, politici mediante organizzazioni di carattere militare. Il giornalista e politico Massimo Teodori membro della succitata commissione, asserì: «la Loggia P2 non è stata un’organizzazione per delinquere esterna ai partiti ma interna alla classe dirigente. La posta in gioco per la P2 è stata il potere e il suo esercizio illegittimo e occulto con l’uso di ricatti, di rapine su larga scala, di attività eversive e di giganteschi imbrogli finanziari fino al ricorso alla eliminazione fisica». La P2 fu oggetto d’indagine anche della Commissione Stragi per un presunto coinvolgimento in alcune stragi, ma non portò a niente di rilevante. Tuttavia Licio Gelli venne condannato il 23 novembre 2005 in via definitiva per tentativi di depistaggio delle indagini sulla Strage di Bologna.

(da www.wikipedia.it)

Cattiva maestra televisione

venerdì 31 ottobre 2008
I canali televisivi italiani sono tanti, tantissimi: 640, secondo la Frt, cioè l’associazione delle imprese radio-televisive. Tanti quanti sono i canali che operano (ma con risorse ben maggiori) in tutti gli Stati Uniti. Pensate: nel mondo i canali «terrestri» via etere sono circa 2.500; dunque l’Italia, da sola, ospita più di un quinto delle tv mondiali.

(dal sito societacivile.it)

In Italia la televisione insiste sul ripetitivo, “quando non sul becero”. E un ritrovato interesse dei giovani per il teatro, per i concerti (anche di musica classica), per le mostre, per i musei, per la partecipazione a una qualche attività artistica non trova sponda nella tv, che “ignora” queste tendenze anziché assecondarle. Lo ha detto Corado Calabrò, presidente dell’Agcom, nella relazione tenuta oggi davanti alla commissione parlamentare per l’infanzia. “Al di là dei meccanismi di divieto (o dissuasione) a porre in essere determinati comportamenti nocivi per i minori, c’è – ha sostenuto – un problema di qualità dei contenuti che sono veicolati dalla televisione e dai nuovi media. La televisione italiana, la quale nel passato ha tanto contribuito alla crescita della società – penso alla televisione degli anni ’60 che aveva mutuato dalla BBC il motto “educare divertendo” – oggi purtroppo presenta livelli di banalità e volgarità (come i tanti reality che affollano i palinsesti delle tv in prima serata) che la collocano al di sotto di altre televisioni europee”. Calabrò ha citato l’esempio della BBC, “che fornisce a tutto il mondo (Italia compresa) interessanti documentari scientifici, storici, geografici, e più in generale realizza prodotti di valido contenuto culturale con destinazione di nicchia; e le nicchie a volte sono dei cenacoli. Anche la televisione francese ha fatto grandi passi in questa direzione”, aggiungendo che “è crescente il divario tra le nostre televisioni e le migliori europee per la ricchezza di informazioni sui vari Paesi del mondo e per l’approfondimento qualificato dei temi trattati che quelle forniscono”. Il presidente ha quindi sottolineato che “non è nella possibilità dell’Autorità cambiare il modo di fare televisione. Abbiamo cercato di risollevare la qualità delle trasmissioni televisive, tra l’altro favorendo l’istituzione, nel contratto di servizio, di una Commissione preposta a questo controllo”. Per Calabrò anche l’istituzione di Qualitel – “pur senza enfatizzarne la capacità taumaturgica” – è un “segnale che va nella giusta direzione. Ma fin quando le trasmissioni sono dominate dall’assillo di ricavi pubblicitari e questi sono connessi esclusivamente all’audience, i tentativi saranno inefficienti. I pubblicitari infatti sono convinti che quanto più si abbassa il livello di una trasmissione tanto più ampia è l’audience. Si innesca così una spirale perversa che diseduca il gusto dei telespettatori e degrada il livello delle trasmissioni”. Di recente l’Agcom ha effettuato una gara per assegnare il 40 per cento delle capacita’ trasmissive delle reti digitali terrestri a nuovi fornitori di contenuti, “auspichiamo che da loro venga un afflusso di freschezza creativa e di generazione di contenuti di maggiore valenza culturale”.

