Ac, con i vescovi per tre priorità
a cura di Salvatore Mazza
Santità di vita, emergenza educativa, passione per il bene comune. Sono le tre tematiche attorno alle quali, «a partire dalla XIII Assemblea e dallo straordinario incontro con Benedetto XVI» del maggio scorso, l’Azione cattolica italiana intende sviluppare il suo impegno futuro. «Un tempo propizio per un cammino dell’Azione cattolica che possa ancora più rinsaldare il proprio legame con la vita della Chiesa italiana e con i vescovi prima di tutto», afferma Franco Miano, eletto alla fine del mese scorso nuovo presidente nazionale dell’Ac. Che in questa intervista ad Avvenire, nel ribadire la sintonia speciale che lega l’associazione ai vescovi – «È il senso stesso dell’essere Ac» –, delinea tra l’altro l’intenzione di «sostenere con ancora maggior vigore il progetto culturale della Chiesa italiana».
Lei arriva alla presidenza in un periodo di passaggio molto importante per la Chiesa italiana. Che momento è per lei e per l’Ac?
Sicuramente un momento molto bello. L’Ac s’è incontrata con Benedetto XVI in piazza San Pietro, eravamo in 100mila, ed è stato un incontro davvero intenso, prima di tutto per le parole del Papa, che ci hanno offerto un insegnamento che costituirà per noi la traccia del lavoro dei prossimi anni. Così come è stato bello che, in quell’occasione, a presiedere la celebrazione eucaristica sia stato il cardinale Angelo Bagnasco, il presidente dei vescovi italiani, che ci ha dato altre importanti indicazioni. E direi infine che è stato bello in quanto la coincidenza con la XIII Assemblea è stata l’occasione per un moltiplicarsi di significati, perché nel momento in cui avveniva quel naturale passaggio da un Consiglio nazionale all’altro, nella responsabilità associativa, s’era accompagnati dall’intera associazione, rappresentata visivamente in piazza San Pietro nella tradizione del ritrovarsi con il Papa.
In qualche settore dell’associazione la sua elezione è stata letta in una chiave di discontinuità, quasi in una linea, se non proprio “non in sintonia”, “problematica” rispetto alla Cei. Che cosa può dire al riguardo?
A mio giudizio, ma non solo, credo, si tratta di una sensazione sbagliata. Forse nata da qualche equivoco, ma non saprei dire quale. Sbagliata perché l’Ac, al di là delle tante espressioni che la possono caratterizzare, si ritrova fortemente e pienamente nella linea della collaborazione con i vescovi italiani. Questo appartiene alla sua storia, al suo statuto, ma appartiene anche al suo futuro, perché è il senso stesso dell’essere Azione cattolica che è comunione piena, collaborazione, corresponsabilità con i vescovi. D’altro canto ho avuto anche modo di sottolineare questa mia precisa convinzione negli incontri avuti prima con monsignor Giuseppe Betori, segretario generale della Cei e poi con il cardinale presidente. Io credo che si tratti di un tempo molto importante, da questo punto di vista, un tempo propizio per un cammino dell’Azione cattolica che possa ancora più rinsaldare il proprio legame con la vita della Chiesa, e con i vescovi prima di tutto.
Quali sono i temi, le problematiche più vive che l’Ac si trova a dover affrontare?
Proprio a partire dalla XIII Assemblea e dall’incontro con Benedetto XVI, io mi sentirei di sottolineare tre tematiche, e al primo posto metterei quella della santità, vissuta nelle condizioni più consone alla condizione laicale, come il Papa ha sottolineato nell’incontro di maggio. Perché questo tema? Perché se abbiamo lavorato moltissimo, nell’anno associativo 2007-2008, per ricordare i 140 anni dell’Ac, lo abbiamo fatto non per chiuderci nel passato, ma per cercare di cogliere da esso le radici più belle e più autentiche del nostro futuro. In questo cammino, la cosa fondamentale è stata la scoperta, che naturalmente è una riscoperta, dei tanti santi che hanno costellato e accompagnato la vita dell’associazione. Si tratta di una santità che è arrivata agli onori degli altari, ma anche di una santità della vita quotidiana.
