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Archivio di agosto 2008

L’altra estate

venerdì 29 agosto 2008

di Luca Sardella

Il tempo dell’estate che stiamo vivendo per molti non può essere considerato sinonimo di viaggi e vacanze. Vacanze che nel nostro occidente industrializzato si sono imposte spesso come un obbligo morale, segnando una profonda frattura rispetto al passato dove questa realtà tra le popolazioni delle società agricole era praticamente sconosciuta.

I dati diffusi dall’Istat a livello nazionale sottolineano come molte famiglie italiane facciano fatica ad arrivare alla fine del mese e come i rincari del costo della vita non consentano di far fronte a spese impreviste o a mettere da parte risparmi. Situazioni di vita molto concrete, a tratti nascoste, ma che secondo il rapporto dell’Istituto sono in crescita anche al Nord, dove generalmente i redditi sono mediamente più alti che in altre zone del Paese. Un quadro di questo tipo lascia facilmente intendere come molte famiglie siano state costrette a fare a meno di quella che generalmente viene considerata “vacanza”.

Ma andare oltre i numeri di un’indagine di questo tipo significa dare un volto concreto a queste cifre: significa scoprire nella trama delle nostre relazioni quotidiane nomi e storie che rischiano di restare anonimi nella sterilità di un’indagine.

Dare un volto ai numeri di una statistica come questa ci porterà inevitabilmente a riflettere sul significato autentico della parola “solidarietà” e sullo stile di quella che viene – forse troppo facilmente – chiamata “solidarietà”. Da un lato c´è la forte tentazione di intenderla esclusivamente come un dovere di soccorrere chi ha meno oppure, in maniera restrittiva, come elemosina da elargire, magari con un cuore distratto e per nulla coinvolto nella storia di chi si ha di fronte.

Per molti, però, il tempo dell’estate si sta trasformando in una preziosa occasione per recuperare il senso della solidarietà autentica come lo spazio in cui riscoprire la propria umanità. Solidarietà come vincolo che abbraccia tutti gli uomini e che parte dal cuore. Solidarietà come virtù, che ispira i propri pensieri e il proprio agire, da non confondersi con un pietismo di basso profilo. Una solidarietà che restituisce dignità all’altro, nello spazio unico e non scontato di una relazione “a tu per tu” che è capace di andare in profondità.

Storie di solidarietà come queste esistono anche se fanno meno notizia. Si pensi al servizio quotidiano e silenzioso di numerosi volontari che si prendono cura dei più poveri, all’ascolto degli emarginati o alla scelta di trascorrere parte della propria estate all’estero in progetti di aiuto e volontariato verso i bisognosi. Penso alle tante altre forme concrete di servizio, al costruire una rete di rapporti con chi ci sta accanto nelle nostre città, al regalare compassione, attenzione e vicinanza con i propri cari. I racconti dei volontari testimoniano come il ritagliarsi nel tempo libero dell’estate uno spazio per una solidarietà che abbia il sapore evangelico di intimità, di cura e di famiglia sia in grado di riempire di senso le proprie vacanze.

Accanto ad uno spazio di giusto riposo dalle fatiche ordinarie, allora, chissà che anche per noi questi giorni di estate non possano diventare un tempo prezioso, nell’ascolto dello Spirito, per accrescere la propria umanizzazione nell’autenticità dei rapporti umani.

In cerca del bene comune

venerdì 29 agosto 2008

di Lucio Turra*

“L’Azione Cattolica vorrebbe aiutare gli italiani ad amare Dio e ad amare gli uomini [...] Essa vorrebbe essere un semplice strumento attraverso il quale i cattolici italiani siano aiutati a vivere integralmente e responsabilmente la vita della Chiesa; ed insieme a vivere con pieno rispettoso impegno cristiano la vita della comunità temporale, della convivenza civile”. (Vittorio Bachelet, Il Servizio è la gioia. Scritti associativi ed ecclesiali (1959-1973), a cura di Mario Casella, Ed.AVE, Roma, 1992, pag. 38)

Con queste parole Vittorio Bachelet ha sintetizzato, nel lontano 1964, in una dichiarazione televisiva, il compito dell’Azione Cattolica. Nello spirito di queste parole che hanno un sapore di grande attualità, l’Azione Cattolica Italiana dichiara, nel documento della XIII Assemblea Nazionale, il proprio impegno a servizio del bene comune.

L’impegno per la promozione del bene comune è innanzitutto una scelta di missionarietà per tutta l’ACI e per tutti i fedeli laici impegnati ad essere testimoni del Vangelo, ad essere “cittadini degni del Vangelo”.

