Se non si cambia modello di sviluppo
di Antonio Martino
La globalizzazione della solidarietà. È quanto ha chiesto Benedetto XVI agli otto grandi della Terra riuniti da qualche giorno in Giappone per l’annuale vertice politico-economico: «si realizzino gli impegni assunti nei precedenti appuntamenti, e si adottino coraggiosamente tutte le misure necessarie per vincere i flagelli della povertà estrema, della fame, delle malattie, dell’analfabetismo, che colpiscono ancora tanta parte dell’umanità».
Il Papa grida, ma chi lo ascolta? Non guasta ricordare che i 50 miliardi di dollari di aiuti (da donare entro il 2010) ai Paesi poveri promessi nel 2005 sinora hanno prodotto solo 11 miliardi di fondi. Mentre, in una lettera ai leader del G8, lo stesso presidente della Banca mondiale, Robert Zoellick, afferma che alla banca urgono 3,5 miliardi di dollari per mandare immediatamente ai Paesi bisognosi aiuti alimentari, sementi e fertilizzanti. Insomma, da Hokkaido si aspetta più di una semplice risposta. C’è da capire se i “signori del pianeta” intendono davvero aiutare gli ultimi della Terra sul serio o solo a parole. Scusate, ma il pessimismo vince.
Parafrasando una vecchia massima, è meglio regalare una canna da pesca che un cesto di pesci. Sarebbe meglio, dunque, e sicuramente più duraturo negli effetti, cambiare il modello di sviluppo che governa il nostro pianeta, modificandone innanzitutto le finalità: puntare ad una politica economica davvero globale, solidale, ossia attenta ai reali bisogni del mondo e non solo ai bisogni di una parte per giunta minoritaria di questo. Ma ciò sembra pura utopia, vista la cecità che spesso accompagna questo genere di vertici. Pensate sia possibile che i Paesi ricchi rinuncino, ad esempio, ai pingui sussidi alla propria agricoltura, o a forme di protezionismo più o meno mascherato che contribuiscono alla diffusione della fame nel mondo? Ad oggi la risposta è negativa, e non ci sono segnali di cambiamento all’orizzonte.
Una prova di quanto sostengo. Negli ultimi sei anni i prezzi dei prodotti alimentari hanno subito un’impennata del 220%, cento milioni di persone in più si trovano sotto la soglia della povertà e la mortalità infantile per malnutrizione nei Paesi in via di sviluppo sta aumentando vertiginosamente: la causa? Principalmente gli agrocarburanti. L’ultima invenzione del pianeta ricco a spese di quello povero. Lo dice il quotidiano britannico The Guardian che cita un rapporto della Banca Mondiale redatto lo scorso aprile e mai pubblicato, secondo cui gli agrocarburanti hanno provocato un aumento del prezzo degli alimenti di base pari al 75% e non al 3% come sostengono da sempre i difensori degli agrocombustibili, Stati Uniti in primis.
Secondo il giornale inglese il rapporto è rimasto nel cassetto proprio per non «mettere in imbarazzo» Washington, che punta il dito contro la crescente domanda di India e Cina. Ma nel rapporto si legge che «la rapida crescita dei redditi nei Paesi in via di sviluppo non ha portato un grande aumento del consumo globale di alimenti e non è stato un fattore decisivo per i rincari». E non c’entra nemmeno la siccità in Australia, altro fenomeno riportato generalmente tra le cause dei prezzi stellari di mais, grano, riso e altri cereali di base.
La verità - secondo la Banca Mondiale - è che, senza l’aumento considerevole della produzione di agrocarburanti, le scorte di grano e mais non sarebbero diminuite in modo così drastico e l’impennata dei prezzi dovuta ad altri fattori sarebbe stata più contenuta.
In breve, l’emergenza alimentare che sta mettendo in ginocchio le popolazioni dei Paesi più poveri (il cibo pesa sui bilanci delle famiglie del Bangladesh per il 65%, su quelle di Haiti e del Kenya per il 50% e su quelle senegalesi per il 40%. Secondo i dati dell’Unicef, inoltre, a causa della crisi un milione e ottocentomila bambini indiani in più sono a rischio di malnutrizione) è stata provocata da quegli stessi Paesi che ora sono chiamati a risolverla. Ai lupi si affida ancora una volta il destino del gregge. Sperando che siano meno famelici del solito… che assurdità.