Fare Memoria
di Antonio Martino
Henryk Mandelbaum e Mario Rigoni Stern. L’ultimo dei sopravvissuti agli orrori di Auschwitz e il sergente italiano che narrò la sciagurata campagna di Russia. La morte ci priva di due testimoni della nostra storia: viene da chiedersi se con loro se ne va via anche un pezzo importante della nostra memoria.
Viviamo da tempo, e non solo nel nostro Paese, una sorta di rincorsa alla rimozione e alla rilettura di “ciò che è stato”, ad uso e consumo di questa o quella parte politica, che di frequente si accompagna, fa il paio, con una celebrazione del giovanilismo ad ogni costo, per cui gli anziani e la loro storia - e le loro storie - non sono più visti come un tesoro di esperienze e di saggezza, ma come un ingombro.
È vero, quando si è giovani non viene naturale di pensare al passato o ragionare più di tanto sulla causa delle cose. Non sempre si capisce l’importanza della memoria. Al massimo la si percepisce, ma soprattutto si vive intensamente il presente e si è proiettati semmai verso il domani. Eppure è proprio nella memoria la radice ultima della costruzione delle identità, personali e comunitarie, delle identità del presente, dell’essere giovane qui e adesso, dell’essere uomini domani.
Non si tratta di vivere nel passato né tanto meno di rimpiangerlo: per la nostra generazione sarebbe assurdo sostenere che le cose andavano meglio prima, riferendoci al secolo infausto dei due massacri mondiali, dell’olocausto, dei gulag e della bomba atomica. Piuttosto vi è la necessità di ricordare, serve la prudenza necessaria nel buttare via le cose, il rispetto della storia propria e altrui. Occorre insinuare nelle coscienze la capacità di guardarsi alle spalle, e magari scoprire che troppo spesso la visuale è preclusa da una fitta coltre di nebbia, che si fa perdita angosciosa man mano che i fari della memoria si spengono.