E per essere davvero testimoni del Vangelo, in un mondo in continuo cambiamento, dobbiamo amare il mondo nel quale oggi ci troviamo a vivere; amare le persone che incontriamo, specie quelle più in difficoltà; amare il territorio in quanto luogo primario di una convivenza non solo civile ma conviviale.

Innanzitutto è importante cogliere dal cammino della Chiesa Italiana, dal Convegno di Verona alla Settimana Sociale, che il bene comune è quello di tutti, quello possibile. Lo stile, nel presentare i contenuti su questo ambito vasto della vita delle persone, è quello della concretezza e della quotidianità. Dall’altro la prospettiva è quella di guardare al mondo, spesso nelle sue pieghe drammatiche, problematiche e tristi, con umanità.

Oggi più che mai la priorità è quella di spendersi nella città e nella storia, come dice il documento finale, avendo cura di riferirsi a quel patrimonio unitario di valori irrinunciabili per costruire relazioni vere di rispetto reciproco, di dialogo, di affermazione della profondità di talune scelte frutto di un discernimento evangelico costante. E questo lo si fa sapendo che la scelta di spendersi per la città e la storia è prima di tutto una scelta culturale e di formazione.

Accanto a questo, l’ACI ha la responsabilità di attuare i propri impegni, offrendo un qualificato contributo al discernimento e alla manifestazione del pensiero con i linguaggi dell’oggi. Attraverso questo servizio l’ACI vuol far emergere la popolarità dell’esperienza di tanti fedeli laici credenti associati, sapendo che oggi conta molto la capacità di fare breccia nel pensiero della gente, di fare, insomma, opinione tra le gente.

*Presidente diocesano ACI di Vicenza

cfr. Documento Assembleare n. 10.3

Il sorriso della Chiesa

giovedì 28 agosto 2008
di Fabio Zavattaro

Humilitas, il motto scelto per lo stemma; semplicità, la cifra del suo parlare. Albino Luciani entra in Conclave il 26 agosto 1978 come Patriarca di Venezia, ne esce da Papa. Ma è lui stesso a stupirsi per primo; e lo confessa candidamente nel primo Angelus, domenica 27 agosto: «Ieri mattina io sono andato alla Sistina a votare tranquillamente. Mai avrei immaginato quello che stava per succedere. Appena è cominciato il pericolo per me, i due colleghi che mi erano vicini mi hanno sussurrato parole di coraggio. Uno ha detto: “Coraggio! Se il Signore dà un peso, dà anche l’aiuto per portarlo “. E l’altro collega: “Non abbia paura, in tutto il mondo c’è tanta gente che prega per il Papa nuovo”. Venuto il momento, ho accettato».

È il primo Papa a chiamare i cardinali che lo hanno eletto “colleghi”. Termine non usuale ma che subito fa capire con quanta semplicità, la semplicità e la schiettezza montanara, Luciani ha deciso di proporsi ai fedeli e al mondo. È eletto al secondo scrutinio e sceglie il nome di Giovanni Paolo I: Giovanni come Papa Roncalli che lo aveva consacrato vescovo in San Pietro. Paolo come Montini, il Papa morto il 6 agosto 1978 che lo aveva creato cardinale e a Venezia gli aveva messo la sua stola sulle spalle: un segno, una chiara indicazione, diranno in molti. Dirà Papa Luciani: «Sulle passerelle di piazza San Marco m’ha fatto diventare tutto rosso, davanti a 20 mila persone, perché s’è levata la stola e me l’ha messa sulle spalle: io non sono mai diventato così rosso».

E pensare che non avrebbe voluto accettare quella nomina, almeno secondo quanto afferma il suo segretario, don Diego Lorenzi, che la mattina del 25 agosto, e dunque alla vigilia del Conclave, portandogli i giornali gli avrebbe detto: «Al termine della seconda votazione, ci sarà un bel gruzzolo di voti a suo favore perché secondo me faranno Papa il più santo. Mi rispose: don Diego la santità è difficilmente misurabile, non ci sono strumenti adatti, però se faranno Papa a me, rifiuterò. Perché la costituzione Romano Pontifici eligendo, di Paolo VI, contempla che l’eletto possa rifiutare. Io mi appellerò a quel comma perché se capitasse a me di sentirmi eletto possa ancora uscirne da cardinale».

Non lo farà – «se avessi rifiutato ci sarebbe stato un po’ uno scompiglio, che ci avrebbe obbligato a ripartire tutto da capo» – e guiderà la Chiesa con il sorriso fino al 29 settembre. Trentatre giorni in tutto: il tempo di un sorriso, appunto, come titolerà il giornale francese Le Monde.