(AGI 30/10/2008)

Libertà vò cercando ch’è sì cara…

mercoledì 29 ottobre 2008
Il governo del Niger è stato condannato per schiavitù. Con un verdetto di portata storica la Corte di giustizia dell’Ecowas, l’organismo che riunisce i Paesi dell’Africa occidentale, ha portato alla luce un fenomeno tollerato non solo in Niger, ma anche in Mali e in Mauritania. Pietra dello scandalo è la vicenda di Hadidjatou Mani Koraou, venduta per poco più di 300 euro quando aveva 12 anni a un uomo che per dieci anni l’ha violentata e costretta a lavorare in casa e nei campi. Per il governo di Niamey la condanna a risarcire la giovane donna – oggi Mani ha 24 anni – è fonte di grave imbarazzo: i giudici accusano il governo di non averle dato alcuna tutela legale e di non aver applicato a suo favore le leggi contro lo schiavismo e per questo dovrà pagarle un risarcimento pari a 15mila euro. La sentenza è destinata ad avere conseguenze al di là dei confini nazionali. “Sono davvero felice”, ha commentato in lingua haussa Mani, che per farsi giustizia, ha potuto contare sull’appoggio di alcune organizzazioni umanitarie britanniche che si battono contro la riduzione in schiavitù. “Sono stata picchiata tante di quelle volte che finivo per scappare e tornare dalla mia famiglia, ma dopo un paio di giorni mi riportavano dal padrone” ha raccontato, “quando ho scoperto che la schiavitù era stata abolita ho deciso che non sarei più stata una vittima”. Nel 2005 il padrone di Mani le aveva restituito la libertà con un ‘certificato’ con il quale la ragazza sperava di potersi sposare. Ma quando ha presentato i documenti per il matrimonio ha scoperto che risultava già sposata con il padrone. Un tribunale locale si è pronunciato in suo favore e ha dichiarato la nullità dell’unione. Solo così Mani si è potuta finalmente sposare. L’incubo però non era finito: poco dopo la sentenza è stata ribaltata in appello e lei è stata condannata a sei mesi di prigione per bigamia. È stato allora che ha deciso di fare ricorso alla Corte di giustizia del’Ecowas.

(AGI, 28/10/2008)

Le priorità del Settore Giovani

mercoledì 29 ottobre 2008
di Chiara Finocchietti e Marco Iasevoli*

Per il Consiglio e la Presidenza nazionale il documento assembleare rappresenta un vero e proprio “mandato”. Per questo motivo anche il settore Giovani ha assunto questo testo – nato attraverso un percorso democratico dalle sensibilità di tutte le associazioni diocesane – come strumento primario per la propria programmazione. In particolare, un forte orientamento proviene dalla seconda parte del documento, quello che individua i tre obiettivi prioritari: nel corso del triennio il settore proverà a declinarli guardando alle esigenze dei giovani e dei giovanissimi, ancorandosi al cammino unitario dell’associazione e armonizzandoli con il percorso dei giovani nella Chiesa italiana.

Fondamentale ci sembra l’attenzione a caratterizzare i percorsi formativi dell’AC come strumenti che realmente accompagnino i giovani all’Incontro con il Signore. Sappiamo che l’ordinario associativo risponde a tante fondamentali esigenze del mondo giovanile: quella mai scontata della compagnia, ad esempio, nonché quella di un diretto protagonismo nella vita della Chiesa. Il documento assembleare ci invita però ad un ulteriore scatto in avanti perché ciò che facciamo aiuti a “crescere e maturare nella fede”. Un modo concreto per rispondere a questo obiettivo è il lavoro di rielaborazione che il settore intende svolgere sulla “Regola di vita”, strumento che ha il compito di puntellare il cammino dei giovani e degli adolescenti, e che li aiuta a vivere l’itinerario di fede come un impegno cui essere fedeli.

Sul crinale che unisce “crescita e maturazione della fede” e “primo annuncio” è forte la volontà di rilanciare lo strumento “gruppo” come indispensabile luogo dove si impara a “diventare santi insieme”. Il gruppo, ed è questa l’importante riscoperta che ci attende, è per sua natura luogo missionario, dove si impara l’accoglienza, l’apertura al territorio e alle diverse condizioni esistenziali. L’impegno del settore sulla frontiera della “ricerca e riscoperta della fede”, tuttavia, si inserirà nella più ampia riflessione che il Consiglio e la Presidenza faranno insieme nei prossimi mesi.

La “promozione del bene comune” interesserà il settore da diversi punti di vista: innanzitutto, l’esperienza sempre più da apprezzare e valorizzare del Movimento studenti, vera scuola di partecipazione e passione civica. Parimenti, il legame con il Movimento lavoratori e con la Fuci ci aiuterà a mettere maggiormente a tema le questioni dell’università e del lavoro, e a mediare specie per giovani e giovani-adulti la Dottrina sociale della Chiesa. I prossimi anni ci permetteranno poi di tornare su alcune figure emblematiche dell’impegno civile, come Vittorio Bachelet (nel 2010 ricorrerà il centenario della nascita) e Pier Giorgio Frassati. Con l’aiuto di questi amici intendiamo riscoprire le nostre città. Con tutta l’associazione il settore rifletterà sulla cura educativa, prestando particolare attenzione alla cura degli adolescenti.