Che cosa implica questa riscoperta?
Parlare di santità, oggi, guardando al futuro, significa fondamentalmente rafforzare la qualità della vita spirituale e della proposta formativa. Immediatamente collegata a questo c’è dunque la risposta che l’Ac vorrebbe dare con forza alla questione dell’emergenza educativa, e questa è la seconda delle tematiche da sottolineare. Nel nostro patrimonio abbiamo una tradizione formativa vivissima e la vorremmo mettere a disposizione di questo momento della vita della Chiesa e, direi, della vita del Paese. Il Papa, nell’ultimo periodo, ha ricordato tante volte la centralità della questione educativa e l’emergenza che vi è sottesa oggi. Noi siamo convinti di questa analisi, e vorremmo lavorare da un lato a qualificare sempre di più la nostra proposta formativa e, dall’altro, ad aprire nuovi spiragli verso le persone che sono distanti dalla Chiesa.
La terza prospettiva?
È la passione per il bene comune. Di fatto l’Ac oggi, nelle sue realtà territoriali, sta mettendo una forte attenzione alle problematiche relative al territorio; ma anche a livello nazionale non possiamo non continuare a mettere al centro alcune questioni che, in questo orizzonte, sono fondamentali: la vita, la famiglia, il lavoro, la pace, la questione della politica e della moralità della politica. Ciò perché crediamo che sia compito dell’Ac, e dei cattolici in genere, diffondere sempre più nella popolarità della vita della Chiesa un forte senso di passione per il bene comune, che si traduce in un apporto concreto alla nostra realtà.
La Chiesa, storicamente, è stata l’istituzione che più ha prodotto cultura di base, e oggi forse è l’unica, attraverso tante realtà tra cui anche l’Ac, che ancora ne produce. Perché questa cultura di base fa tanta fatica a emergere?
Condivido fortemente questa considerazione relativa alla capillarità di esperienze che, a livello ecclesiale, sono presenti sul territorio, e che rappresentano un prezioso patrimonio di cultura diffusa. Questo è un terreno in cui l’Ac è fortemente impegnata, da sempre. Certo, tutto questo non sempre riesce a emergere. Un po’ sicuramente per la fatica che sempre fanno le “buone notizie” a venire fuori, però bisogna dire che anche noi come credenti avremmo bisogno, forse, di far risaltare di più le potenzialità di questo patrimonio di cultura diffusa. L’Ac in questo senso vuole impegnarsi a sostenere con ancor maggior vigore il progetto culturale della Chiesa italiana, che mi sembra vada proprio nella direzione di fare emergere le istanze significative che, nella vita della Chiesa, sono presenti da un punto di vista culturale.
La Gmg è alle porte. Come si rapportano a questo evento i giovani dell’Ac?
Sono pienamente partecipi dell’evento. Lo sono a livello diocesano e se molte volte l’Ac non fa notizia per la sua partecipazione è proprio perché si “confonde” con la vita delle proprie diocesi. E, anche a livello nazionale, a Sydney ci sarà una significativa presenza di alcuni assistenti e responsabili nazionali, proprio a significare la partecipazione viva dei giovani dell’Ac. In ogni caso, al di là del dato partecipativo, credo che ormai la Gmg si inscriva in un’esperienza pastorale consolidata; in questo senso lo sforzo su cui l’associazione è impegnata è quello del legare la straordinarietà degli eventi e l’ordinarietà dei cammini di vita. Perché abbiamo bisogno della festa, che ci rende felici e ci scuote, e abbiamo bisogno della dimensione feriale in cui, giorno dopo giorno, cerchiamo di far crescere la nostra fede e di testimoniarla.
(Questa intervista è stata pubblicata sul quotidiano Avvenire del 29 giugno 2008)