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Tra cielo e terra

di Fabio Mazzocchio

Il Sessantotto è stata una di quelle fasi della vita politico-culturale che più ha inciso sui costumi e l’immaginario della società odierna. Si sviluppò, grazie ai movimenti studenteschi e alle avanguardie intellettuali, tra Europa e Stati Uniti una visione del mondo originalissima. Autori oramai divenuti classici come Marcuse o Deleuze, assieme a personalità grandissime impegnate sul versante del pacifismo e dei diritti umani, hanno contribuito a creare una vera e propria nuova visione del mondo. La contestazione del sistema ruotava attorno ai temi dell’autonomia individuale, della parità tra uomo e donna, della liberazione dei costumi sessuali, dei diritti umani e delle minoranze, della lotta all’autoritarismo politico e pedagogico, della non-violenza, della promozione di organismi di decisione collettiva a tutti i livelli. Vennero messe in crisi categorie come: autorità, doveri, responsabilità.

Bollata dai sessantottini come autoritaria e dominante, la società doveva essere sovvertita dalla spontaneità vitalistica delle preferenze individuali. Non solo l’immaginazione al potere, ma le differenze come qualità insopprimibili di ogni essere umano. Tensione utopica e visionaria volontà di futuro si alternano tra contestazioni universitarie, dibattiti culturali e produzioni artistiche. Fase complessa e, di certo, con molte zone d’ombra. Uno dei protagonisti di quegli anni, il decano della sociologia italiana, Franco Ferrarotti (intervenuto sul tema al Seminario promosso dall’Istituto Bachelet), sostiene che quella tensione ideale non si tradusse mai in autentico progetto di cambiamento sociale. Mancarono capacità di mediazione e visione riformista. Il cambiamento si ebbe soprattutto sul versante dei costumi e delle mentalità diffuse, ma non riguardò pienamente le strutture sociali e politiche.

In mezzo a queste tensioni, anche per i cristiani furono anni pieni di speranza. Poco prima si concludeva il grande Concilio; la Chiesa guardava con fiducia al nuovo mondo e si apriva al dialogo con le realtà secolari, con attenzione e rispetto per le autonomie temporali. I credenti trovavano nella Chiesa ridisegnata dal Vaticano II una rinnovata ecclesiologia di comunione, un modello di comunità aperta per vocazione al dialogo e al confronto.

Potremmo forse dire che alla fine degli anni Sessanta Chiesa e mondo, credenti e non credenti si trovano interpellati profondamente. L’uomo moderno, le sue gioie, le sue ansie emersero non solo come sfida per il pensiero religioso, ma anche come segno dell’inesausta richiesta di pienezza che l’anima porta con sé. La simpatia per l’umano, il lasciarsi interrogare dalla vita e dalle sue ansie diventano il solco lungo cui la Chiesa provava a seguire ancora la pedagogia intima del cristianesimo: l’incarnazione.

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  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

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