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Cronaca di una morte annunciata

di Costantino Coros

Una lenta agonia. Questo sembra essere il destino dell’Alitalia a meno che non ci siano colpi di scena dell’ultimo momento. La speranza è che si arrivi a una soluzione che salvaguardi il maggior numero di lavoratori e che crei una compagnia aerea seria ed economicamente salda, capace di aiutare l’Italia a crescere e progredire.

Al momento, la compagnia di bandiera si trova in mezzo a un pantano, dal quale sarà molto difficile uscire; eppure una soluzione va trovata, perché se l’Alitalia si dovesse fermare ne risentirebbe in maniera decisiva il sistema paese. Purtroppo fino ad ora è prevalsa la logica dell’irresponsabilità, a cominciare dal tentativo fallito, per ragioni elettorali, dell’accordo con l’Air France. In queste ore drammatiche, gli umori del personale, che si registrano nei corridoi e negli hangar, sono contrastanti: da una parte ci sono quelli che si schierano seguendo indicazioni di carattere politico-sindacale e dall’altra c’è chi mette la testa sotto la sabbia per non vedere il disastro che è sotto gli occhi di tutti.

La prospettiva del fallimento fa molta paura. Una cosa però è certa, sulle ali ormai stanche dell’Alitalia, pesa il fardello di una lotta fratricida tra fazioni sindacali. In questa partita, giocata sulle teste dei dipendenti, i sindacati rischiano la loro credibilità in termini di capacità negoziale e contrattuale; in una parola c’è in ballo il futuro dell’istituzione sindacato. Purtroppo, ciò a cui stiamo assistendo è la conclusione di una commedia che va in scena già da tanti anni, quella che ha visto come protagoniste le interferenze della politica e del sindacato sul futuro della compagnia. Queste ingerenze hanno di fatto impedito che si pensasse e realizzasse un piano industriale serio, capace di rendere il vettore nazionale competitivo sui mercati internazionali. Al contrario di ciò che è accaduto con la British Airways, l’Air France e la Lufthansa.

Appare evidente che, in tutti questi anni, Alitalia non è stata considerata come un pezzo importante del “bene comune” nazionale, ma come strumento di un establishment politico-sindacale intento più a salvaguardare il proprio potere che a servire il paese. Non bisogna dimenticare, inoltre, che negli ultimi 50 anni la compagnia di bandiera ha contribuito alla produzione della cultura aeronautica in Italia e in Europa. Infatti, esisteva, nell’area dell’aeroporto Leonardo Da Vinci, a Roma-Fiumicino, una scuola d’eccellenza per la formazione professionale degli operai specializzati; mentre ad Alghero, in Sardegna, era operativa una scuola di volo di prim’ordine, dalla quale sono usciti i migliori piloti della compagnia. Di tutto questo know-how se né è persa la memoria. La conseguenza di una serie di decisioni scellerate è stata quella di causare un danno irreparabile in termini di sviluppo delle competenze impiegate nel settore aeronautico e non solo; perché le conoscenze acquisite, opportunamente e intelligentemente trasferite, si sarebbero potute applicare anche in altri campi dell’industria.

Tutta questa vicenda ricorda la famosa storia della formica e della cicala, figlia della saggezza e del buon senso popolare, qualità che fino ad ora sono mancate alle parti in causa: sindacati, politica e governo. Chi ha gestito l’Alitalia negli ultimi vent’anni si è comportato più da cicala che da formica. Purtroppo, a pagarne le conseguenze saranno i padri e le madri di famiglia. Infatti, anche questa volta la sensazione è che a pagare non saranno i responsabili che hanno guidato la compagnia senza risponderne a nessuno, o meglio rispondendo soltanto ai referenti di una politica che ancora oggi non esita a strumentalizzare situazioni e percorsi industriali che dovrebbero confrontarsi solo con il mercato e pensare al bene di chi lavora.

Non si può chiedere sempre ad altri quei comportamenti etici che rendono competitive le aziende, efficaci le politiche, virtuosi i paesi che le promuovono. Anche in questo caso efficienza e giustizia rappresentano due facce della stessa medaglia, in un’Italia che ha smarrito entrambe.

La doverosa analisi critica di quanto è accaduto in questi anni, spinge tutti, e noi come lavoratori di Azione Cattolica, a impegnarci affinché gli attori sociali che hanno animato questa vicenda inneschino al loro interno un processo di vero rinnovamento, ad iniziare dalle relazioni industriali e sindacali; coscienti che la semplice difesa degli interessi acquisiti lascia scoperto l’orizzonte di quel “bene comune” che sempre più coincide con l’efficienza del sistema produttivo.

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  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

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