Umiltà, semplicità. Per lui non saranno solo parole, ma uno stile di pontificato, tanto che nell’udienza generale del 6 settembre, ricordando la morte del suo predecessore Paolo VI, avvenuta un mese prima, dirà: «Nel Sinodo del ’77 parecchi vescovi hanno detto: i discorsi di Papa Paolo del mercoledì sono una vera catechesi adatta al mondo moderno. Io cercherò di imitarlo, nella speranza di poter anch’io, in qualche maniera, aiutare la gente a diventare più buona. Per essere buoni, però, bisogna essere a posto davanti a Dio, davanti al prossimo e davanti a noi stessi».

Aggiungerà: ci sono i comandamenti «qualche volta tanto difficili da osservare». E come spiega la fedeltà a Dio e ai suoi comandamenti? Con il dialogo tra un venditore di macchine e un acquirente: «La macchina ha buone prestazioni, la tratti bene. Benzina super nel serbatoio, e, per i giunti, olio, di quello fino. L’altro invece: oh no, per sua norma, io neanche l’odore della benzina posso sopportare, e neanche l’olio. Nel serbatoio metterò spumante, che mi piace tanto, e i giunti li ungerò con la marmellata. Faccia come crede, però non venga a lamentarsi se finirà in un fosso con la sua macchina. Il Signore ha fatto qualcosa di simile con noi: ci ha dato questo corpo, animato da un’anima intelligente, una buona volontà. Ha detto: questa macchina vale, ma trattala bene».

Ci stupirà ancora con quel dire: Dio «è papà; più ancora è madre»; ha sempre «gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte». Bella in proposito la citazione di una massima dei fedeli nell’Islam: «C’è una notte nera, una pietra nera e sulla pietra una piccola formica; ma Dio la vede, non la dimentica».

Ci stupirà, ancora, chiamando il chierichetto maltese James per parlare, nell’udienza del 6 settembre, della grande virtù dell’umiltà, ma anche per sottolineare il comandamento di onorare il padre e la madre. O quando, il mercoledì successivo, sceglierà il poeta Trilussa per illustrare la virtù della fede: la poesia della vecchina cieca che accompagna chi si è perso nel bosco. La recita, Papa Luciani, cercando di proporre il testo nella forma dialettale: «Se la strada nun la sai / te ciaccompagno io, che la conosco. / Se ciai la forza de venimmo appresso [...] Risposi: sarà ma trovo strano / che me possa guidà chi nun ce vede / la ceca allora me pijò la mano / e sospirò: cammina. Era la fede». Commenterà Giovanni Paolo I: “Come poesia, graziosa. Come teologia, difettosa». Ma quello che conta è il messaggio, sicuramente più immediato rispetto a Paolo che incontra Dio sulla strada di Damasco. Dirà: «Ecco che cosa è la fede. Arrendersi a Dio, ma trasformando la propria vita».

Il 20 settembre Papa Luciani parlerà della speranza, il mercoledì successivo della carità: è l’ultima udienza, morirà due giorni dopo il 29 settembre. Come non ricordare che le prime due encicliche di Papa Benedetto XVI sono proprio sulla carità e sulla speranza. Due Papi con storie differenti, con un parlare così diverso, si sono trovati in sintonia nel proporre come primo messaggio ai fedeli i temi della fede – aspettiamo l’enciclica di Papa Ratzinger su questa prima «lampada della santificazione», come l’avrebbe chiamata Giovanni XXIII – della speranza e della carità.

Domande di futuro

martedì 26 agosto 2008
di Giovanni Morelli

Pessimisti, schiacciati sul presente e bamboccioni. Ma anche interessati alla politica, aperti al dialogo con le culture diverse, impegnati nella costruzione di una più compiuta democrazia. È questo, in sintesi, l’identikit dei giovani italiani delineato da un’indagine gallup condotta, su un campione rappresentativo di ragazzi tra i 15 e i 30 anni, per conto dell’Agenzia italiana per i giovani in preparazione alla Settimana europea della gioventù (2-9 novembre).

Analizzando con cautela i risultati delle interviste – chissà cosa avrebbero risposto ai quesiti i ragazzi delle periferie delle nostre grandi città – ci sembra che il quadro sia abbastanza vicino alla realtà. Ma desolante.

«Che futuro avrà una società senza giovani?», ci si chiede spesso e da più parti. Quale avvenire consegniamo ai nostri ragazzi eternamente in bilico tra una precarietà che annienta l’entusiasmo e lo slancio e l’energia per fare cose grandi?

Quale futuro può avere il nostro Paese se gli adulti continuano a rivendicare diritti, a difendere privilegi, a conservare posizioni mentre i nostri giovani, con lauree, master e qualifiche varie non riescono neanche a prendere il volo?

