Il dilagare del “percepito”
Si parla ad esempio di “temperatura” o “umidità” percepite, nel senso che i valori misurati con gli strumenti non corrispondono con le “sensazioni” di calore o umidità che gli esseri umani avvertono (tra l’altro con differenze tra persona e persona).
In questi giorni tuttavia l’uso più frequente dell’aggettivo “percepito” è associato al sostantivo “sicurezza”. Si parla molto di “sicurezza (o insicurezza) percepita”, e su questo tema secondo alcuni si sono anche giocate le sorti delle ultime elezioni. In ogni caso è una espressione molto presente nei giornali, nelle trasmissioni televisive, nei discorsi dei politici e delle persone comuni.
Si dice che l’insicurezza sia molto aumentata, che siamo di fronte a una ennesima “emergenza”, che l’arrivo di romeni, rom, extracomunitari (termini che a volte vengono ritenuti sinonimi con buona pace del vocabolario italiano) rende pericolose le nostre città e le nostre strade, e così via.
Si chiedono misure forti, l’intervento dell’esercito, espulsioni di massa, nuove figure di reato come quella di “immigrazione clandestina”, e così via.
“Percepito” corrisponde a “reale”?
Dipende.
Nel caso della temperatura il riferimento a quella percepita non è fuori luogo. Se sono uno scienziato, se per qualche motivo mi occupo del comportamento fisico dei materiali, mi interesserà in primo luogo la temperatura riportata dagli strumenti. Ma se sono una persona comune è più interessante proprio la mia sensazione soggettiva di caldo o di freddo (ad esempio per sapere quali vestiti mettere), piuttosto che il dato “oggettivo” dello strumento.
Ma nel caso della vita sociale, economica, politica?
La criminalità legata ai fenomeni immigratori è un dato di fatto, di cui occorre tenere il debito conto. La tranquillità di poter uscire di casa deve essere garantita a tutti: ai bambini, alle donne, agli anziani, ai pedoni, a chi lavora con i computer e a chi lavora nei cantieri, a chi è di un colore oppure di un altro.
Ma in base a quali indicatori riteniamo che l’insicurezza stia aumentando, diminuendo, trasferendosi in un settore piuttosto che in un altro?
Il tasso di omicidi a Roma è calato negli ultimi anni, eppure i romani hanno preferito chi insisteva sull’emergenza sicurezza.
La sicurezza nei luoghi di lavoro è meno importante? Ogni giorno ci sono alcuni morti nei cantieri e nelle fabbriche: qualcuno ha proposto delle ronde di cittadini per sorvegliare questi ambienti? La sicurezza vale anche per i campi rom, che non devono essere oggetto di generiche spedizioni punitive, come è successo. I comportamenti pericolosi al volante determinano morti e feriti. Definire reato non un fatto criminoso specifico, ma l’immigrazione clandestina in quanto affida un numero enorme di persone all’area del sommerso, alle organizzazioni malavitose. Toglie gli strumenti per avvicinare queste persone all’area della legalità, del controllo, dell’integrazione. Naturalmente dire che d’ora in poi l’immigrato clandestino è un reo rassicura il sentimento comune e superficiale. “E’ un crimine, quindi non sarà più commesso – o se sarà commesso verrà punito”. Rassicura, ma non fa percepire la realtà. È un po’ più esigente svolgere il ragionamento corretto: poiché è già considerato un reo, non avrà altra strada che affidarsi a chi opera al di fuori delle leggi dello Stato. La sicurezza diminuisce invece di aumentare. Ma la percezione della sicurezza aumenta. E ciò che fornisce voti ai politici non è la sicurezza effettiva, ma la sicurezza percepita…
È un problema antico, ma che si fa forte nelle moderne democrazie. Siamo chiamati a scegliere, e proprio per questo avremmo bisogno della necessaria informazione. La differenza tra realtà e percezione è ineliminabile (nessuno potrà mai dire in politica che la sua posizione “è” la realtà e non una sua percezione). Quello che però fa la differenza è la grandezza dello scarto tra le due. Il sistema politico repubblicano non è la rappresentazione perfettamente fedele del Paese, ma il suo scarto è nettamente minore di quanto lo fosse il sistema politico fascista.