La fedeltà al documento, tuttavia, è da esprimersi soprattutto nel rispetto delle due “condizioni associative”, che rappresentano l’infrastruttura per raggiungere i tre obiettivi. Da questo punto di vista, l’impegno di tutti, e non solo del settore, è quello che buone e autentiche relazioni siano la prassi attraverso la quale fare sempre più bella l’AC.

*Vicepresidenti nazionali per il Settore Giovani ACI

cfr. Documento assembleare

La Parola e la storia

martedì 28 ottobre 2008

di Domenico Sigalini

«La Parola eterna e divina entra nello spazio e nel tempo e assume un volto e un’identità umana», il volto di Gesù. Con queste parole centrali del messaggio finale dei padri sinodali, si è conclusa domenica 26 ottobre la XII assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi e viene offerta ad ogni credente in Cristo ancora una volta la più bella notizia di tutti i tempi: Dio ci ha parlato e ci parla e la sua Parola decisiva per tutte le nostre vite è Gesù, Lui è il volto della Parola, colui che ci ha rivelato il Dio che nessuno ha mai visto, ma che si è piegato sulla vita dell’uomo per ridargli la dignità perduta.

La nostra unica speranza è Gesù, il centro delle nostre aspirazioni è Gesù. Lui vogliamo mettere al primo posto nella nostra vita, conoscerlo, amarlo, obbedirgli, ascoltarlo, farlo conoscere. Lui è un uomo come noi, che condivide con noi tutte le gioie e le debolezze dell’umanità, lo sforzo della crescita, il dono della condivisione, la prova della sofferenza, i tenui sentimenti dell’amicizia, l’ardore della gioia di vivere, la luce negli occhi per una scelta d’amore, la passione per una causa, la sofferenza della solitudine.

Lui è la Parola definitiva di Dio, l’Amore fatto persona, Dio fatto uomo. Lui è la buona notizia per ogni uomo, Lui è il Vangelo. Questa Parola grande e unica si inscrive nelle parole della sacra scrittura, che vanno studiate, capite, accolte, con intelligenza e con fede. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ci ha regalato una bella costituzione, la Dei verbum, che con il Sinodo viene ripresa e rilanciata, approfondita e attualizzata.

Dio dialoga, Dio salva, Dio opera, Dio comunica. Non stiamo arrabattandoci a inventare spiritualismi astratti, visioni eteree, nostalgie religiose, autoconvincimenti puntigliosi. La nostra vita cristiana non si esaurisce nel combattere battaglie di principi, difendere a denti stretti posizioni di rilievo o tentare di uscire dall’angolo in cui come credenti crediamo di essere stati posti: solo dobbiamo ascoltare Dio che parla, innamorarci di quello che dice, lasciarci forare l’orecchio perché vi penetri la dolcezza del dialogo con Lui, la sua salvezza, la sua passione d’amore trinitario.

«Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza, rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Gesù Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della natura divina. Con questa rivelazione infatti Dio invisibile per il suo immenso amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per invitarli a ammetterli alla comunione con sé» (Dv, 2). Questo è il fondamento del nostro essere cristiani, questo sta alla base delle nostre parrocchie, della distribuzione dei sacramenti, questo deve sostituire il Mc Donald delle cose religiose cui spesso ci costringono le domande petulanti dei fedeli. Allora il Dio che parla ci obbliga a cambiare quel bagaglio di domande che assillano ogni giorno l’uomo di Chiesa, in un insieme di scommesse sulla vita.

Sulla via di Camaldoli

lunedì 27 ottobre 2008

di Simone Esposito

Un “rinnovato umanesimo cristiano”: al termine di tre anni di cammino il Meic riparte con un obiettivo vertiginosamente alto, ma anche straordinariamente necessario.

L’assemblea nazionale, che si è chiusa domenica, ha approvato a larghissima maggioranza quel “Documento Camaldoli” risultato del percorso triennale che il movimento degli intellettuali di Azione cattolica ha affrontato con il contributo di tutti i suoi gruppi locali, dei suoi tanti amici e della loro esperienza nelle professioni e nell’università, con l’aiuto importante dei ragazzi della Fuci e della comunità monastica di Camaldoli. Proprio dall’eremo toscano si è voluto ripartire, e da quel “Codice” che sessant’anni fa segnò la via della ricostruzione democratica e costituzionale dell’Italia annientata dalla guerra e dal fascismo. A scrivere quelle pagine di grande storia politica e civile furono allora i Laureati cattolici: i loro eredi, più di mezzo secolo dopo, hanno provato con umiltà a seguirne il metodo per elaborare riflessioni e progetti per un paese stanco, spesso diviso, sicuramente bisognoso di cambiare per guardare al futuro.

