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Razzismo. Il solito lezzo

di Marco Iasevoli

La vicenda che ha coinvolto Abdul, 19enne di colore ucciso a Milano, non è ancora stata ricostruita con la necessaria precisione. C’è un movente razziale che ha alimentato i due aggressori, padre e figlio, contro il ragazzo? Lo accerterà la giustizia. Intanto quanto accaduto ha riaperto in Italia il dibattito sul razzismo: bubbone silenzioso, spesso coperto dall’ipocrisia del politically correct, e che pure in determinati archi temporali esplode con una foga preoccupante.

Il razzismo made in Italy è stato spesso paragonato ad un sentimento represso: basta che qualcuno o qualcosa ne autorizzi l’espressione esplicita ed ecco il gran salto dall’insofferenza, anche estrema, alla violenza. Salto che può essere certamente accelerato se vecchie e nuove matrici culturali lo avallano, o se, addirittura, a fornire anche implicitamente l’humus possono essere istituzioni ad ampissima responsabilità sociale come i partiti. Proprio su questo secondo punto occorre una battaglia, che abbia come riferimento la Costituzione e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, perché tutti i partiti, senza esclusioni, siano intransigenti con la loro base e i loro elettori sui principi di uguaglianza, tolleranza, solidarietà. Come si può fare politica in una moderna democrazia uscendo da questi pilastri della civiltà?

È evidente che negli ultimi anni molti “indigeni”, non solo gli inguaribili estremisti dell’intolleranza, si sono sentiti invasi, deturpati dei propri spazi. Particolari minoranze, pensiamo ai rom, addirittura non hanno ancora goduto del privilegio della responsabilità personale: tutti ladri, tutti parassiti. Ampie generalizzazioni fanno parte dell’ordinarietà di ciascuno di noi, non nascondiamolo. Così come piccole e grandi paure del diverso si affacciano in autobus, in strada, anche nei pensieri delle persone più aperte e mature. La grande questione politica della sicurezza, in qualche modo, si fonda su questa diffusa diffidenza, alla quale i fatti di cronaca forniscono una pezza d’appoggio innegabile e non trascurabile.

Per questi motivi il tema del razzismo, in tutte le sue implicazioni politiche, sociali, culturali, merita di essere approfondito oltre le emotività del momento. Quale società immaginiamo alla luce della sempre più massiccia presenza di persone di diversa provenienza, fede e cultura? C’è qualcuno che si è posto seriamente e non opportunisticamente (fuori da ondate elettorali) questa domanda? Qualcuno ha accennato risposte equilibrate? Chissà che, in presenza di un colossale vuoto d’idee, non tocchi proprio a noi lanciare un segnale.

C’è poi un aspetto centrale della vicenda Abdul che deve scuoterci. Il ragazzo era italiano, e i genitori, originari del Burkina Faso, sono qui da 20 anni. Insomma la morte di Abdul ci chiede se possono esistere, se è “accettabile” che ci siano, al di là di quanto accerti la carta d’identità, neri italiani, “gialli” italiani, rom italiani, esteuropei italiani. Ci chiede se e quanto funzionino i modelli d’integrazione nel nostro Paese, alla luce anche dell’esperienza di altri Paesi europei, che spesso hanno avuto le maggiori difficoltà proprio con le seconde e terze generazioni di immigrati. Girando su forum on line frequentatissimi da giovani si trovano frasi del genere “dedicate” a Mario Balotelli, giovane e italianissimo attaccante di colore dell’Inter: “Non ci sono negri italiani”. Non è lecito vivere, dunque, nella pia illusione che il Belpaese sia come “geneticamente a-razzista”.

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  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

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