AC e pastorale
Dopo aver chiarito che il primato della fede costituisce il fondamento e l’anima della vita associativa, il documento assembleare sottolinea che questa istanza si traduce concretamente e fattivamente in “legame vivo e profondo con la Chiesa locale”. Nonostante la complessità e talvolta la problematicità che il rapporto tra dinamica associativa e contesto ecclesiale di riferimento inevitabilmente comporta, la capacità dell’AC di inserirsi vitalmente nella pastorale della comunità cristiana particolare rappresenta una scelta deliberata, consapevole ed irrinunciabile, perché è proprio qui che si raccordano Vangelo e vita, infinito e quotidiano, identità e servizio, annuncio ed accoglienza, in una preziosa operazione di sintesi che la rende realmente popolare. Un’Associazione più radicata nello Spirito e nel contempo, proprio per questo, più sbilanciata verso l’esterno – per recuperare quel protagonismo sociale che le consente di presidiare efficacemente la dimensione della popolarità – aiuta la Chiesa stessa a riconoscere e valorizzare la ministerialità tipicamente laicale dell’AC.
Il servizio laicale costituisce la vera sfida di nuova stagione ecclesiale, in cui è sempre più necessario passare dalla “collaborazione” alla “corresponsabilità”, e deve vedere impegnata l’AC a ricercare un nuovo rapporto tra parrocchia e territorio per essere strumento di un cristianesimo diffuso e palpabile.
Innanzitutto, bisogna avere consapevolezza che c’è un “noi” che ci precede: esso è per i singoli aderenti l’Associazione ed è per l’Associazione il reale radicamento nella Chiesa di Cristo. L’AC, forte della sua centenaria esperienza, non ha bisogno di mettere puntelli per definire il perimetro di uno spazio proprio, ma deve saper fecondare gli ambiti in cui è inserita col proprio stesso esserci. Evitare il rischio di blindarci in una sorta di fortino identitario, per usare l’espressione di Luigi Alici, ci restituisce ad un ruolo decisivo di mediazione e spirito di iniziativa che non può che procurarci centralità ed opportunità. In tal senso, la testimonianza offerta in occasione del Convegno di Verona dovrebbe diventare un paradigma comportamentale a livello diocesano e parrocchiale.
D’altro canto, bisogna arginare il rischio inverso di considerare l’AC una semplice modalità di servizio pastorale priva di una propria fisionomia caratterizzante. E’ per questo motivo che si chiede ai Pastori di aiutarci affinché non sia svuotata di valore la specifica soggettività associativa da spendere per l’edificazione della Chiesa nella realtà temporale.
Solo una reciproca “contaminazione” tra ministeri e parti della Chiesa rende possibile la costruzione della comunione al di là di un semplice pio desiderio. Per quanto ci riguarda, essa implica una rinnovata attenzione, intelligente e generosa, a fecondare maggiormente lo spazio ecclesiale con il nostro contributo ed insieme a compiere più sforzi per fare rete con i diversi soggetti istituzionali della pastorale, senza rinunciare al nostro essere associazione. La qualità della dinamica relazionale è la cartina di tornasole della nostra maturità associativa e del nostro spessore ecclesiale: dobbiamo meno istituzionalizzare eventuali conflitti e più impegnarci con spirito costruttivo a trovare vie d’uscita.
Per continuare ad essere battistrada del laicato cristiano, occorre che l’AC stia nella Chiesa con quel suo stile di elaborazione spirituale, pastorale e culturale che sa allenare nel quotidiano alla responsabilità nell’impegno formativo e missionario, laddove il percorso di costruzione dell’esperienza religiosa spesso appare come un rinchiudersi in un contesto autoreferenziale che preclude alla testimonianza il campo aperto della vita. Una Chiesa “in situazione” deve mostrare, infatti, il potere trasformante della speranza cristiana, che non riguarda solo il futuro destino del mondo, ma la concretezza e la forza profetica con cui ci si muove tra le pieghe e le piaghe del presente.
* Presidente diocesano AC di Salerno