Tra le righe del “Documento Camaldoli”, sintesi di un “Rapporto” più ampio che sarà pubblicato a breve, le proposte sono tante: un nuovo patto sociale di cittadinanza, democrazia partecipativa, riforme perché il lavoro recuperi il primato sul capitale, investimenti e non tagli per la scuola e l’università, politiche fiscali fondate sulla nozione di capacità contributiva, Tobin Tax, una nuova governance mondiale con centralità dell’Unione europea, diritto di cittadinanza più accessibile per gli immigrati, un impegno deciso per la salvaguardia dell’ambiente anche da parte della Chiesa, una laicità fondata sul dialogo.

Tante idee che devono camminare sulle gambe di tutti, soprattutto dei cristiani: il “rinnovato umanesimo” non può che essere fondato sul Vangelo. Un impegno per ogni socio del Meic, per ogni membro della grande famiglia dell’Azione cattolica.

Ripartire dai poveri

venerdì 24 ottobre 2008

di Antonio Mastantuono

Mentre tutti gli organi di informazione sono intenti a raccontarci le oscillazioni delle borse e le decisioni prese dai governi occidentali per evitare i tracolli finanziari, un “Rapporto sulla povertà e l’esclusione sociale” in Italia ci invita a guardare con attenzione non tanto ai palazzi della finanza e della politica ma per le nostre strade e nelle nostre case. Da mesi si sentiva ripetere che molte famiglie in Italia non arrivano alla fine del mese, che la pensione sociale non riesce neppure a consentire una vita al limite della vivibilità, eppure, immersi nei problemi delle grandi banche, si è continuato a far finta di nulla….

Il Rapporto curato dalla Caritas Italiana e dalla Fondazione Zancan, e pubblicato dal Mulino con il titolo Ripartire dai poveri, invece, mette in luce con forza che povero è, ancora oggi, il 15% della popolazione italiana, costretto a sopravvivere con meno di metà del reddito medio del Paese, ossia con meno di 500-600 euro al mese. Accanto ai poveri, poi, ci sono i “quasi poveri”, ossia persone che sono al di sopra della soglia della povertà per una somma esigua, che va dai 10 ai 50 euro al mese: con riferimento all’”Europa dei quindici” l’Italia presenta una delle più alte percentuali di popolazione a rischio di povertà.

L’Italia non è il posto dell’uguaglianza e nemmeno quello delle opportunità. Più di altri Paesi europei, essa presenta grandi differenze fra chi vive in un discreto benessere, chi tutti i giorni lotta per non oltrepassare la soglia della povertà e chi dentro la povertà ci sta da tempo e non intravede nulla di nuovo per il futuro.

Il desiderio e l’ambizione di fare il salto sociale, di passare da una condizione all’altra, è più difficile da realizzare da noi che altrove. L’Italia appare come un Paese vulnerabile, con tante, troppe fragilità: un’imbarazzante divergenza tra Nord e Sud che invece di diminuire aumenta, una tragica carenza di innovazione, ma anche elevate disuguaglianze sociali ed economiche. Il reddito non è distribuito in modo equo, si concentra ai vertici ed è diluito alla base.

In questo variegato mondo, due fasce di popolazione sembrano essere in maggiori difficoltà: le persone non autosufficienti e le famiglie con figli.

Nel nostro Paese risulta povero il 30,2% delle famiglie con 3 o più figli, e il 48,9% di queste famiglie vive nel Mezzogiorno (al 2006, ultimi dati disponibili). Si tratta di percentuali molto elevate: avere più figli, in Italia, comporta un maggior rischio di povertà, con una penalizzazione non solo per i genitori che si assumono questa responsabilità, ma soprattutto per i figli, costretti ad una crescita con minori opportunità. Eppure in altri Stati non è così. Effettuando un confronto con la Norvegia, ad esempio, si evidenzia come in quel Paese non solo vi sia un tasso di povertà notevolmente inferiore, ma, in fatto di figli, la relazione sia esattamente opposta, ovvero più bambini si hanno (a meno di averne più di tre), più basso è il tasso di povertà.

