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Nell’anno paolino a trent’anni dalla morte di Paolo VI

di Giuseppe Masiero

Il 2008 è ricco di anniversari, ma l’evento più significativo da ricordare ancora con profonda commozione e gratitudine è il congedo terreno di Paolo VI, avvenuto trent’anni fa, sull’imbrunire nella solennità della Trasfigurazione.

Il 1978 è l’anno dei tre papi, ma tutto cominciò il 6 agosto con la morte di papa Montini, la sorprendente elezione di Giovanni Paolo I per il breve tempo di un sorriso e l’arrivo travolgente di Giovanni Paolo II. Mettere in fila questi tre nomi che hanno segnato un’epoca a partire dalle vicende di quelle settimane, diventa fonte di viva emozione, coinvolgendo memoria, cuore e fede.

Paolo VI conclude la sua intensa e paradigmatica esistenza con i tratti inconfondibili con cui l’ha vissuta, recando con sé l’interrogativo manifestato con toni accorati nella preghiera per l’amico Aldo Moro ucciso dalle brigate rosse: “Signore perché non ci hai ascoltato”? Di papa Montini tra i pareri ed i ricordi più vari, va apprezzato il difficile servizio di regia coraggiosa e discreta del Concilio Vaticano II, poi di autorevolissimo interprete e guida nel tormentato e promettente post-concilio, ispirandosi alla sua magistrale enciclica sul dialogo e la corresponsabilità: “Ecclesiam suam”.

Sognava per la comunità cristiana una più approfondita e gioiosa consapevolezza di sé e della sua missione, con un coraggioso aggiornamento delle forme di testimonianza nei diversi ambiti della vita pastorale, istituzionale e sociale.

Due perle rare impreziosiscono il suo alto magistero e rivelano un’umanità squisita e sensibile da avvicinarlo al linguaggio dei Padri della Chiesa, sono le due Esortazioni apostoliche: Evangelii nuntiandi e Gaudete in Domino, rispettivamente sull’annuncio del Vangelo oggi e sulla gioia del credere.

La grandezza di Paolo VI appare nel suo saper partecipare alle vicende dell’uomo contemporaneo con la limpidità della sua testimonianza di fede e le eccezionali doti della sua mente e del suo cuore, affinate nell’habitat umano e spirituale della sua famiglia, delle diocesi bresciane e nell’assidua partecipazione alla vita laicale, specialmente associativa, a partire dalla FUCI. L’esigente tirocinio a servizio della Santa Sede ed il laboratorio pastorale dell’arcidiocesi ambrosiana, basti ricordare la coraggiosa missione cittadina di Milano con la presenza tra gli altri di Don Mazzolari e P. Turoldo; hanno preparato, specialmente sotto lo sguardo amorevole e profetico di Giovanni XXIII, il suo pontificato paolino.

L’AC lo sente particolarmente vicino, senza averne l’esclusiva, come padre e maestro non solo negli anni che l’hanno visto assistente nazionale della FUCI, ma anche nel periodo sofferto e fecondo del nuovo statuto, con la scelta religiosa. Risuona ancora il suo invito: “Venite vicino, andate lontano”.

Rimarrà anche nel vivere civile , culturale e sociale la sua impronta riassumibile nell’espressione: “Civiltà dell’amore”, fondata sullo sviluppo integrale della persona e dei popoli, con il nome nuovo della pace. È stato l’inventore della giornata mondiale della pace il primo giorno dell’anno ed il primo papa a compiere viaggi a partire dal pellegrinaggio in Terra Santa e alla visita alle Nazioni Unite.

Suo il geniale tentativo interiore, ma anche umano e pastorale, di aprire una breccia segreta nella cultura moderna, alla soglia di quella post-moderno, per avviare nuove vie di evangelizzazione.

Il suo pensiero alla morte ce lo ridona ancora presente nella comunione dei santi, nel cammino odierno della Chiesa: “Fare presto, fare tutto, fare bene, fare lietamente; ciò che tu ora vuoi da me, anche se supera le mie forze e mi chiede la vita”.

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  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

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