«Chi di voi è senza peccato?…»
di Maria Teresa Vaccari
Nel manifesto della recente Conferenza europea “Liberiamo le donne dalla tratta”, promossa dall’Umofc, colpisce il volto di una giovane donna che, dal buio di una stanza, appena intravista, tenta di aprire una porta. Il buio, purtroppo, detta le regole di uno sfruttamento che consegna tante donne, talvolta poco più che bambine, nelle mani di commercianti del sesso, di sfruttatori senza scrupoli, il cui obiettivo è solo l’uso e l’abuso del corpo, offrendolo al mercato del piacere a pagamento, a “clienti” che, magari per pochi minuti, hanno bisogno di un oggetto per compensare i propri fallimenti umani ed affettivi.
Della realtà del traffico di esseri umani siamo abituati a vedere lungo le nostre strade “il prodotto finale”, cioè giovani donne provenienti soprattutto dall’Est d’Europa, dall’Africa o dall’America del Sud, ma non conosciamo la storia di queste donne, la loro sofferenza, la tragedia di una emigrazione iniziata con tante aspettative e finita in un incubo spesso senza ritorno. Tanti sogni di una vita migliore per uscire dalla povertà, per aiutare la propria famiglia o più semplicemente per poter pensare al futuro con un progetto di vita serena si sono infranti nella tragedia di una vera e propria riduzione in schiavitù. Quando un sogno, infatti, nasce dallo stomaco, dall’umiliazione, dal bisogno non pensi a chi lo può demolire, prima ancora che tu provi a realizzarlo; quando sognare è l’unica possibilità, non pensi ai rischi e sei disposto a tutto pur di cambiare vita.
Chi poteva pensare che nel Terzo Millennio si tornasse a parlare di schiavitù? E la tratta è una vera e propria forma di schiavitù moderna, che ha certamente dei punti in comune con l’immigrazione clandestina, ma che, nello stesso tempo, se ne differenzia profondamente per la crudeltà dei comportamenti subiti e la palese violazione del diritto alla libertà, anche quando questo non viene ammesso sotto il peso di tante minacce e di tante paure.
Durante la Conferenza, tutte le Organizzazioni presenti con i loro Rapporti dettagliati e concreti hanno maturato la coscienza comune che, di fronte a questo fenomeno, non si può restare indifferenti o manifestare duri giudizi che si preoccupano solo della sicurezza personale o comunitaria, senza pensare alla dignità violata delle persone vittime di tratta, per non parlare dell’ipocrisia di tante proclamazioni di valori da parte di individui o istituzioni che ritengono così di coprire proprie precise responsabilità.
I partecipanti, anche a nome delle realtà ecclesiali e civili che rappresentano in 18 diversi Paesi d’Europa, hanno manifestato un sussulto di coscienza morale, guardando con coraggio in faccia alle diverse situazioni, sviscerando le cause remote e prossime del fenomeno, facendosi provocare dalle sfide che esigono risposte pronte e responsabili, nel segno del rispetto e spesso del difficile riscatto della dignità personale in contesti di accoglienza e di solidarietà.
L’impressionante portata dei numeri che riguardano questo fenomeno fa pensare come, senza misconoscere alcuni aspetti positivi e irrinunciabili della globalizzazione, in effetti essa ha comportato anche la marginalizzazione di tanti popoli e di tanti paesi poveri, con la conseguenza che la globalizzazione delle povertà ha comportato anche una globalizzazione della tratta.
Il traffico degli esseri umani, infatti, è una tragedia mondiale; le vie della tratta attraversano tutti i continenti, coinvolgendo Paesi di origine, Paesi di transito e Paesi di destinazione, senza parlare delle drammatiche migrazioni all’interno di una stessa Nazione. Per portare solo un esempio, secondo un recente sondaggio ONU, nel mondo si spostano ogni anno dai 2 ai 4 milioni di persone coinvolte nel traffico di esseri umani; ci sono poi dai 6 ai 10 milioni di vittime donne e i “clienti” sono 100 milioni circa.
Esistono, dunque, più schiavi oggi che nei 400 anni di schiavitù dei secoli passati!
Qualcuno può pensare che è meglio mangiare in schiavitù piuttosto che morire in libertà, ma questo non vale certo per noi cristiani, per le nostre associazioni, per le nostre comunità ecclesiali e naturalmente per le istituzioni preposte al bene comune e per ogni persona di buona volontà.
Con il contributo di tanti interventi qualificati e soprattutto di tante testimonianze, si è potuto comprendere in profondità come la tratta non sia una faccenda di poche realtà marginali, sia pure vistose, e organizzate in modo artigianale; ci troviamo in effetti di fronte ad una vera e propria impresa del crimine, che trova un buon terreno di coltura nella mentalità dell’autogratificazione, dei soldi facili, del profitto immediato, in altre parole del “tutto e subito” e coinvolge anche ceti cosiddetti elevati della società, per non parlare della crisi delle relazioni interpersonali nella coppia, nella famiglia, negli ambienti educativi, nel lavoro e nel più vasto intrecciarsi dei rapporti e dei conflitti sociali. Purtroppo da questa crisi di relazioni interpersonali sane e responsabili, talvolta sono attraversati anche ambienti religiosi ed ecclesiali, dove va riscoperto il gusto dell’incontro, dell’ascolto, del confronto, del dialogo, del progettare insieme perdendo magari del tempo e non riducendo quindi la comunicazione alla vastità spesso futile e banale di tante tecnologie contemporanee.