Per quanto riguarda poi la povertà degli anziani soli e/o non autosufficienti, si registra un aumento nelle regioni del Nord, in controtendenza rispetto al resto del Paese: dal 2005 al 2006, l’incidenza della povertà relativa (percentuale dei poveri sul totale dei residenti) in persone sole con 65 anni e più è passata da un valore di 5,8 a un valore di 8,2 (ultimi dati disponibili).

Ma il Rapporto non si ferma solo all’analisi, consapevole che la questione povertà non può essere affrontata con colpi di genio e ad effetto ma solo con un piano nazionale strutturato e permanente. Non bastano azioni settoriali e interventi palliativi. Di solito si opera in questo modo quando non c’è speranza di risolvere il problema e si cerca, per quanto possibile, di alleviarne le conseguenze, di ridurre il disagio. Si tratta, invece, di prendere in mano il problema complessivamente, evitando di farne un fatto marginale e settoriale. Dare alla questione povertà una rilevanza strutturale significa guardare oltre il breve periodo, operare facendo leva su soluzioni di sistema, assumere fino in fondo le dimensioni che lo caratterizzano.

Di qui due proposte di azione: il passaggio da trasferimenti monetari ai servizi e la gestione decentrata della spesa sociale.

La prima proposta nasce dalla constatazione che le risorse non sono finite. Le relativamente poche risorse (rispetto ad altri Paesi) che dedichiamo alla spesa per assistenza sociale possono dare un contributo significativo, se orientate e qualificate.

La seconda proposta nasce dalla transizione, in qualche modo storica, che vede il nostro Paese da anni interrogarsi sul proprio assetto istituzionale e costruire nel tempo condizioni federaliste per una più sostanziale condivisione di solidarietà, da parte delle istituzioni, a tutti i livelli, centrale e locale.

Ogni volta che si tiene tra le mani un rapporto si corre il rischio di perdersi tra le percentuali, le tabelle, i numeri… Ma è sufficiente dare ad ogni numero un volto e allora tutto cambia: i numeri diventano il volto del barbone che dorme sotto casa, del papà di famiglia che con vergogna viene a chiedere aiuto per pagare una bolletta perché da solo non ci riesce; del pensionato che contratta con il fruttivendolo un po’ di verdura… e vien voglia di chiedersi: perché? Cosa fare come comunità cristiana? Come laici credenti?

Il Rapporto lancia una sfida. Non nuova: ricordiamo il “ripartire dagli ultimi” del 1981…

In tempi come questi, lasciarsi interrogare e interrogare seriamente la politica è, forse, il primo compito affidato a noi credenti, perché ormai: “I poveri sono anonimi, faticosi e ci fanno vergognare. Per il Paese non sono più una voce di spesa. Riconoscerli imporrebbe un intervento. In tivù non esistono. La politica non ha interesse ad allargare lo spazio dei loro diritti…” (p. A. Valletti). Ma il Nazareno che ispira la nostra vita non ci ha forse detto: «Beati quelli che hanno fame e sette di giustizia…» (Mt 5,6)?

Lavorare al verde porta ricchezza

venerdì 24 ottobre 2008
Meglio di così probabilmente ci fu solo il New Deal, quando nei primi anni ’30 le politiche adottate dal presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt e dall’economista britannico John M. Keynes riuscirono a riassorbire tra i due e i tre milioni di lavoratori rimasti disoccupati dopo la Grande Crisi di Wall Street. Secondo uno studio realizzato dall’Università di Berkeley, le politiche di efficienza energetica intraprese dalla California all’indomani dello shock petrolifero del 1977 nel giro di un trentennio hanno creato circa un milione e mezzo di nuovi posti di lavoro a fronte dei 25mila persi.
A firmare la ricerca, che getta una luce diversa sulle beghe in corso tra Italia e Unione Europea circa la sostenibilità degli obiettivi del pacchetto 20-20-20, è David Roland-Holst, un economista del Center for Energy, Resources and Economic Sustainability del prestigioso ateneo californiano. La chiave del successo, secondo il docente di Berkeley, è stata la massa di denaro risparmiata dai consumatori grazie ai tagli nelle bollette domestiche e tornata a circolare sul mercato, mettendo in moto un processo virtuoso nell’occupazione.
In California una politica attenta che ha imposto standard di efficienza per edifici ed elettrodomestici tra i più alti del mondo, il livello dei consumi elettrici pro capite nell’ultimo trentennio è rimasto stabile, mentre nel resto degli Stati Uniti aumentava del 50%. Si calcola invece che se il consumo unitario avesse seguito la crescita media nazionale, la California avrebbe avuto bisogno di 24 nuove centrali di media potenza (500 MW).
“Avendo la possibilità di spendere meno in energia – si legge nella ricerca – i consumatori hanno destinato questi soldi alla domanda di beni diversi. Ma spostare un dollaro di spesa dall’elettricità ai generi alimentari significa sostenere rivenditori, grossisti, l’industria della trasformazione e il settore agricolo lungo una filiera molto più lunga e a maggiore intensità di manodopera”.
Il professor Roland-Holst fornisce quindi le cifre del movimento descritto. A fronte di “perdite” per 1,6 miliardi di dollari nel settore energetico, nel corso del trentennio preso in esame l’economia californiana ha visto crescere il volume d’affari complessivo di 44,6 miliardi di dollari, divisi prevalentemente nel comparto del commercio (11,2 miliardi) nel settore finanziario e assicurativo (7,3 miliardi), nel settore dei servizi (17,8 miliardi) e in quella della produzione di lampadine a basso consumo (1,2 miliardi).
Una crescita secondo lo studio da attribuire soprattutto all’effetto traino rappresentato dalle misure di efficienza e risparmio energetico. Un boom che l’economista di Berkeley è convinto possa ripetersi ora che il governatore della California Arnold Schwarzenegger ha lanciato un nuovo piano statale di riduzione della spesa energetica e delle emissioni di gas serra che sarà definito presto nei dettagli.

