Più che in guerra
di Antonio Martino
A leggere i dati degli ultimi cinque anni, il numero di morti sul lavoro in Italia, oltre 6500, supera abbondantemente la cifra di soldati americani morti in Iraq, circa 4.000, in quello che con fatica chiamiamo tempo di pace.
La morte dei sei operai di Mineo, in Sicilia, è solo l’ennesima strage. L’ultimo in ordine di tempo di una lunga serie di lutti, alcuni dei quali sono diventati tristemente familiari: la Thyssen sei mesi fa, Molfetta tre mesi fa, e poi Udine, Modena, Alessandria, Nuoro. Un’Italia che combatte la sua quotidiana guerra sul posto di lavoro, per portare a casa un pezzo di pane, a un prezzo troppo alto quando si chiama vita. Lavorare non deve voler dire morire, e quando questo accade significa che tante cose non hanno funzionato, che qualcuno è responsabile.
Lo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ancora ieri ha puntato il dito contro «la carenza di tutela e di misure di prevenzione da parte di soggetti pubblici e privati», sottolineando come «i fatti di Mineo ripropongano l’imperativo assoluto di interventi e controlli stringenti per la sicurezza sul lavoro e per spezzare la drammatica catena di morti bianche».
Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, oggi stesso incontrerà sindacati e imprenditori per discutere con loro «un piano straordinario per arginare le morti sul lavoro». Per quanto ci riguarda, sarebbe già un buon inizio se si cominciasse ad applicare sul serio la Legge 123 sull’antinfortunistica, frutto del Decreto legislativo n. 81 dell’aprile scorso, che prevede tra l’altro una formazione più vicina alle attività lavorative delle imprese e non soltanto una formazione teorica, in modo da aiutare le stesse aziende a prevenire il rischio di incidenti. Come spesso denunciato anche dal nostro Movimento Lavoratori di Azione Cattolica, per bocca del suo Segretario nazionale, Cristiano Nervegna, c’è la necessità di piani di sicurezza e interventi standardizzati che le aziende dovrebbero implementare per legare di più la sicurezza alle attività produttive. Occorre inoltre «un impegno a ridurre la distanza tra chi fa impresa e chi può aiutare gli imprenditori, come i vari istituti di ricerca specializzati, ad elaborare in modo semplice delle azioni di sicurezza efficaci».
È necessario ridare dignità al Lavoro e ai lavoratori. Una comunità nazionale non può prescindere da questo. Non può ignorare il suo stesso dettato costituzionale. Tutti devono fare la loro parte, perché tutti sono responsabili della sicurezza dei lavoratori. Qualcuno però lo è più degli altri. Ha ragione, infatti, il card. Angelo Bagnasco, che nella sua prolusione all’Assemblea dei vescovi italiani sottolineava: «Bisogna qui saper passare con prontezza dalle denunce ai fatti concreti, agli investimenti precauzionali, alle verifiche e ai controlli. Tutti i soggetti devono fare la loro parte, con un supplemento di responsabilità; ma è dagli imprenditori in particolare che si attendono quelle provviste e quelle innovazioni strutturali che sole possono garantire il successo degli altri interventi. La vita è sacra, e distintamente lo è quella impegnata sul lavoro duro e rischioso».