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Questione morale, questione bipartisan

di Giuseppe Masiero

Nella prima stagione di Tangentopoli i blitz notturni su mandato dei giudici nei confronti di gran parte della classe dirigente, suscitarono sdegno, rabbia e passione civile.

Oggi il riemergere da una situazione latente di questo sconcertante fenomeno, desta si profonda amarezza, ma finisce poi in un senso di diffuso fastidio quando si affronta il problema non risolto della questione morale, della legalità.

Davanti alla classifica di un immaginario giro d’Italia tracciato lungo le strade di un Paese sano e laborioso, dove però il meteo preannuncia il temporale minaccioso della stagflazione, così il Sole 24 ore definisce la miscela esplosiva di stagnazione della produzione e crescita dei prezzi; il pubblico non applaude più la maglia rosa della fatica, della prestazione atletica, dell’intelligente gioco di squadra in una corretta competizione, ma la maglia nera dell’opportunismo, della convenienza, delle furbizie sulla pelle degli altri.

Le contrapposte tifoserie non sanno più chi sostenere perché la maglia nera che spiazza tutti gli altri concorrenti viene indossata in certe circostanze da entrambi le squadre, all’insegna di un regolamento “fai da te”, fondato sull’assioma: possiedo, dunque dispongo.

Fuori metafora, quasi nessuna componente politica oggi può esibire una patente di totale estraneità alla prassi di sprechi, interessi indebiti fino alla corruzione. È impressionante il degrado a cui si è arrivati se sarà provato, del commercio sulla salute dei cittadini, oggetto delle indagini in questi giorni nella regione Abruzzo-Molise.

Inutile allora l’azione dei giudici. L’approdo che ci aspetta sarà per forza tutti corrotti, quindi tutti assolti?

È auspicabile che non sia davvero così. Vale ancora con stringente attualità l’appello dei Vescovi di fine anni ’80 sulla legalità: «La comunità cristiana si sente fortemente impegnata in forza della stessa fede alla crescita globale del Paese, a combattere le cause di ingiustizia ancora diffuse e contribuire fattivamente per il rispetto di giuste leggi». (Educare alla legalità, n. 10).

Il servizio al bene comune sancito dalla Costituzione da parte del potere giudiziario quale garanzia e tutela del cittadino e delle sue istituzioni va rispettato e sostenuto. La sfiducia e l’ossessiva demonizzazione nei confronti della magistratura, non aiutano la convivenza civile e non favoriscono la crescita di un “ethos comune” nella coscienza dei singoli e dell’intera società. Anche così si attuano scelte coraggiose per la sicurezza e la solidarietà tra gli abitanti di una città, di un quartiere, di qualsiasi località.

È opportuno, anzi doveroso, valutare ed eventualmente criticare argomentando, sentenze come pure disapprovare decisioni illegittime di magistrati che intervengono sull’interruzione di una vita pur in condizioni estreme, richiedenti sul piano umano con l’assistenza medica, un supplemento di effettiva e costante vicinanza, da riconoscere e promuovere anche a livello giuridico. Creano pure disgusto comportamenti spettacolari e mediatici da parte di altri che mentre conducono le indagini, agiscono con un occhio ai verbali processuali ed un altro ai riflettori televisivi.

A fronte di questi comportamenti minoritari, non ci deve sfuggire la serietà, la professionalità e l’onestà, accompagnate dal rischio personale, di molti servitori dello Stato nel campo della giustizia. L’affidabilità della magistratura non può essere sottoposta agli indici di gradimento statistico, rilevati con gli stessi criteri con cui si valutano gli andamenti dei consumantori al supermercato.

Gli umori dell’opinione pubblica trasversale tra uno schieramento o l’altro, sembrano dare più rilevanza ai richiami della “pancia” che della coscienza. Su questo terreno tutti sembrano avvolti da una fastidiosa nebbia bipartisan per non guardare la realtà.

Siamo destinati a svernare come gabbiani nelle paludi o possiamo ancora spiccare il volo? Può aiutarci la riflessione firmata poi con il sangue del giovane giudice Rosario Livatino: «Il magistrato nel momento di decidere deve mettere da parte ogni vanità e superbia, avvertire con umiltà le proprie debolezze… disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamenti da superuomo, ma anzi con costruttiva contrizione… Compito del magistrato non sarà solo quello di rendere concreta la legge, ma anche di darle un’anima (Ida Abate, Il piccolo giudice, Editrice ave).

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