(repubblica.it, 23 ottobre 2008)

Le parole che cancellano ogni alibi

mercoledì 22 ottobre 2008

di Umberto Ronga

Le parole di Roberto Saviano non hanno mai lasciato indifferenti. Lui stesso, più volte, si è dichiarato sorpreso, come travolto dalla loro incontrollabile portata. Dalle loro incalcolabili ricadute culturali, civili, istituzionali, mediatiche e perfino spirituali. Dalle coscienze alfabetizzate. Dai veli calati, da quelli squarciati, dagli arresti eccellenti, dagli alibi politici smascherati. Parole di indignazione, di ribellione. Di denuncia. Parole che scolpiscono, che colpiscono. Come pietre. Parole che sconvolgono. Che alterano equilibri delicatissimi e intoccabili. Parole che accendono riflettori da una parte, e ne spengono inesorabilmente dall’altra, relegando nel buio della solitudine più profonda e amara.

Ancora oggi le parole di Roberto Saviano non lasciano indifferenti. Non possono lasciarci indifferenti! Il più giovane simbolo dell’antimafia sociale, lo scrittore e giornalista ventottenne, stamani si è rivolto al paese e alle coscienze di ciascuno, affidando a la Repubblica le sue “ennesime” parole. Che stavolta, però, hanno capovolto “quella prospettiva” alla quale eravamo colpevolmente abituati. Quasi assuefatti. Forse perfino compiaciuti.

Roberto Saviano ha scritto di voler “lasciare l’Italia per provare a riavere una vita”. “Andrò via dall’Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà” … “Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido – oltre che indecente – rinunciare a se stessi, lasciarsi piagare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile … E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l’odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri – oggi qui, domani lontano duecento chilometri – spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere.”

Leggendo queste parole, oggi, come cittadino italiano mi sono sentito più solo. Amareggiato. Come smarrito, confuso, per certi versi (quasi) “colpevole”. Sento tanta rabbia al pensiero di quanti, interpretandola come tale, brinderanno alla sua “resa”. Penso al ghigno di quanti lo odiano, lo temono, lo invidiano. Cerco di immaginarmi i volti dei suoi compagni di viaggio, del coordinatore del pool anticamorra, Franco Roberti, degli altri magistrati, napoletani e non, di quanti cercano di dissuaderlo da questa decisione. Penso ai carabinieri che lo proteggono, alla loro “ostinazione” che commuove lo stesso Saviano, alle loro parole di incoraggiamento: “Robè, tranquillo, chè non ci faremo fottere da quelli là”.

Mi appaiono come un flash di una storia già raccontata quelle scritte senza volto “viva la Mafia, abbasso lo stato” apparse sui muri di Brancaccio poche ore dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, davanti al centro “Padre nostro”. Mi scuotono, creandomi perfino disagio, le recentissime parole di Maria Falcone, sorella di Giovanni, sofferte nel dissidio interiore di una sorella disincantata dalla sofferenza personale, che invita Saviano ad andarsene, “Roberto vattene e salvati”, e di una cittadina combattente che, invece, sarebbe tentata dal trattenerlo. Eppure non lo fa.