Come sarà il nostro futuro se il mettere su famiglia è diventata impresa a dir poco ardua? Quali politiche abitative sono state portate avanti negli ultimi decenni se, dati Istat alla mano, gli affitti, oggi, sono più alti del 14% e i mutui dell’8 rispetto a due anni fa? Quanti figli nasceranno se la preoccupazione di perdere il lavoro, spesso già precario, tarpa le ali all’innato desiderio di maternità e paternità dei giovani?

Quali sono, nel nostro Paese, le politiche giovanili? Davvero le uniche priorità degli italiani sono la giustizia, la sicurezza e il federalismo fiscale? In quale “luogo”, se non nello spazio politico, si immagina, si progetta e si costruisce il futuro delle giovani generazioni?

La Chiesa, con tutto il suo vasto e variegato mondo delle aggregazioni e delle associazioni, nonostante limiti e mancanze, tenta ancora di aggregare, di formare le coscienze, di responsabilizzare i giovani.

L’Azione Cattolica da 140 anni li rende protagonisti del presente, li coinvolge negli incarichi di responsabilità, li “addestra” al confronto e al dialogo, li lancia nelle sfide della Chiesa e del mondo.

C’è da preoccuparsi però se il 60% dei giovani oggetto dell’indagine sono convinti che in futuro diventerà un lusso anche dedicarsi agli altri. Che ne sarà, allora, della cura educativa, della solidarietà, della costruzione del bene comune?

Agli adulti il compito di ri-assumere con rinnovato impegno le proprie responsabilità. Ai giovani, invece, quello di rimboccarsi le maniche e di guardare avanti con fiducia e speranza, proprio come suggeriva il vescovo Tonino Bello: “Coraggio! Alzatevi e levate il capo! Muovetevi! Fate qualcosa! Il mondo cambierà. Anzi, sta già cambiando.”

Il fascino soprannaturale della santità

giovedì 21 agosto 2008
di Marco Ferrando

“Lasciamoci attrarre dal soprannaturale fascino della santità!”. È un’esortazione che fa pensare quella che Papa Benedetto ha rivolto ai fedeli durante l’udienza del mercoledì del 20 agosto. Lascia il segno di per sé, e ancora di più perché risuona nel cuore dell’estate, un periodo in cui si è comunemente portati a lasciarsi cullare da pensieri ben più leggeri.

Ma l’invito del Papa non è casuale: “Il periodo delle ferie costituisce un tempo utile per prendere in mano la biografia e gli scritti di qualche santo o santa in particolare”, esorta il Santo Padre, in una sorta di illuminato consiglio per la lettura. Che in estate merita di essere seguito non solo perché c’è il tempo libero a consentirlo, ma anche per quella particolare predisposizione della mente a farsi provocare, a farsi toccare nel vivo. Ecco allora, ricorda il Papa, che mai come in questi giorni vale la pena di guardare con occhi diversi “la loro esperienza umana”, per scoprire fino in fondo che “la santità non è un lusso, non è un privilegio per pochi, un traguardo impossibile per un uomo mortale: in realtà, è il destino comune di tutti gli uomini chiamati a essere figli di Dio, la vocazione universale di tutti i battezzati”.

Ripercorrere la vita dei santi, scoprirne i dettagli all’apparenza più insignificanti, è il modo migliore per cercare la propria strada verso la santità, in una sorta di personale cammino di conversione. Un cammino lungo, e difficile. Ma che proprio in questo periodo d’estate, in cui la mente e il corpo sono liberi dal peso delle abitudini e dalla fatica di tutti i giorni, può svelarsi in tutto il suo fascino e in tutta la sua apparente normalità: “Non necessariamente – ha sottolineato il Papa a Castelgandolfo – è grande santo colui che possiede carismi straordinari. Ce ne sono moltissimi i cui nomi sono noti soltanto a Dio, perché sulla Terra hanno condotto un’esistenza apparentemente normalissima. Il loro esempio testimonia che soltanto quando si è a contatto con il Signore, ci si riempie della sua pace e della sua gioia, si è in grado di diffondere dappertutto serenità, speranza e ottimismo”. Spunti preziosi, per immaginare una vita diversa, più santa e meno banale, che può muovere i suoi primi passi proprio in questi giorni in cui la testa e il cuore sembrano in grado di tracciare strade nuove.