Una volta De Gasperi ebbe a dire che mentre il politico pensa alle prossime elezioni lo statista pensa alle prossime generazioni. Nel nostro caso il ragionamento è analogo. Prese atto della ineliminabile presenza di realtà e percezione, si possono fare due scelte: o si lavora per un avvicinamento della percezione alla realtà, oppure si sfrutta cinicamente la percezione, isolando un cavallo di battaglia e ignorando la complessità del reale.
Scriveva Platone che di fronte a un pubblico di bambini il pasticcere sarà molto più convincente del medico nel dire che cosa è bene mangiare. Di fronte a un pubblico di incompetenti il sofista sembrerà più competente di chi è veramente competente. Se non ci prendiamo l’impegno di informarci, di ragionare, di verificare un attore che svolge il ruolo di presidente sarà più convincente di un presidente vero. I maghi delle campagne elettorali americane cominciarono a far imparare qualche trucco da attori ai candidati alla presidenza. Poi si sono chiamati direttamente gli attori a fare i presidenti. Degli Usa, della California oppure – magari come moglie – della Francia. Anche in Italia ne sappiamo qualcosa: capi di governo, ministri…
A Giolitti veniva rimproverato di essere noioso e grigio, mentre gli interventisti erano il futuro e il vate D’Annunzio era “immaginifico”. Giolitti voleva la trattativa con l’Austria per ottenere le terre “irredente”, D’Annunzio proponeva di uccidere il noioso Giolitti a furor di popolo e cominciare così l’eroica guerra. Sappiamo come è andata a finire. Si potrebbe riflettere sul valore del “patriottismo percepito”. In questi giorni sentiamo che si vorrebbero mutare le regole d’ingaggio dei nostri soldati in missione all’estero, con maggiore disponibilità allo scontro armato. Sembra dimenticato il fatto che da quando c’è in Libano la missione italiana non c’è stato più un morto, e di nuovo siamo pronti a scegliere D’Annunzio piuttosto che Giolitti.
Ci sono intere aree del Paese in mano alla criminalità organizzata. Ma mentre si propongono le ronde contro gli extracomunitari, si fa capire che in fondo con la mafia bisogna convivere. La violenza contro i minori e le donne è un crimine orrendo. Ma si dimentica che la maggior parte delle violenze avvengono in casa, tra persone che si conoscono. La prostituzione per le strade è una piaga del Paese. Ma anche quella “che salva la faccia” lo è. Se ci sono, come dicono gli studi, 600.000 prostitute in Italia ci sono anche 9 milioni di clienti abituali. Tolti i bambini e un po’ di anziani, è un bel numero di maschi. Sono tutti extracomunitari?
Anche i riti magici davano la sensazione “percepita” di guarire le malattie, far prosperare i campi, far vincere le guerre. Siamo un Paese in cui prosperano i maghi, i medium, gli impostori di ogni sorta. Un Paese che legge pochissimo ma che compra i libri che insegnano a vincere al totocalcio (e nessuno di quelli che li compra si chiede perché – avendo scoperto il segreto di queste vincite – uno dovrebbe accontentarsi dei diritti d’autore invece che utilizzare in prima persona il metodo…).
La nostra responsabilità è di essere pigri, di non cercare di informarci e di ragionare. Quella di molti politici è la decisione cinica di cavalcare l’onda del “percepito” invece di lavorare per ridurre lo scarto tra percezione e realtà. Scelte politiche di breve respiro possono dare larghi consensi per un po’ di tempo, ma preparano tempi difficili ed esasperano i problemi. Per l’integrazione ad esempio fa molto di più la scuola, con tutte le sue difficoltà, che la ronda di sceriffi improvvisati e inaffidabili. Che sia la politica a soffiare sul fuoco delle tensioni appare francamente intollerabile.
Anselmo Grotti