Il ribaltamento di una prospettiva che mi lascia perplesso, sorpreso. Per molti versi dispiaciuto. Alla quale, ripeto, non eravamo abituati. Proprio lui, che ha trovato il coraggio di puntare il dito contro i colpevoli, di raccontarli, di delegittimarli, di insultarli, “non valete niente, siete dei vigliacchi”, sembra rassegnato. Sfinito da una solitudine che lo ha logorato come un “malato terminale”. Così si definisce. Così lo ha ridotto la sua “prigionia”. Che lo ha isolato da tutto, dai suoi affetti più cari, dalle sue terre, dalle sue abitudini. Dalla sua libertà. Che lo ha estromesso dalla sua stessa vita.

Si avverte la vulnerabilità di “Roberto”, la paura, lo scoraggiamento. Saviano non nega al paese intero di essersi posto la domanda, “quella” domanda, che tutti noi possiamo permetterci, mentre lui no, loro che sono in trincea no: “ma chi me lo fa fare?”. Colui che fino a ieri consideravamo un “eroe”, oggi ha deciso di andarsene, di riprendersi la propria vita o quanto meno di volerci provare. Come si può giudicare una scelta del genere? Chi può permettersi di farlo?

Questa storia cancella ogni alibi: ci insegna che Saviano non è un eroe. Ci ammonisce, ricordandoci che non è un eroe. Ci condanna a tenerlo presente sempre. A non poter più far finta di non averlo mai capito. Questa storia ci insegna che Roberto Saviano è un uomo come noi. Come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, don Peppino Diana, don Pino Puglisi, Giancarlo Siani erano uomini come noi. Persone normali che non hanno abbassato la testa. Come Tano Grasso, Silvana Fucito, Beppe Lumia e i tanti altri, noti e meno noti, che per la nostra libertà si sono privati consapevolmente della loro.

Questa storia ci insegna che se ci sono dei colpevoli, che probabilmente non meritano in questo paese personalità come quella di Roberto Saviano, quei colpevoli siamo noi. Noi politici, noi uomini delle istituzioni e dell’economia, noi cittadini, noi egoisti amministratori dell’esistente, strenui difensori di una “legalità ingiusta”, spettatori di processi storici che non riusciamo ad interpretare e tanto meno a governare.

Siamo noi che prima li abbiamo celebrati commossi e poi “incorniciati” come eroi, appesi alle pareti dei nostri studi, dei nostri uffici, per raccontarne compiaciuti le gesta; siamo noi ad averli uccisi ogni giorno con il silenzio della nostra indifferenza, con la retorica delle nostre parole, con la mediocrità del nostro perbenismo, con la miopia delle nostre scelte. Con la nostra “legittima”, ma a volte ridicola, paura. Loro, eroi a cui per chissà quale dono o sventura è capitato, e poi divenuto dovere, di vivere in quel modo; di continuare a testa alta; di non cedere mai. E noi, cittadini “indifesi”, incapaci di vivere responsabilmente la nostra cittadinanza, barricati dietro gli scudi del sospetto, dell’omertà, del silenzio. Loro, uomini straordinari, diversi, paladini impavidi della nostra libertà; noi, soltanto cittadini normali.

In momenti come questi, nei quali essere retorici provoca se possibile ancora più fastidio del solito, ignoro, sinceramente, se sia più giusto restare in silenzio oppure gridare; se sia rispettoso comunicare la propria solidarietà, vicinanza e perfino ideale amicizia ad un ragazzo che ha avuto il coraggio di mettere il proprio talento al servizio della nostra libertà, oppure sia troppo tardi per ricordarselo. Mi domando per quanto tempo ancora l’Italia sia destinata ad essere un’ “anomalia”; un paese che delegittima chi contrasta le ingiustizie, che isola e nutre sospetto verso chi si schiera dalla parte della legalità. Mi domando per quanto tempo ancora dovremmo attenderci l’eroe di turno, il prete di turno, il vescovo di turno, il magistrato di turno, il giornalista di turno, l’imprenditore di turno che si ribella al pagamento del pizzo. Il politico di turno. La politica! Mi domando quando la politica deciderà di isolare certi “poteri”, dalle proprie liste e dal proprio consenso, di lanciare sussulti di dignità, nei propri metodi, nelle proprie forme, nelle proprie leggi. Prima che avvenga l’ennesima strage, prima che altro sangue venga versato. Prima che altri riescano a seppellire quella “speranza” nella quale, nonostante tutto, non ci stanchiamo di credere.

Questa è la storia di uno scrittore che vive blindato per aver messo a nudo la camorra, proprio come il peggiore dei killer. Storie diverse per un medesimo trattamento. Una sorta di 41 bis al contrario, per persone che cercano di “resistere”, combattendo con dignità la “propria battaglia quotidiana”.

