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Paolo, santo della globalizzazione

Siamo nel bimillenario della nascita dell’apostolo Paolo.
È l’occasione per delle riflessioni non di maniera, non semplicemente “devote”. Chi abbiamo in mente parlando di lui? Paolo astioso “secondo fondatore” del cristianesimo, anzi “traditore” del messaggio del Gesù mite?
Oppure antesignano della inculturazione del cristianesimo nelle varie culture, lui che appartiene a tre e non è succube di nessuna? Da rileggere in tempo di globalizzazione e di localismo esasperato, oltre che di strumentalizzazione politica. Paolo che può dire “sono cittadino romano”, che rivendica con orgoglio le sue radici giudaiche, che ha il coraggio e la libertà di abbandonare la circoncisione, che cita scrittori greci.

Ha detto Benedetto XV: la Chiesa “non si identifica mai con una nazione, con una sola cultura o con un solo Stato”; “riunisce l’umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni del mondo, rende presente la pace di Dio e la forza riconciliatrice del suo amore” (apertura dell’anno paolino assieme a Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli.

Viviamo tempi chiamati della globalizzazione. Si muovono attraverso il pianeta enormi flussi finanziari, volumi grandissimi di merci, quantità infinite di informazioni, nonché spostamenti migratori quali mai nella storia abbiamo conosciuto. Tutto questo provoca opportunità e pericoli, speranze e tensioni. Una pessima (e solo apparente) soluzione ai legittimi timori è la rivendicazione di una identità escludente, spesso portata a strumentalizzare la religione per farne uno dei puntelli del modo di vivere: l’occidente è cristiano, mentre “gli altri” (gli immigrati, i terroristi, i nemici…) sono musulmani… Dal 2001 questa tendenza si è rafforzata dappertutto. Anche nel nostro Paese, dove possiamo contemplare fervidi difensori della fede “cristiana” convinti che essa sia identificabile con i riti di qualche valle locale.

Ha scritto recentemente Rémi Brague (docente di filosofia a Parigi e Monaco, autore del libro Il futuro dell’Occidente. Nel modello romano la salvezza dell’Europa, 1998):

[chi è Gesù per noi?] “…il dolce sognatore di Renan o il non violento di Tolstoj – o un rivoluzionario, oppure un filosofo profondo – ma anche un semplice, quasi un idiota; o ancora un ariano dagli occhi azzurri, isolato in mezzo a semiti dal naso adunco – ma anche un predicatore popolare che non avrebbe portato nulla di nuovo nell’ebraismo dell’epoca e sarebbe stato tradito da san Paolo. Queste immagini hanno tutte un punto in comune: assomigliano tutte a chi le propone, tanto da confondersi con esso. Non tanto con la sua realtà, spesso un po’ penosa, quanto con ciò che sognava di essere” (“Voi chi dite che io sia? Sondaggio su Gesù”, in “Vita e Pensiero”3/2008).

Dobbiamo ricordarlo bene: ogni utilizzo umano della fede ne fa una superstizione, e non è lecito a nessuno trasformare Gesù e il cristianesimo in uno strumento di parte. Significa farne un idolo:

Sventurato colui che si fa da sé un’idea di Cristo. Perché? Perché persino di Cristo si può fare un idolo. Quasi tutto può diventare un idolo: un oggetto di legno o di metallo, certo; ma anche una forza naturale come la sessualità, un simbolo sociale come il denario, un’idea come il progresso. Basta che qualcosa mi rimandi l’immagine del mio desiderio. L’idolo riceve la sua natura di idolo dallo sguardo idolatrino, e tale sguardo può dirigersi su qualunque cosa e chiunque, compreso Gesù” (Ivi).

Lo ha ricordato, da un punto di vista storico, anche Franco Cardini nella serie di trasmissioni “Il Turco a Vienna” (a proposito, vale la pena di ricordare il benemerito impegno della Rai nel podcasting, ci torneremo: www.radio.rai.it) . C’è un ritorno di interesse verso gli episodi storici che hanno visto contrapposti cristiani e musulmani, identificati sic et simpliciter con Occidente e Oriente. Cardini fa notare come la cristianità che a Vienna combatte contro il Turco sia fatta da stati europei cristiani che hanno fatto infinite guerre tra loro, e che anche i “Turchi” sono attraversati da mille differenze.
La storia è complessa, e non si presta alle semplificazioni, alle strumentalizzazioni e ai pasticci affrettati.

Ma c’è anche un motivo religioso che si oppone a queste strumentalizzazioni.

Un cristiano vissuto in Palestina nel IV secolo scriveva:

« Immaginate che il mondo sia un cerchio, che al centro sia Dio, e che i raggi siano le differenti maniere di vivere degli uomini. Quando coloro che, desiderando avvicinarsi a Dio, camminano verso il centro del cerchio, essi si avvicinano anche gli uni agli altri oltre che verso Dio. Più si avvicinano a Dio, più si avvicinano gli uni agli altri. E più si avvicinano gli uni agli altri, più si avvicinano a Dio. » (Doroteo di Gaza, Istruzioni VI)

« Il rapporto della chiesa con le altre religioni è dettato da un duplice rispetto: Rispetto per l’uomo nella sua ricerca di risposte alle domande più profonde della vita e rispetto per l’azione dello Spirito nell’uomo. (…) Ogni autentica preghiera è suscitata dallo Spirito santo, il quale è misteriosamente presente nel cuore di ogni uomo » (Giovanni Paolo II, Redemptoris missio.)

Come cristiani, non possiamo dimenticare che al cuore della nostra fede c’è Gesù Cristo, che ci lega in modo del tutto unico a Dio. (Vedi 1 Timoteo 2, 5.) Ma, lungi da impedirci un vero dialogo, questo assoluto ci impegna, perché se Gesù è unico, lo è per la sua umiltà.

Anselmo Grotti

Sito Web: Paesaggi mentali condivisi

www.unisi.it/grotti
Università di Siena, Facoltà di Filosofia

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  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

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