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Storie di pace

di Chiara Finocchietti

Si potrebbe scrivere una storia dell’idea di pace scorrendo i premi Nobel che dal 1900 a oggi sono stati assegnati per questa causa. Martin Luther King, Madre Teresa, Adolfo Pérez Esquivel, Lech Walesa, Desmond Tutu, Aung San Suu Kyi, Mikhail Gorbachev, De Klerk e Mandela… Attivisti per la difesa e tutela dei diritti umani, giuristi, politici, uomini di Chiesa: testimoni che la costruzione di un mondo diverso è possibile.

Negli ultimi anni a ricevere il premio sono stati l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e il suo presidente nel 2005; Muhammad Yunus, il “banchiere dei poveri” e la Grameen Bank nel 2006; Al Gore e Comitato Intergovernativo sul Mutamento Climatico (IPCC) nel 2007. Guardando a questi nomi, due elementi comuni attirano l’attenzione: il premio è stato attribuito a un individuo e contemporaneamente a un gruppo, quasi a sottolineare l’importanza dell’operato dei singoli, ma anche dell’impegno comunitario di istituzioni e gruppi. In secondo luogo la designazione dei vincitori sembra voler premiare i “costruttori di futuro”: chi concorre ad assicurare la possibilità stessa di avere un domani, minacciata dagli armamenti nucleari e dai cambiamenti climatici, e di costruire una vita libera dalle catene della povertà.

L’impossibilità di sognare e programmare una vita piena per gli anni che ci aspettano, seppur nelle inevitabili difficoltà della vita, appare oggi come un muro che blocca la pace. Il pensiero va alle persone che vivono in territori di guerra, dove la speranza di futuro è violata ogni giorno. In questi giorni i teleschermi ci restituiscono i bagliori degli spari e delle esplosioni in Libano, mettendo sotto i riflettori dell’opinione pubblica ancora una volta il Medioriente, terra biblica che sembra l’immagine speculare delle divisioni e dei conflitti di potere esistenti nel mondo. E riporta agli occhi la situazione dei tanti giovani che crescono in una realtà di conflitto, educati a essere parte di una fazione o un gruppo religioso prima ancora che uomini e donne. Giovani che rischiano di vivere sulla loro pelle il dramma di una Parola che non è Via per allargare i cuori fino ai confini del mondo, come auguravano i padri conciliari nel loro messaggio alle giovani generazioni, ma epitaffio su lapidi che tumulano la speranza di futuro.

Paura, insicurezza, ostilità sembrano ragionevoli conseguenze di questo dramma, come se solitudine e segregazione non fossero a loro volta incubatrici di odio. Ma è in queste difficoltà e nella notte che più forte può risplendere la luce. Nel pellegrinaggio mondiale dei giovani di Ac in Terra Santa, che si è svolto in occasione dello scorso giornata mondiale della Pace, il 1 gennaio 2008, abbiamo incontrato in questo Medioriente che sembra eternamente senza pace tante luci di speranza e di futuro: uomini e donne, laici e religiosi che con la loro vita e il loro impegno portano quotidianamente una testimonianza luminosa di riconciliazione, di giustizia, di dialogo. Nonostante la cultura di conflitto in cui sono costretti a vivere, abbiamo stretto amicizia con tanti ragazzi e ragazze che hanno “semplicemente” voglia di amare: giovani testimoni del Vangelo, con la loro stessa vita semi d’amore gettati nei solchi profondi incisi dall’aratro della storia nel loro Paese.

Allora forse proporli al premio Nobel per la Pace è qualcosa di più di una provocazione: significa lasciarci interrogare dall’esempio e dalla testimonianza personale e comunitaria di questi uomini, cristiani e non, che con l’attività di istituzioni, associazioni, ospedali, centri d’accoglienza per “gli ultimi” sono fragili e potenti costruttori di pace e futuro. E come augurio per loro e per noi possiamo lasciar risuonare le parole di un altro Premio Nobel per la Pace, Dag Hammarskjold, svedese, segretario generale dell’Onu a cui fu conferito il premio alla memoria nel 1962, dopo una morte avvenuta in circostanze mai chiarite: Quello che devi osare: di essere te stesso. Quello che potresti ottenere: che la grandezza della vita si rispecchi in te a misura della tua purezza.

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  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

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