I primi sfruttatori sono i “clienti”
La redazione di Segno
Nei suoi primi cento giorni, il nuovo governo ha dichiarato guerra alla prostituzione. Ma le ricette fanno discutere, mettendo in luce posizioni populistiche da una parte e altre più “ragionate”, che almeno distinguono tra sfruttatori e sfruttati. Così, se per i senatori della maggioranza Filippo Berselli e Carlo Vizzini le “lucciole” vanno allontanate con il foglio di via «in quanto soggetti socialmente e moralmente pericolosi», Luca Volontè, una delle voci levatesi dall’opposizione, trova giunto alla pazzia «uno Stato che prepara voli speciali per allontanare le schiave del sesso o attrezza quartieri per schiavisti», questi ultimi proposti dal ministro dell’Interno Roberto Maroni.
Sempre nel governo un altro ministro, Mara Carfagna, titolare delle Pari Opportunità, boccia i quartieri a luci rosse perché «degradano zone della città», mentre non è contraria alla prostituzione «in case isolate, in modo da non dare fastidio agli altri condomini», e così sottoscrive un disegno di legge che va in questa direzione e che il Centro Femminile Italiano (CIF) non esita a definire, attraverso l’agenzia SIR, un atto di resa, «una forma di rassegnazione del Legislatore», il quale incapace di risolvere il problema ancora una volta si limita a nasconderlo, a rinchiuderlo.
Nessuno, peraltro, sembra riconoscere che la prostituzione costituisce un problema soprattutto perché esiste una “domanda” di prostitute (come denunciava su Segno n. 6/2008 la giornalista Laura Maragnani, che da tempo si occupa dell’argomento). Diciamocela tutta: i cosiddetti “clienti” sono i primi sfruttatori di queste ragazze e donne, italiane e straniere, buttate per la strada da “protettori” senza scrupoli.
Nel frattempo, dal mondo cattolico si leva la voce di chi da tempo si batte contro questa piaga. «Nessuna donna nasce prostituta», affermava don Oreste Benzi, fondatore della Comunità papa Giovanni XXIII. E l’attuale responsabile della comunità, Paolo Ramonda, dalle colonne de L’Osservatore Romano del 19 giugno si scaglia contro la «mercificazione della persona» ed esprime sconcerto per «la tesi di coloro che pensano di poter risolvere il problema circoscrivendolo ad aree urbane a luci rosse o dando il mercificio in gestione a delle cooperative», ricordando che dietro al fenomeno ci sono «intermediari e sfruttatori» che colpiscono le «donne più indifese, alimentando un incremento di violenze ed efferatezze».
Una politica che non distingue tra vittime e carnefici è «miope», aggiunge suor Maria Pia Iammarino, una delle 250 religiose impegnate a contrastare la tratta; senza pensare, aggiunge, che queste ragazze, se rimpatriate senza tutele, rischiano la vita perché «possono essere sospettate di aver denunciato gli sfruttatori».