Don Puglisi e le responsabilità condivise
di Antonello Ferrara
C’è un corpo colpito da alcuni colpi di pistola che è divenuto freddo come una pietra. Una pietra che è caduta distesa quindici anni fa, 15 settembre 1993, in piazza Anita Garibaldi nel quartiere Brancaccio di Palermo e ci lascia una eredità. Quel corpo, quella pietra si chiamava Pino Puglisi, ed era un bravo sacerdote.
Ci ha lasciato un’eredità preziosa ed enorme: un modello educativo, una vera base di lavoro che possiamo utilizzare per contrastare l’attuale “emergenza educativa”. Gli strumenti di quel modello educativo erano molto semplici: dialogare con amore e in modo significativo, delegare la responsabilità all’interno della struttura parrocchiale a dei laici, collaborazione forte tra sacerdoti e religiosi, fiducia del parroco nel lasciare spazi, luoghi interni alla parrocchia.
Al di là del buonismo di facciata e da fiction, della capacità di accoglienza di un uomo speciale, della sua “arroganza” di professore che “rompe le scatole” agli studenti con domande e temi scomodi, il metodo che don Pino utilizzava era, infatti, quello di lasciare spazio alla condivisione delle idee e delle esperienze fino all’utilizzo dei luoghi della parrocchia per creare partecipazione.
Una partecipazione che non divideva il figlio del mafioso dal bravo ragazzo, ma che li metteva insieme, perché Don Pino Puglisi era convinto che la pianta cattiva non avrebbe vinto sulla buona, ma che sarebbe migliorata, cambiata in meglio.
Ed così che è stato, con un’idea semplice e grandiosa. La lotta alla mafia fatta da Don Pino Puglisi non era una ribellione morale, non era una guerra, non era un controllo del territorio militarizzato. Era semplicemente applicare il Vangelo con tutti, con i figli delle brave persone e con i figli dei mafiosi. Il risultato è stato quello che i figli dei mafiosi hanno cominciato a dire NO ai padri.
Dei NO sostanziosi, enormi come il dire NO allo spaccio di droga, NO ad andare ad estorcere il pizzo, No ad andare in giro armati, NO ad avere impegni da adulto mafioso. Tutto questo è accaduto non per una semplice ribellione generazionale, ma perché i figli dei mafiosi volevano recuperare la loro età, per tornare ad esser bambini con gli altri bambini, per avere la possibilità di costruire un futuro diverso da quello dei loro padri.
Ovviamente i genitori mafiosi non lo potevano accettare. Non era comprensibile che un sacerdote spezzasse come d’incanto il modello educativo mafioso che era presente da centinaia di anni, quel modello che insegnava i soprusi, ad essere uomini duri e d’onore, che la vita non vale nulla se qualcuno ti dice di No. Don Pino Puglisi aveva intercettato il loro modello educativo, applicando le responsabilità condivise e parlando al cuore di tutti. Intercettando l’educazione mafiosa a Brancaccio quartiere di Palermo, dove l’emergenza educativa non nasce oggi, è nata con la creazione del quartiere più di 300 anni fa.
E i mafiosi, hanno pensato che non poteva andare avanti così, dopo i loro figli si potevano ribellare le mogli, le figlie, forse anche i commercianti del quartiere. Per loro Don Pino Puglisi aveva solo un futuro, urgente, immediato: essere ucciso, divenire freddo come una pietra.
Ancora una volta una pietra che è diventata importante. Una pietra scartata dai mafiosi, di nome Don Pino Puglisi, uccisa e lasciata riversa sul marciapiede davanti a un Chiesa. Quella pietra, se vediamo bene, se siamo aperti di cuore, è una porzione della testata d’angolo del grande edificio che come Chiesa siamo chiamati a costruire per riprenderci in mano il concetto di buona educazione in contrapposizione alla “emergenza educativa”. Un concetto, anche se ora la mafia non uccide più, sempre più presente ed urgente.
Don Pino Puglisi, “martire per l’educazione al Cristo”, a nome dell’Azione Cattolica Italiana, GRAZIE DI CUORE.
(Antonello Ferrara è incaricato regionale MLAC Sicilia)