Le forme del primo annuncio

martedì 19 agosto 2008
di Alessandra Migliara*

L’evangelizzazione è certamente la vocazione primaria dell’Azione Cattolica. “L’AC – dice il Progetto Formativo – è nata per evangelizzare: l’annuncio di Cristo come l’unico Salvatore del mondo è il pensiero fisso che anima la sua preghiera, motiva la sua azione, qualifica la sua formazione; e come un tempo si è fatta carico della cura della fede di quanti avevano compiuto una scelta di vita cristiana, oggi essa intende farsi carico della non fede, o della fede incerta, di tanti.” (Pf 5.5). Anche le Linee guida per gli itinerari formativi richiamano l’attenzione su percorsi di riscoperta della fede per giovani e adulti. L’Associazione, che in passato ha già riflettuto sull’importanza del primo annuncio e sulle sue possibili forme, vuole adesso attraverso il Documento assembleare rilanciare questo impegno e provare a individuare delle strade percorribili affinché il progetto possa concretizzarsi nella vita associativa attraverso percorsi di ricerca e riscoperta della fede per tutti coloro che ne sono attualmente lontani.

Ecco dunque quali sono gli aspetti maggiormente evidenziati nel documento.

Innanzitutto, la proposta di primo annuncio non può non partire dalla “dimensione umana della vita”, cioè dalle domande di senso che abitano in ognuno di noi. E’ questo il primo terreno comune nel quale possiamo incontrare l’altro, nell’ascolto attento e nella condivisione discreta del suo mondo interiore, nel quale è già presente e viva, oppure è sopita e nascosta (ma pur sempre presente!) la ricerca di Dio. Come ci ha ricordato Luigi Alici, “ciò che conta non è catturare le persone per portarle a casa nostra, ma aiutarle umilmente a tornare, prima di tutto, a casa propria.” (Luigi Alici, Relazione alla XIII Assemblea nazionale dell’Azione Cattolica Italiana). Il Documento assembleare riconosce inoltre a colui che “riceve” il primo annuncio un ruolo assolutamente centrale, da protagonista: l’Azione Cattolica è chiamata ad essere una comunità educante “accogliente”, nella quale ognuno, pur nella sua diversità e con differenti storie personali alle spalle, può sentirsi coinvolto in un autentico processo di confronto e ricerca.

Ma per poter far questo l’Associazione deve avere “occhi e orecchi aperti sulla realtà del mondo”, un mondo in trasformazione nel quale la fede non fa più parte del patrimonio condiviso e trasmesso attraverso le generazioni e bisogna individuare nuove forme di evangelizzazione e nuovi linguaggi. In particolare il nostro compito e la nostra specificità di laici si esplicano nel “portare il Vangelo a contatto della vita” (cfr. Progetto formativo, Introduzione n. 4), cioè nel vivere nella quotidianità, negli ambienti di vita, la nostra fedeltà al Vangelo.

Vengono infine delineate delle modalità e degli strumenti concreti, i cui elementi comuni sono: un rinnovato slancio missionario, che deve esprimersi soprattutto negli ambienti di vita e attraverso progetti di solidarietà condivisi; una lettura critica alla realtà, che valorizzi le domande di vita e che comprenda il ricorso ai linguaggi della cultura; una rinnovata riflessione sui temi del primo annuncio e una più feconda circolazione di idee e di esperienze che potrebbero poi confluire in un sussidio.

* Incaricata regionale MSAC della Sicilia

cfr. Documento Assembleare n. 10.1

Nell’anno paolino a trent’anni dalla morte di Paolo VI

mercoledì 6 agosto 2008

di Giuseppe Masiero

Il 2008 è ricco di anniversari, ma l’evento più significativo da ricordare ancora con profonda commozione e gratitudine è il congedo terreno di Paolo VI, avvenuto trent’anni fa, sull’imbrunire nella solennità della Trasfigurazione.

Il 1978 è l’anno dei tre papi, ma tutto cominciò il 6 agosto con la morte di papa Montini, la sorprendente elezione di Giovanni Paolo I per il breve tempo di un sorriso e l’arrivo travolgente di Giovanni Paolo II. Mettere in fila questi tre nomi che hanno segnato un’epoca a partire dalle vicende di quelle settimane, diventa fonte di viva emozione, coinvolgendo memoria, cuore e fede.

Paolo VI conclude la sua intensa e paradigmatica esistenza con i tratti inconfondibili con cui l’ha vissuta, recando con sé l’interrogativo manifestato con toni accorati nella preghiera per l’amico Aldo Moro ucciso dalle brigate rosse: “Signore perché non ci hai ascoltato”? Di papa Montini tra i pareri ed i ricordi più vari, va apprezzato il difficile servizio di regia coraggiosa e discreta del Concilio Vaticano II, poi di autorevolissimo interprete e guida nel tormentato e promettente post-concilio, ispirandosi alla sua magistrale enciclica sul dialogo e la corresponsabilità: “Ecclesiam suam”.

Sognava per la comunità cristiana una più approfondita e gioiosa consapevolezza di sé e della sua missione, con un coraggioso aggiornamento delle forme di testimonianza nei diversi ambiti della vita pastorale, istituzionale e sociale.