L’emergenza educativa è in realtà trasversale e forse transnazionale. Con questa sollecitazione, numerose sono state le proposte concrete: bisogna rieducare gli uomini, le coppie, rendere più efficaci i percorsi educativi della famiglia, della scuola, delle parrocchie, dell’associazionismo, del mondo dello sport, della stessa politica, per non parlare degli operatori dei mezzi di comunicazione, e tutti insieme educare alla giusta affettività, alla corporeità, al rispetto della donna e di se stessi, all’amore che genera comunione profonda, alla conoscenza dell’altro, al dominio delle proprie passioni, al piacere della reciprocità, alla cura delle diversità, allo stile della sobrietà, alla passione per la giustizia e la pari dignità, all’interesse per i valori che non subiscono l’usura del tempo, alla gioia della vita e dell’amore che genera e non distrugge l’umanità. Interessante a questo proposito un manifesto presentato dagli uomini, che hanno sottolineato con forza la necessità di superare un certo stereotipo maschilista, proponendo una sessualità sperimentatala su un piano di uguaglianza e corresponsabilità, libera da gerarchie, dominio e banale ricerca del piacere. In questo senso, non ci può essere tolleranza per i “clienti”, che continuano ad alimentare la domanda in puro stile di mercato; anche per loro sono stati, tuttavia, proposti dei percorsi di recupero, che ancora non ottengono molta fortuna. Gli uomini presenti non sono stati meno duri nei confronti dei “trafficanti” e dei “protettori” che in molte situazioni, specie con le africane, sono “protettici” e, senza vergogna, si fanno chiamare “maman”. Di qui anche la necessità di una rinnovata e creativa cultura della persona umana, soggetto di diritti e di doveri, magari elaborata insieme da uomini e donne. In modo provocatorio, ma efficace, uno di loro ha proposto di cambiare lo slogan della Conferenza “Liberiamo le donne dalla tratta” in “Liberiamoci dalla tratta, dai suoi ‘benefici’ per molti e sarà un bene per tutti!”
Una suora che da anni lavora con le “trafficate”, ha ribadito con forza l’importanza e la difficoltà del recupero ed ha così affermato, donando una forte emozione alla platea: «Se in Europa crollasse una grande cattedrale, forse potrebbe essere ricostruita; recuperare, riscattare e ricostruire la dignità di una persona violata è un’impresa più ardua e talvolta impossibile, se non con l’aiuto di Chi solo può rigenerare e rinnovare la vita».
Questa impresa, tuttavia, ha delle probabilità di riuscita con l’aiuto di persone formate, di comunità cristiane e di Istituzioni pubbliche a tutti i livelli.
Durante la Conferenza, si è così elaborato un documento che contiene anche un appello per il Parlamento europeo; si ritiene, infatti, che la legislazione comunitaria sia fondamentale per uniformare le legislazioni dei vari Paesi, più o meno avanzate, più o meno conosciute e applicate. Tre sono le idee guida che dovrebbero ispirare il legislatore: il riconoscimento della vittima della tratta, la protezione e la legalità per dare piena attuazione a quella ben nota Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che trova in Europa la sua culla.
C’è un suggestivo gioco di parole che è stato coniato da giovani di vari Paesi europei in occasioni di tipo religioso: parlano di EUR-HOPE, un’Europa, dunque, da costruire nella speranza e non solo nel realismo dell’economia e della politica. In questo progetto di speranza i cristiani possono avere un ruolo fondamentale, a partire dalla formazione di una fede adulta sui testi biblici e magisteriali.
In Giobbe, si può riscoprire l’esperienza infranta dell’amore e il tentativo di recuperarla dal passato, ad opera di Dio. Pensando al sacrificio di Isacco, torna alla mente il terribile e silenzioso cammino di tre giorni affrontato da Abramo verso il monte della prova, che diventa il paradigma di ogni cammino di fede, segnato dalla luce e dalla tenebra, in cui il credente deve giungere fino alla spoliazione totale di tutti gli appoggi umani, compresi gli affetti e le relazioni fondamentali. È il paradosso della fede posta di fronte al mistero di Dio e del male. Ma l’approdo di una ricerca lacerata è in quella professione di fede dello stesso Giobbe, che ci piacerebbe fosse anche di tante donne oggi: «Io ti ho conosciuto per sentito dire: ora i miei occhi ti vedono» (Gb 42,5). È una professione di fede che apre alla libertà, perché si è stati liberati.
Secondo Benedetto XVI, «La libertà umana è sempre una libertà plurale, un insieme di libertà. Soltanto in un’ordinata armonia delle libertà, che dischiude a ciascuno il proprio ambito, può reggersi una libertà comune» (Omelia di Pentecoste, 15.05.2005).
Certo, dalle periferie delle strade e della storia non è facile raggiungere la centralità del valore unico della persona umana e del suo irrinunciabile, anche se spesso sommerso, desiderio dell’Amore e della Presenza di Dio, ma questo può essere oggi uno dei contributi innovativi e inediti che le Organizzazioni Femminili Cattoliche, in sinergia con tante altre realtà, possono offrire per difendere verità e libertà, per formare dei testimoni che non soccombano di fronte alla schiacciante dialettica tra potere e profezia.
Come sempre, abbiamo bisogno di una rivoluzione che nasca dai gesti semplici della nostra vita umana e cristiana, dai gesti che ci insegna il Vangelo: Gesù, difendendo l’adultera dalla folla inferocita che voleva lapidarla, ovviamente dopo averla usata, non ha giudicato quella donna, ma l’ha amata e l’ha salvata, pronunciando la nota espressione: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” (Gv 8,7). L’attualità di questo messaggio di liberazione e di giustizia, che nella conclusione dell’episodio narrato da Giovanni apre a prospettive di novità e di speranza, è monito e incoraggiamento per tutte le donne che operano con impegno nelle Associazioni cattoliche a servizio della Chiesa nel mondo.
17 Ottobre 2008 alle 16:27
[...] «Chi di voi è senza peccato?…» (FdG 8 settembre 2008) [...]