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Scandalizzarsi. Oppure educare

di Andrea Favaro

La cronaca degli ultimi giorni ha raggelato il rovente clima di luglio con uno scandalo nuovo… eppur sempre uguale. La morte per droga di una adolescente “normale” nel corso di una “festa” organizzata in occasione della più importante ricorrenza religiosa del Patriarcato di Venezia.

Questo il fatto nudo e crudo che ha sconvolto (più del dovuto) la festa del Redentore e a seguito del quale si sono avvicendati commenti e analisi ma soprattutto (e sopra tutti) tante e più o meno malcelate accuse.

Non vogliamo entrare nel merito di queste, ma essere più sereni nel proporre semplici spunti di riflessione. In altri termini, seppur semplificatori… quanto la libertà (e la responsabilità) che una giovanissima è riuscita ad esprimere nell’ideare una colletta per acquistare una dose di droga sono frutto dell’intero universo educativo in cui è vissuta?

Qualcuno potrà obiettare (recuperando alcune riflessioni espresse in questi giorni) che la “colpa” non è di qualcuno, ma di tutti. La replica allora è troppo scontata per non essere immediata, perchè dire che la colpa è di tutti permette a nessuno di assumersi la colpa.

È troppo facile alzare all’unisono le lance contro la “società di oggi che illuderebbe tutti di poter fare ciò che si vuole”. Qui, forse, si insinua la questione… inneggiamo alla libera autodeterminazione per tutti, senza distinzione di condizione e (soprattutto) di età, salvo poi strapparci le vesti non appena questa stessa libertà si palesa in tutta la sua crudezza.

Non possiamo più permetterci la “comodità” di non donare, con caritatevole verità, una struttura etica di base che permetta ai giovani (ma non solo) di ordinare la propria libertà sotto il cono d’ombra della distinzione tra bene e male. Il compito non è facile, ma è sempre più urgente e la sua assunzione ci permetterà di non scandalizzarci per una “comodità”, che altro non è che becera vigliaccheria.

Oggi la “società”, in nome di una libertà anonima, capitalizza una doppia beffa. Prima si prende gioco degli uomini e delle donne del domani non educandoli (in nome della comoda vigliaccheria) per poi prendersi gioco di se stessa, chiamando “scandalo” ciò che in realtà altro non è che un rischio calcolato.

Credo non ci siano alternative che assumersi una responsabilità seria per una educazione vera, dove il “maggiore” guida, preserva e ripara la libertà del “minore”.
Quella stessa responsabilità che non può non assumersi l’educatore di Azione Cattolica, che non può vedere i ragazzi e i giovanissimi come spettatore, ma deve segnare il passo davanti a loro perché questi abbiano la possibilità di seguire un testimone di coerenza e libertà. È questa una responsabilità troppo alta? Non è più lecito arrestarci, muti, dinanzi a questa domanda. Assumiamone assieme la verità, sarà meno pesante…

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  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

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