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Com’è leggera la busta paga

di Giuseppe Bovio

Di questi tempi, ci sono testi che uno preferirebbe non leggere. Uno di questi è l’annuale rapporto Istat sull’Italia. Un appuntamento fotografico sul Paese che stenta, che “arranca”: così hanno scritto. Prendete ad esempio “Il lavoro”. Cresce il numero di occupati, diminuisce quello dei disoccupati, eppure c’è più di qualcosa che non va. Se negli ultimi anni gli indicatori sintetici tradizionali sembrano restituire un quadro positivo del mercato del lavoro italiano, è anche vero che un esame più accurato dell’ormai ampia mole di dati disponibili evidenzia il fatto che mai come in questi anni la situazione appare invece assai critica e piuttosto annodata, con gravi segnali di malfunzionamento sia del mercato sia delle politiche del lavoro: disoccupazione nascosta, scoraggiamento, informalità, e dunque arbitrio e spreco di risorse (per non parlare della esiguità delle retribuzioni).

Nel rapporto annuale dell’Istat se ne parla diffusamente all’interno del capitolo IV, nel quale viene esaminato il fenomeno del basso tasso di attività, ossia della scarsa partecipazione attiva al mercato del lavoro. È vero, il tasso di disoccupazione è sceso dall’8,7% del 2004 al 6,1% del 2007, ma a causare questa tendenza è soprattutto il fatto che aumentano gli inattivi, cioè coloro i quali non sono interessati a lavorare o non cercano attivamente lavoro (ossia almeno una volta al mese). Invece di diminuire, come nel resto d’Europa e come prevede la strategia Ue messa a punto a Lisbona, da noi gli inattivi aumentano. Il 26% dei maschi e il 50% delle femmine in età di lavoro non partecipano formalmente al mercato del lavoro. Una parte consistente di questi viene classificata fra gli inattivi perché, pur essendo interessata a lavorare, o non cerca attivamente lavoro o non è disposta immediatamente a lavorare. L’Istat la definisce «zona grigia»: non sono disoccupati ma esprimono pur sempre una contraddizione del mercato del lavoro. Si tratta di 2,8 milioni di persone, quasi il doppio dei disoccupati in senso stretto: il loro numero è cresciuto dell’11% negli ultimi tre anni. Inutile dire che se fossero conteggiati fra i disoccupati, il tasso di disoccupazione sarebbe un altro.

Sono per lo più donne e residenti del Mezzogiorno. La metà non cerca lavoro perché scoraggiata, il resto per motivi legati alla famiglia e alla cura dei figli o all’attesa del risultato di precedenti azioni di ricerca. La loro crescita numerica testimonia l’impaccio dei meccanismi di collocamento: sono i canali informali a regnare sovrani. Tre quarti di coloro i quali ricercano lavoro fanno ricorso ad amici e conoscenti (anche se il 15% in maniera esclusiva). Lo stesso avviene dal lato delle imprese, le quali anch’esse si rivolgono prevalentemente alle reti informali per la ricerca di personale, soprattutto nel Centro e nel Sud. Se per un verso ciò esalta il ruolo delle reti sociali, dall’altro è una testimonianza di come il mercato del lavoro sia un importante serbatoio di potere e di controllo (politico e sociale) a livello locale. Ancora meno di un disoccupato su tre si rivolge ai centri pubblici per l’impiego.

Nello stesso capitolo l’Istat affronta anche un’analisi delle retribuzioni con alcuni confronti internazionali che evidenziano la debolezza del livello e della dinamica delle retribuzioni italiane. È in particolare molto interessante la tavola del rapporto (pag. 221) dove viene mostrata la distribuzione delle retribuzioni lorde e nette di oltre 6 milioni di lavoratori dipendenti full time del settore privato. Da questi dati (di origine fiscale e relativi al 2004) emerge come il 10% dei lavoratori dipendenti vive con una retribuzione netta di poco superiore a 10 mila euro l’anno mentre il 50% vive con meno di 15.300 euro. Ad avere una retribuzione netta di almeno 20 mila euro all’anno è invece meno di uno su cinque. Non ci vuole un genio, e figurati un economista, a capire che “ai prezzi di oggi”così non si campa, che c’è molto da fare e soprattutto da dare.

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  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

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