Due perle rare impreziosiscono il suo alto magistero e rivelano un’umanità squisita e sensibile da avvicinarlo al linguaggio dei Padri della Chiesa, sono le due Esortazioni apostoliche: Evangelii nuntiandi e Gaudete in Domino, rispettivamente sull’annuncio del Vangelo oggi e sulla gioia del credere.

La grandezza di Paolo VI appare nel suo saper partecipare alle vicende dell’uomo contemporaneo con la limpidità della sua testimonianza di fede e le eccezionali doti della sua mente e del suo cuore, affinate nell’habitat umano e spirituale della sua famiglia, delle diocesi bresciane e nell’assidua partecipazione alla vita laicale, specialmente associativa, a partire dalla FUCI. L’esigente tirocinio a servizio della Santa Sede ed il laboratorio pastorale dell’arcidiocesi ambrosiana, basti ricordare la coraggiosa missione cittadina di Milano con la presenza tra gli altri di Don Mazzolari e P. Turoldo; hanno preparato, specialmente sotto lo sguardo amorevole e profetico di Giovanni XXIII, il suo pontificato paolino.

L’AC lo sente particolarmente vicino, senza averne l’esclusiva, come padre e maestro non solo negli anni che l’hanno visto assistente nazionale della FUCI, ma anche nel periodo sofferto e fecondo del nuovo statuto, con la scelta religiosa. Risuona ancora il suo invito: “Venite vicino, andate lontano”.

Rimarrà anche nel vivere civile , culturale e sociale la sua impronta riassumibile nell’espressione: “Civiltà dell’amore”, fondata sullo sviluppo integrale della persona e dei popoli, con il nome nuovo della pace. È stato l’inventore della giornata mondiale della pace il primo giorno dell’anno ed il primo papa a compiere viaggi a partire dal pellegrinaggio in Terra Santa e alla visita alle Nazioni Unite.

Suo il geniale tentativo interiore, ma anche umano e pastorale, di aprire una breccia segreta nella cultura moderna, alla soglia di quella post-moderno, per avviare nuove vie di evangelizzazione.

Il suo pensiero alla morte ce lo ridona ancora presente nella comunione dei santi, nel cammino odierno della Chiesa: “Fare presto, fare tutto, fare bene, fare lietamente; ciò che tu ora vuoi da me, anche se supera le mie forze e mi chiede la vita”.

Valori olimpici

martedì 5 agosto 2008

Edo Mangiarotti ha 89 e in questi giorni è a Pechino per la sua 17.ma Olimpiade. Questa da dirigente accreditato dal Comitato Olimpico Internazionale. Nelle cinque edizioni vissute come atleta, il nostro schermidore si è guadagnato complessivamente 6 medaglie d’oro, 5 d’argento, 2 di bronzo. La prima volta fu nel 1936 a Berlino…

Io avevo 17 anni, studiavo all’Istituto radio-tecnico di Milano ed ero giovane fascista. Per prepararmi all’olimpiade senza perdere un anno intervenne anche Starace, un grande ras del regime. Una professoressa mi mandava i compiti nel ritiro azzurro. Il villaggio di Berlino era bello, c’era persino l’avveniristica tv via cavo e le nostre casette confinavano con quelle degli americani. Fu là che conobbi Owens, il campionissimo nero che avrebbe vinto quattro medaglie d’oro, e il saltatore Johnson. La nostra vittoria nella spada a squadre ci diede diritto di sedere in tribuna allo stadio proprio ai piedi del settore dei grandi gerarchi del nazismo. E io fui testimone, con i miei occhi e le mie orecchie, dell’ira di Hitler quando Owens trionfò sui 100 metri, sconfessando la proclamata superiorità della razza ariana. L’espressione esatta fu “schwein” che significa porco.

Nel periodo di guerra io ero sottotenente del 7° Fanteria. Mi tennero a Milano come istruttore: preparavo ragazzi che venivano spediti al fronte e magari non tornavano. Dopo l’8 settembre rifiutammo di consegnarci ai tedeschi. E riuscii a raggiungere la Svizzera, accompagnando anche settanta famiglie ebree. La guerra mi privò di due Olimpiadi. La prima non si scorda mai, ma la mia Olimpiade più memorabile fu quella di Helsinki nel ’52: io oro individuale della spada, mio fratello Dario argento.