Eppure, non lo nego, mi sono permesso timidamente di domandarmi come reagirebbe oggi lo stesso Saviano, al ricordo di quella famosa intervista, che una giornalista francese fece a Giovanni Falcone, chiedendogli se avesse paura e soprattutto chi glielo facesse fare di condurre quella vita. Falcone, serenamente, rispose: “Ma l’importante non è stabilire se uno ha paura o meno. L’importante è saper convivere con la propria paura, non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo. Altrimenti non è coraggio, è incoscienza”, e poi concluse: “Chi me lo fa fare? Soltanto lo spirito di servizio”.

Al ricordo di quelle parole, di monito per chi oggi è già impegnato, e di incoraggiamento per chi non si è ancora “sporcato le mani” fino in fondo, per tutti noi, cito quanto Paolo Borsellino rispose alla giovanissima giornalista, che riuscì ad intervistarlo quattro giorni prima che venisse ammazzato.

- “Giudice, lei ha paura?” – “Molta. L’importante è che abbiamo tutti più coraggio”.

Una questione di (s)fiducia

lunedì 20 ottobre 2008

di Nico Curci

È una questione di fiducia, o meglio di sfiducia. Questa crisi finanziaria, che si sta tramutando in crisi economica, è tutta qui, come ogni crisi economica da quando l’uomo ha imparato ad usare la moneta per regolare gli scambi. Questo ci aiuta a inquadrare meglio il problema e ad evitare di fare affermazioni di portata millenaristica su una presunta fine del capitalismo o del mercato. Niente di tutto ciò avverrà.

La sfiducia oggi regna nel mondo. Le banche non si fidano le une delle altre e non si prestano più denaro, con la conseguenza che quelle che hanno liquidità preferiscono tenerla nei poco remunerativi conti presso le Banche Centrali, piuttosto che prestarla sul mercato interbancario alle banche che ne necessitano, per paura di non essere ripagate. Ma se la liquidità non gira, tutto il sistema frena, perché anche le imprese faranno fatica ad ottenere il credito bancario di cui hanno bisogno per andare avanti. Gli investimenti si riducono e quindi la crescita si arresta.

A loro volta, i cittadini iniziano a non fidarsi molto delle loro banche, perché hanno paura che i loro bilanci non siano veritieri e quindi nascondano buchi che possono portare ad un fallimento. È vero che c’è la copertura sui depositi, ma tutti coloro che negli anni passati hanno acquistato titoli, consigliati male (a voler essere buoni!) dalle loro banche, rischiano comunque di perdere i loro risparmi.

I Governi non si fidano l’uno dell’altro. Prima di arrivare ad un accordo in sede europea, abbiamo assistito ad una serie di decisioni politiche che gli economisti classificano sotto l’etichetta “beggar-thy-neighbour” (letteralmente, “affama il tuo vicino”), che in larga parte spiegano perché la crisi finanziaria del ’29 portò alla Grande Depressione degli anni ’30. Nelle scorse settimana, dopo il crack di Lehman Brothers, l’Irlanda aveva deciso di innalzare unilateralmente la garanzia illimitata sui depositi, la Germania faceva lo stesso subito dopo aver criticato aspramente il provvedimento irlandese e così via: questi provvedimenti rischiavano di rafforzare la raccolta di depositi delle banche domestiche a svantaggio di quelle straniere, quanto di più contrario alle regole di comportamento di un’area monetaria ottimale ci possa essere. Per fortuna, ci si è messo una pezza, per quanto la tentazione di ricorrere a politiche di questo tipo sarà sempre forte nei prossimi mesi.

È per questo che si parla della necessità di una nuova governance globale dei processi economici e finanziari. Sull’opportunità di agire non credo ci siano dubbi. Purché non si voglia nascondere dietro questo processo un ritorno ad un passato di interventismo pubblico di cui davvero non sentiamo il bisogno. Regolare i processi economici non significa creare distorsioni al corretto funzionamento del mercato. E un meccanismo di regolazione degli scambi economici migliore del mercato, in cui domanda e offerta si confrontano liberamente, non è stato ancora trovato. Se lo Stato entra a gamba tesa in questo meccanismo, rischia solo di creare rendite di posizione che finiscono con l’aumentare le disuguaglianze sociali. L’epoca dello Stato imprenditore lasciamola ai libri di storia. Accontentiamoci di uno Stato che sia un buon regolatore, perché altrimenti la discrezionalità politica rischia davvero di costarci un decennio buono di mancata crescita economica.

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