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Soggetti o consumatori della comunicazione?

La qualità della convivenza sociale non è un dato acquisito per sempre. La democrazia, le sue regole, i suo valori, i suoi diritti e i suoi doveri sono realtà dinamiche, che hanno bisogno in maniera incessante di essere rivisitate, ricomprese, riconquistate.

Il diritto di voto è una conquista importante, ma diviene ben poca cosa senza una informazione adeguata che ci metta in condizione di scegliere. La scelta deve essere vera, e non apparente. Nelle società complesse come le nostre occidentali forme “aperte” di autoritarismo sembrano impossibili, ma non mancano aspetti inquietanti e più sottili. Abbiamo delegato alla “mano invisibile” del mercato la fiducia che i meccanismi di controlli intrinseci nel gioco economico siano in grado di stabilire regole di condotta e di relativa equità. Ma la realtà è più complessa e più difficile.

Prendiamo un esempio, se volete un paradosso o una provocazione. Ma non poi così distante dalla realtà.
A che cosa servono le compagnie telefoniche? Cos’è che vendono? Su quale principio logico si fondano i loro guadagni?
La risposta sembra ovvia: ci offrono un servizio. Come le aziende del gas, o quelle dell’acqua. Ci sono delle reti, queste reti trasportano dei beni (gas, acqua, informazioni) e noi paghiamo per questo servizio. Ma nel caso dei telefoni il bene trasportato ha una caratteristica molto particolare: non tanto perché sia “immateriale” (l’informazione), quanto perché è “prodotto” dallo stesso utente (ad es. da me che parlo con mio cugino). Dunque, che cosa pago?

Certamente l’infrastruttura. È ovvio che una rete di comunicazioni ha bisogno di una struttura fisica, che ha un costo. Ha bisogno di personale a vario livello che la progetti, la realizzi, ne faccia manutenzione e la aggiorni. Questo personale va giustamente pagato. Ha bisogno di un software che la monitorizzi e la faccia funzionare in modo ottimale. E anche questo ha un costo.
Punto.
Non c’è altro.
Il che, in percentuale, è pochissimo. Se dividiamo i costi – inclusi i legittimi guadagni – tra tutti gli utenti, il costo è davvero irrisorio. E allora – ancora una volta – che cosa paghiamo così caro? Che cosa produce profitti elevatissimi in un settore che non a caso può permettersi di investire somme ingenti non tanto in pubblicità “diretta”, ma in forma di promozione di una “atmosfera”, di uno stile di vita, di un modo di essere? Che può permettersi di stipendiare uno stuolo così vasto di comprimari e ballerine di seconda fila, una variegata e colorata corte di giullari?

Fondamentalmente due cose.
La prima è più evidente, quasi banale: tenere artificiosamente alto il costo di un semplice servizio di “trasporto” dell’informazione prodotta dagli utenti (e che per le compagnie non ha invece nessun costo). In Italia paghiamo un sms 5 volte più che in Danimarca. Ogni anno spendiamo in sms circa 2,5 miliardi di euro.
La seconda è più subdola: mettere in secondo piano l’uso della rete telefonica come luogo di scambio di informazione tra soggetti, a favore di un modello dove un “centro” eroga “servizi” (che nel linguaggio tecnico si dicono “a valore aggiunto”). “Aggiunto”, naturalmente, per le compagnie. Sono “servizi” – quando va bene – copie costose di servizi reperibili altrove gratuitamente; quando va meno bene sono “servizi” inutili o addirittura dannosi. Oroscopi, previsioni del tempo, risultati delle partite di calcio, loghi, suonerie, “servizi” erotici, mms preconfezionati… la fantasia dei “produttori” non ha limite. Per loro la rete come canale di comunicazione tra utenti è vuota e povera, e la loro missione è riempirla – a pagamento – di bei lustrini colorati.
Se riuscissimo ad essere più consapevoli faremmo a meno di questi inutili “servizi”, mentre apprezzeremmo ancor più l’incremento di relazioni umane rese possibile anche dalla tecnologia. Potremmo valorizzare la nostra capacità di pensare, di scambiarci opinioni ed affetti, in un contesto meno di marketing e più umano.
Ma questo non è compito che si possa affidare alle leggi del libero mercato (tanto meno a quelle della pianificazioni). È un atto di libertà, di consapevolezza, possibile nella formazione reciproca e nel lento sviluppo delle facoltà più propriamente umane.

Anselmo Grotti
Sito Web:

Paesaggi mentali condivisi

www.unisi.it/grotti
Università di Siena, Facoltà di Filosofia

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