Adolescenze off limits
di Giorgio Bezze
Di fronte agli ultimi cruenti e sanguinosi fatti di cronaca, in cui sono stati sia protagonisti che vittime gli adolescenti, è facile che nell’immaginario collettivo del mondo adulto si insinui l’idea che gli adolescenti che commettono un reato grave, appartengano a un mondo a parte, fatto di volta in volta di follia, violenza ambientale e familiare, disattenzione dei genitori.
Gli episodi che riguardano il lato oscuro dei ragazzi ritornano periodicamente con clamore sui media, che offrono facili spiegazioni moralistiche o sociologiche che spesso non bastano a spiegare i veri perché di questi episodi. Giorni fa, invece, parlando con un docente universitario, che da anni ha scelto di lavorare nei servizi che sono in “prima linea” nell’affrontare il grave disagio adolescenziale, mi raccontava come in ogni adolescente ci siano precisi percorsi che hanno scandito le fasi che precedono e accompagnano il verificarsi di atti di violenza verso se stessi o verso gli altri.
Ascoltare, analizzare, cercare di capire senza giudicare, entrare nell’intimo della bufera che, spesso sopita, senza segnali, si agita sotto la superficie di vite uguali a quelle di tanti altri ragazzi è cosa fondamentale non solo per uno studioso, ma per tutti coloro che si pongono in una relazione educativa verso le nuove generazioni. È solo con questo atteggiamento di profonda empatia che i ragazzi che uccidono cessano di essere mostri inconoscibili, materializzazioni del male, e il difficile travaglio per trasformarli in adulti responsabili delle proprie azioni comincia a sembrare possibile e più vicino. Una strada oltre che necessaria sempre possibile, per capire e affrontare il disagio quando questo fa la sua comparsa in ogni famiglia.
30 settembre 2008 alle 13:57
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