Ora volevano vietarmi di andare a Pechino, ma finché vivo non salterò un’Olimpiade…

(La Gazzetta dello Sport, p.2, 5/8/08)

Le forme della missione

martedì 5 agosto 2008
di Enza Capizzi

La terza parte del documento assembleare declina quella che da sempre è la scelta fondamentale della nostra associazione: il primato della fede. È importante tenerlo ben presente, perché sia il nostro sì a Dio a dare senso, illuminare e dare sostanza al nostro sì all’uomo. Per questo leggiamo questa parte del documento come un invito concreto a tradurre in vita, personale prima e associativa poi, la nostra scelta fondamentale. La passione educativa, il tempo, la preghiera, l’esperienza e la generosità di chi condivide il sogno dell’AC, saprà adattare al passo della propria realtà locale gli input ricevuti.

Leggendo gli obiettivi prioritari che come AC ci siamo dati per questo triennio, a partire dalla condivisione tra le diocesi e dall’elaborazione assembleare, emerge chiaramente quanto ci stia a cuore l’attenzione alla persona a partire dalla dimensione più profonda e più arricchente: il suo rapporto con Dio incarnato nella storia.

Se è vero che abbiamo veduto e udito, che dall’Incontro traiamo linfa vitale e abbiamo sperimentato che quella di Dio è l’unica strada che porta alla felicità, allora vivere e custodire la fede diventa la cosa più preziosa che abbiamo e per questo la prima forma di missione; nasce così spontaneo il desiderio di raccontare al mondo questo Incontro, con le parole della vita, perché tanti possano fare questa stessa esperienza di libertà, di vita, di responsabilità che riempie di senso.

Su questo vale la pena fermarsi ed ascoltarsi per confrontarsi con se stessi prima e con i fratelli poi, per schivare la tentazione che ad aver bisogno di cura siano solo gli altri, come se noi non avessimo tempo perché occupati nelle attività…

Per impegnarsi a sostenere la fede occorre sapersi mettere in discussione, “sapere” per esperienza personale, occorre la pazienza di Dio, occorre vivere l’ascolto, la condivisione, occorre non aver paura della verità di noi stessi, e di metterci in gioco: nessuna sovrastruttura ci è chiesta, niente di artificioso dobbiamo ricercare ma solo la nostra vera, profonda identità.

Ecco allora che le modalità e gli strumenti suggeriti nel Documento acquistano senso e si intrecciano tra loro come pezzi di un puzzle organico, armonioso, “funzionale” alla vita e ai bisogni nostri e delle persone che ci camminano a fianco.

Conoscere e mettersi in ascolto di chi ha vissuto la misura alta della vita cristiana e ci dice con la forza di una vita vissuta che “ne vale la pena!” sarà allora scuola di speranza (punto a); pensare insieme a cosa può essere utile per vivere senza sconti la Parola di vita che promette la felicità qui e ora darà forma alla Regola di Vita (punto b); promuovere spazi di incontro privilegiato con Dio e la sua Parola sarà conseguenza naturale del nostro stile di vita (punto c e d); rivedere la formazione e usare bene tutti i luoghi e i tempi che l’esperienza associativa ci regala vorrà dire non dare per scontato modi di fare e proposte, ma partire sempre da un ascolto dei bisogni e delle realtà, da un’analisi profonda di cosa comunichiamo, di come lo facciamo e a chi (punto e, f, g, h, i).

Fedeli a noi stessi sulle orme del Vangelo: così si diventa cittadini degni del vangelo e…né alla fine del triennio, né alla fine della vita riceveremo un attestato di cittadinanza, ma sarà il nostro sguardo libero e felice che dirà la nostra cittadinanza e l’”efficacia” della nostra missione.

cfr. Documento assembleare n. 10 (in particolare n. 10.2)

Paolo, santo della globalizzazione

domenica 3 agosto 2008
Siamo nel bimillenario della nascita dell’apostolo Paolo.
È l’occasione per delle riflessioni non di maniera, non semplicemente “devote”. Chi abbiamo in mente parlando di lui? Paolo astioso “secondo fondatore” del cristianesimo, anzi “traditore” del messaggio del Gesù mite?
Oppure antesignano della inculturazione del cristianesimo nelle varie culture, lui che appartiene a tre e non è succube di nessuna? Da rileggere in tempo di globalizzazione e di localismo esasperato, oltre che di strumentalizzazione politica. Paolo che può dire “sono cittadino romano”, che rivendica con orgoglio le sue radici giudaiche, che ha il coraggio e la libertà di abbandonare la circoncisione, che cita scrittori greci.

Ha detto Benedetto XV: la Chiesa “non si identifica mai con una nazione, con una sola cultura o con un solo Stato”; “riunisce l’umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni del mondo, rende presente la pace di Dio e la forza riconciliatrice del suo amore” (apertura dell’anno paolino assieme a Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli.

Viviamo tempi chiamati della globalizzazione. Si muovono attraverso il pianeta enormi flussi finanziari, volumi grandissimi di merci, quantità infinite di informazioni, nonché spostamenti migratori quali mai nella storia abbiamo conosciuto. Tutto questo provoca opportunità e pericoli, speranze e tensioni. Una pessima (e solo apparente) soluzione ai legittimi timori è la rivendicazione di una identità escludente, spesso portata a strumentalizzare la religione per farne uno dei puntelli del modo di vivere: l’occidente è cristiano, mentre “gli altri” (gli immigrati, i terroristi, i nemici…) sono musulmani… Dal 2001 questa tendenza si è rafforzata dappertutto. Anche nel nostro Paese, dove possiamo contemplare fervidi difensori della fede “cristiana” convinti che essa sia identificabile con i riti di qualche valle locale.

Ha scritto recentemente Rémi Brague (docente di filosofia a Parigi e Monaco, autore del libro Il futuro dell’Occidente. Nel modello romano la salvezza dell’Europa, 1998):

[chi è Gesù per noi?] “…il dolce sognatore di Renan o il non violento di Tolstoj – o un rivoluzionario, oppure un filosofo profondo – ma anche un semplice, quasi un idiota; o ancora un ariano dagli occhi azzurri, isolato in mezzo a semiti dal naso adunco – ma anche un predicatore popolare che non avrebbe portato nulla di nuovo nell’ebraismo dell’epoca e sarebbe stato tradito da san Paolo. Queste immagini hanno tutte un punto in comune: assomigliano tutte a chi le propone, tanto da confondersi con esso. Non tanto con la sua realtà, spesso un po’ penosa, quanto con ciò che sognava di essere” (“Voi chi dite che io sia? Sondaggio su Gesù”, in “Vita e Pensiero”3/2008).

Dobbiamo ricordarlo bene: ogni utilizzo umano della fede ne fa una superstizione, e non è lecito a nessuno trasformare Gesù e il cristianesimo in uno strumento di parte. Significa farne un idolo:

Sventurato colui che si fa da sé un’idea di Cristo. Perché? Perché persino di Cristo si può fare un idolo. Quasi tutto può diventare un idolo: un oggetto di legno o di metallo, certo; ma anche una forza naturale come la sessualità, un simbolo sociale come il denario, un’idea come il progresso. Basta che qualcosa mi rimandi l’immagine del mio desiderio. L’idolo riceve la sua natura di idolo dallo sguardo idolatrino, e tale sguardo può dirigersi su qualunque cosa e chiunque, compreso Gesù” (Ivi).

Lo ha ricordato, da un punto di vista storico, anche Franco Cardini nella serie di trasmissioni “Il Turco a Vienna” (a proposito, vale la pena di ricordare il benemerito impegno della Rai nel podcasting, ci torneremo: www.radio.rai.it) . C’è un ritorno di interesse verso gli episodi storici che hanno visto contrapposti cristiani e musulmani, identificati sic et simpliciter con Occidente e Oriente. Cardini fa notare come la cristianità che a Vienna combatte contro il Turco sia fatta da stati europei cristiani che hanno fatto infinite guerre tra loro, e che anche i “Turchi” sono attraversati da mille differenze.
La storia è complessa, e non si presta alle semplificazioni, alle strumentalizzazioni e ai pasticci affrettati.

Ma c’è anche un motivo religioso che si oppone a queste strumentalizzazioni.

Un cristiano vissuto in Palestina nel IV secolo scriveva:

« Immaginate che il mondo sia un cerchio, che al centro sia Dio, e che i raggi siano le differenti maniere di vivere degli uomini. Quando coloro che, desiderando avvicinarsi a Dio, camminano verso il centro del cerchio, essi si avvicinano anche gli uni agli altri oltre che verso Dio. Più si avvicinano a Dio, più si avvicinano gli uni agli altri. E più si avvicinano gli uni agli altri, più si avvicinano a Dio. » (Doroteo di Gaza, Istruzioni VI)

« Il rapporto della chiesa con le altre religioni è dettato da un duplice rispetto: Rispetto per l’uomo nella sua ricerca di risposte alle domande più profonde della vita e rispetto per l’azione dello Spirito nell’uomo. (…) Ogni autentica preghiera è suscitata dallo Spirito santo, il quale è misteriosamente presente nel cuore di ogni uomo » (Giovanni Paolo II, Redemptoris missio.)

Come cristiani, non possiamo dimenticare che al cuore della nostra fede c’è Gesù Cristo, che ci lega in modo del tutto unico a Dio. (Vedi 1 Timoteo 2, 5.) Ma, lungi da impedirci un vero dialogo, questo assoluto ci impegna, perché se Gesù è unico, lo è per la sua umiltà.

Anselmo Grotti

Sito Web: Paesaggi mentali condivisi

www.unisi.it/grotti
Università di Siena, Facoltà di Filosofia

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